L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.