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Democrazia incompiuta e fantasmi del passato

democrazia incompiuta

Riecheggia spesso nel dibattito sulla nostra storia repubblicana, la nozione di democrazia incompiuta. Proprio in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio del grande statista democristiano, Aldo Moro, può valer la pena riflettere sul legame profondo tra le tensioni, le guerre civili “fredde” o a “bassa intensità” che il nostro paese ha dovuto patire, rispetto alla incompiutezza del nostro percorso civile e democratico.

40 anni fa moriva Aldo Moro, e come dice suo figlio Giovanni “il suo fantasma ci perseguita ancora”. Il suo sangue, ci perseguita ancora come ci perseguita ogni sangue che scandisce sempre i momenti più drammatici della storia.  La nostra democrazia nasce nella guerra di liberazione, e subito dopo il suo insediamento, subisce enormi pressioni internazionali dovute alla guerra fredda: scatta il fattore K, l’impossibile alternanza, la democrazia è bloccata.

Poi gli scontri di piazza, poi gli anni di piombo, le brigate rosse. Il periodo in questione ha visto la morte di 450 persone e oltre mille feriti in circa 15 mila attentati. Ci sono a dir poco ombre anche da parte di pezzi dello stato.

Poi arriva la fase dei processi di “Mani pulite”,  e ne consegue la distruzione del quadro politico ereditato dalla seconda guerra mondiale.
Poi il berlusconismo e la nuova “guerra civile fredda”. Scontri istituzionali inediti, l’odio tra gli italiani viene alimentato tra chi è pro e tra chi è contro Berlusconi. Ora i “populisti” così definiti dai loro avversari, a loro volta considerati “vecchi”, “corrotti” e “superati”dai nuovi movimenti popolari.

Questo elenco non può né vuole essere una impossibile equiparazione tra questioni di gravità e qualità molto diverse. Tuttavia il filo conduttore tra i fenomeni descritti è la violenza, esplicita o implicita, spesso oscura, le cui trame non vengono mai definite una volta per tutte, con tutto ciò che questo implica sul piano della verità e dell’elaborazione degli avvenimenti presso il sentire comune.

La contrapposizione faziosa, pretestuosa, feroce, irriducibile, fa parte forse del nostro corredo antropologico. Un corredo che prevede lo scontro nascosto, fortunatamente nel recente senza vere rivoluzioni sanguinose vinte o perdute, ma al contrario striscianti, e quindi a loro modo comunque debilitanti per la salute del paese.

Lacerazioni sociali che spezzano il tessuto culturale, umano, politico, fratture in cui ogni fazione crede di essere nel giusto e si ritiene in doveroso diritto di giudicare l’altra corrotta e indegna. Questo accade nelle corporazioni professionali, accade tra aree geografiche, tra nord e sud, tra tifoserie sportive. Un retaggio che il passato rovescia sul presente e lo condiziona. La democrazia incompiuta deriva forse dall’incompiutezza di un vero processo di unificazione nazionale, qualcosa di fondamentale e che va ben oltre l’unità amministrativa e i confini politici.

I problemi sono molto profondi e sono figli del passato. Forse nessuna legge elettorale, nessuna legge sul conflitto di interessi, nessuna eliminazione dei vitalizi,  per quanto comprensibili e auspicabili, potranno mai sradicarli definitivamente.
Siamo un paese bellissimo, prospero, pieno storia, cultura, pieno di persone perbene. Ma la nostra repubblica non è mai stata davvero in pace.

La nostra democrazia incompiuta, è la diretta conseguenza del nostro incompiuto processo di pacificazione nazionale. Una mancata pacificazione che si manifesta come un fantasma, uno spettro che toglie il sonno, e che cerchiamo di esorcizzare nel comodo e vile alibi dell’odio e della paura verso gli stranieri.

Il problema raramente è fuori, molto più spesso è dentro, di qualsiasi processo si tratti. Nessuno, forse, mette davvero a repentaglio i nostri valori, la nostra integrità territoriale, la nostra incolumità personale. Forse è’ un autentico spirito di patria che ci manca. Quello spirito di patria conquistato da chi ha avuto il coraggio di regolare i conti con le proprie ombre, i propri errori , i propri fantasmi, riappacificandosi con la sua storia.

Il populismo di oggi è quello di sempre

populismo

Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Declino occidentale e destino della nostra civiltà

declino occidentale

Siamo davvero prossimi al declino occidentale, e la nostra civiltà è destinata a ridurre nel tempo la sua importanza? Siamo talmente abituati a definirci di cultura europea, atlantica, moderna, cristiana, forse da aver dimenticato l’infausto presagio contenuto nel termine occidente. Esso significa letteralmente “dove cade il sole”, potremmo reinterpretarlo metaforicamente, come il luogo del tramonto.

Questo non è certo una realistica previsione né a maggior ragione un cattivo augurio. L’occidente crede ancora nei suoi valori, negli ideali alla base della cultura europea, radicati nel mondo greco e giudaico-cristiano, che hanno dato vita alla cosiddetta modernità e al progresso civile, come oggi comunemente viene inteso. Il vertice di questo progresso è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo ratificata a Parigi il 10 dicembre 1948, un evento voluto e progettato, proprio dall’occidente.

Il declino occidentale può essere inteso in diversi modi, ad esempio nella perdita del ruolo egemone dal punto di vista finanziario e militare. Che di per se stesso non sarebbe necessariamente un male, se non fosse per i rischi di pesanti ricadute dal punto di vista occupazionale annessi a questa progressiva marginalizzazione, ad opera delle emergenti economie e finanze orientali.

Temo tuttavia che il maggior sintomo di declino occidentale possa essere individuato nell’aumento delle fazioni populiste nei vari paesi del vecchio continente, aumento spontaneamente concorde ad una sempre maggiore insoddisfazione e paura da parte delle rispettive popolazioni. Paura del precariato, della sicurezza personale e sociale, paura dei flussi migratori e via dicendo.

Forse proprio l’incertezza e la paura per i cambiamenti su scala globale possono costituire la spia del malessere dell’occidente. Soprattutto la risposta naturale a questa paura, che come già detto viene intercettata dalle forze xenofobe, estremiste e populiste. La paura della diversità etnica, religiosa, culturale, genera atteggiamenti di chiusura, intolleranza, nazionalismo.

Valori opposti alla cultura dell’occidente, che è grande proprio per la sua capacità dialettica,  tendente al compromesso e al confronto, più che all’integralismo e alla chiusura. Come è già stato scritto, la figura che simboleggia meglio i valori dell’occidente è quella di Santa Maria Maddalena. Santa e meretrice, ambigua eppure grande, controversa e sublime al tempo stesso.

L’occidente è stato la culla della modernità non solo per le sua capacità di innovazione tecnologica, industriale, per le sue sanguinose rivoluzioni e per i suoi cambiamenti epocali. Il simbolo dell’occidente è la fede nella giustizia, nella dignità della persona, il simbolo dell’occidente è l’autonomia morale che pone l’uomo, tutti gli uomini, al centro dell’interesse generale, al centro della visione stessa della realtà e della storia.

Da questo punto di vista il declino occidentale rischia di concrettizzarsi per l’incapacità di portare a compimento i suoi valori, rischiando di chiudersi in essi quando i suoi stessi valori chiedono continua apertura e riadattamento alla realtà. La centralità della persona su cui si fonda la stessa nozione di occidente non può equivalere alla centralità dei “nostri” cittadini, contrapposti agli “altri” individui. I rischi di declino per l’occidente e per la civiltà occidentale passa da qui, dal non aver forse saputo portare a compimento la sua autentica missione storica ed etica.

L’occidente è nato, vissuto, si è rafforzato, tramite la sua capacità di adattamento alle nuove sfide, sapendo trasformare le pressioni, le tensioni, i problemi e persino i drammi, in linfa per la sua crescita e la sua stabilità.

La cultura della sconfitta contro i simboli della vittoria

sconfitta

E’ difficile anche solo argomentare la cultura della sconfitta, il suo significato, proprio perché la storia e la cronaca le scrivono i vincitori. Vincere consegna lo scettro per raccontare la realtà, vincere consegna il primato etico di stabilire cosa sia il bene e cosa sia il male. In un mondo fondato sul simbolo della vittoria, il significato della sconfitta è compromesso.

Vincere concede di disegnare la storia ponendosi comodamente sulla sua sponda più comoda, quella dei buoni e dei giusti. Eppure attraversare le sconfitte è indispensabile per essere credibili quando si tratta di affrontare il tema più grande ed importante che ci sia, quello dell’amore.  L’amore è credibile solo quando accetta di perdere, mai quando cerca di vincere.

L’amore dei genitori verso i figli è credibile proprio perché presuppone la sconfitta . Una sconfitta generazionale, culturale, etica, economica. Sarebbero guai per la credibilità di un genitore se fosse geloso ed invidioso dei successi dei figli. Anche quando si gioca coi figli,  si cerca consapevolmente o meno di perdere, e questa è l’esatta misura del nostro amore nei loro confronti. Il significato della sconfitta non corrisponde al fallimento esistenziale, ma richiama la vera natura dell’accogliere la vita per quello che è, nel saper amare gli altri e la vita, per quello che sono.

Anche l’amore tra coniugi è commisurato alla rinuncia alla competizione ed al primato dell’uno sull’altro, ed in mancanza di questi requisiti minimi si può dire quel che vuole, ma non ci sarà mai vero amore. Come certificano le ineffabili statistiche  sui divorzi.

Il nostro mondo è competizione, è idolatria dell’ego alimentata nella ricerca della vittoria. Nella propria vittoria costruita sulla sconfitta degli altri.  Per comprendere il valore e il significato della sconfitta occorre ricordare che i valori del nostro mondo sono scaturiti dalle guerre vinte molto più che dalle guerre perse. Il nostro mondo è naturalmente propenso alla vittoria assoluta, definitiva, una vittoria di cui la guerra rappresenta la massima proiezione. Il nostro mondo conferisce significato solo alla vittoria e squalifica la sconfitta come qualcosa di degradante, di cui vergognarsi.

Il nostro mondo, la nostra cultura, preferisce vincere male, che perdere bene, preferisce il risultato agonistico alle motivazioni, ai fini, agli scopi. Ma il significato della vita è in essi, e non può essere subordinato alle vittorie, frutto spesso della negazione dei più alti valori, ed in totale contraddizione con i più alti fini.

La cultura della pace per essere credibile, deve appoggiarsi necessariamente alla cultura della sconfitta e al suo profondo significato etico. La pace è qualitativamente superiore ad ogni conflitto che cerchi la vittoria, che scaturisce sempre dalla paura della inadeguatezza, dalla violenza generata dalla paura di perdere. Per vivere in pace occorre non avere paura della sconfitta. Qui sta il suo grande significato, il suo grande insegnamento.

Chi cerca solo la vittoria è spiritualmente immaturo, curvo su se stesso, curvo sulle proprie paure, e cerca nella vittoria forza e potere per esorcizzare la sua fragilità nell’incapacità di fornire senso e significato alla sua vita. Ogni uomo che cerca di vincere scappa da se stesso e dalle sue paure, scappa dall’amore che dimora nel suo cuore. La ricerca costante della vittoria è il vero peccato originale che incombe nel privato come nel sociale, nello spirito individuale come nello spirito dei popoli.

 

 

 

Il trionfo del centrismo nelle elezioni francesi

La vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno  delle presidenziali francesi, ha dato per il momento respiro al centrismo dei moderati europei. La Francia è tra i paesi fondatori dell’Unione Europea, ed ha un ruolo economico, morale e politico, di notevole rilevanza nelle vicende dell’intero continente.

Quello che accade alla Francia si riflette inevitabilmente sull’Europa nel suo insieme, almeno nei tre aspetti elencati. Economicamente i francesi, al pari degli italiani, sono i più ricchi in termini di patrimonio privato. Al pari della situazione italiana questa ricchezza fatica nel rimettere in moto i consumi e l’occupazione, ma sempre di ricchezza si tratta e questo pesa eccome in termini di credibilità e legittimità nelle relazioni commerciali e finanziarie.

In senso morale la nazione francese è forse una delle più rappresentative in termini di modernità, dato che siamo tutti in qualche modo figli dell’illuminismo e delle rivoluzioni politiche da esso derivate. In senso politico è tangibile il peso e al solidità dell’asse franco-tedesco nel suo ruolo egemone di guida di tutta l’eurozona.

Deriva da tutto questo, che le vicende politiche francesi assumano una funzione emblematica, simbolica, con sviluppi in grado di anticipare le tendenze del continente europeo nel suo insieme.

Dunque il centrismo ha vinto nettamente il ballottaggio contro la destra nazionalista euroscettica, ed i moderati rilanciano legittimamente le proprie ambizioni nel porsi anche come modello presso le situazioni degli altri paesi. Il centrismo si è dimostrato vincente grazie ad innovazioni tattiche, tra cui anche l’energia e la biografica personale di Macron, ma forse anche per motivi strategici.

Il centrismo ha sconfitto nettamente le sue ali estreme, tagliando fuori la sinistra tradizionale e l’estrema destra. La prima cerca consenso nel popolo che non rappresenta più, e la seconda cavalca l’onda populista contro l’immigrazione, la crisi, l’ egemonia continentale sugli interessi nazionali. Il centrismo ha sconfitto entrambe forse per due motivi essenziali, rappresentando una specie di laboratorio politico per le altre nazioni.

Il centrismo è risultato vincente verosimilmente per due motivi. Ha vinto in senso geometrico, in quanto  al centro tra destra e sinistra. Ha dimostrato come la popolazione chieda fermezza, energia, ma anche democrazia, libertà, tolleranza, europeismo.

Il centrismo è tale anche e soprattutto in senso cronologico, Nè troppo sbilanciato in avanti nè troppo all’indietro. Il centro è soprattutto una nozione temporale, tra l’utopia della sinistra tradizionale con le sue  scommesse su un futuro impossibile, ed il rifiuto della modernità tipico dell’estrema destra, che vorrebbe  ripiegarsi in un passato improbabile e sconfitto dalla storia.

La popolazione chiede energia politica ma anche sobrietà, chiede sviluppo ma anche sostenibilità, chiede crescita ma anche distribuzione della ricchezza. Il popolo ha paura della crisi, dell’immigrazione, del terrorismo come paure nuove ed ancora purtroppo non definitamente vinte. Ma il popolo ha paura anche del nazionalismo, della semplificazione, della xenofobia, dell’omofobia, ha paura di valori ancorati ad un passato inadeguato per affrontare efficacemente le sfide che abbiamo innanzi.

 

Integralismo e cinismo errori contrapposti

integralismo

Integralismo è un termine che satura lo spazio mediatico ad ogni livello. Ma in fondo quale può essere una definizione accettabile di integralismo? Un termine che non riguarda solo la religione, il fondamentalismo e le sue tristi affinità con la violenza. L’integralismo è uno stile, un modo di intendere la vita, le scelte, un modo di atteggiarsi e di porsi di fronte alla vita.

Una definizione di integralismo non può prescindere dall’inoltrarsi nella riflessione sulla sponda opposta, nell’atteggiamento contrario che trova nel cinismo il suo punto di arrivo. Nei confronti delle passioni, della concentrazione, dell’abbandono alle idee o alle ideologie, cinismo e integralismo si contendono l’anima dell’uomo, fino a divenirne la definitiva bussola di orientamento.

Cinico è colui che punta all’utile, a ciò che conviene, al vantaggio diretto in termini economici o di potere. Cinico è chi punta in direzione opposta all’integralismo che crede troppo, scegliendo di non credere in nulla. La fiducia nella religione, nelle idee, nell’etica, nella morale, può essere affrontata, potenziata o de-potenziata, con atteggiamenti opposti. Questo avviene perché scegliere come dosare il pragmatismo alla passione di volta in volta a seconda delle contingenze è troppo faticoso. Troppo dispersivo e forse persino controproducente. La vita è in salita per chi cerca equilibrio, e l’integralismo, come il cinismo, sono due scorciatoie sempre in discesa, per quanto pericolose.

Le regole, le idee, le passioni, per l’integralismo vanno seguite in modo integrale, costi quel che costi. Questa ne è la definizione più fedele e sostenibile, alla luce delle infinite modalità e versioni, con cui l’integralismo si esprime. Al suo opposto, il cinismo sceglie la pragmatica strada della finzione, della rimozione di ogni regola, di ogni sentimento, di ogni morale, pur di trarre il suo vantaggio, la sua vittoria il suo successo. Due opposti modi di intendere la vita. L’eccesso di regole, di idee, di passioni da un lato, la cancellazione, la rimozione, la finzione in nome del vantaggio, dall’altro. La definizione di integralismo si specchia fedelmente nel suo alter ego naturale, nella definizione di cinismo.

L’integralismo è peggiore del cinismo

Il cinismo per quanto disdicevole e moralmente a volte ripugnante, può produrre guai peggiori del suo opposto. Il cinismo è il disprezzo delle regole in nome del vantaggio ma anche del buon senso. La definizione di integralismo riguarda un morboso rispetto delle regole, un maniacale rispetto delle regole, sino a farne un modello di perfezione e di riferimento, pericoloso per il bene e per la vita stessa.  Il cinico vive di compromessi e di dissimulazioni. L’integralista è un fanatico che si identifica nelle sue idee sino ad assolutizzarle e a porle al di sopra di ogni regola e al di sopra di ogni buon senso. Anche perché la definizione di integralismo si avvicina pericolosamente alla nozione di integrità, così ammirata e presa a modello dal costume e dal linguaggio comune.

L’integralismo presenta rischi peggiori del cinismo, e la definizione conseguente non può non risentirne. Nella storia i soggetti più pericolosi per i popoli, spesso erano personaggi estremamente integri. Gli inquisitori, i peggiori fanatici, i più spietati rivoluzionari, erano personaggi spesso integerrimi. Hitler non beveva quasi mai, aveva un comportamento decisamente sobrio dal punto di vista sentimentale, era vegetariano, amava gli animali.  Al contrario Winston Churchill fumava oppio e beveva whisky come una spugna, ed era  noto per il suo sagace cinismo.

Per non parlare di grandi statisti come John Kennedy o Franklin Delano Roosevelt, entrambi con grossi problemi di infedeltà e compulsività sentimentale, al pari di Oskar Schindler, il famoso salvatore degli ebrei. La licenziosità o il lasciarsi andare ai vizi di ogni genere non è certamente lodevole, ma risalta  in modo strabiliante, la netta dissociazione tra integrità personale, e capacità di produrre iniziative positive, per la vita degli altri.

 

La verità ha molti volti differenti

La verità

Nell’esperienza concreta di ogni giorno,  la verità è consegnata ai cinque sensi, una fonte piuttosto virtuale e facilmente ingannabile, come tutti sanno. La definizione della verità è sfuggente, anche se tutti credono di poterla maneggiare, controllare, gestire.

L’esperienza è già per sua natura una vicenda mentale, immaginaria, virtuale. Proprio per questo è gestita dalla mente, che già nel nome, non si presenta sotto i migliori auspici per maneggiare ciò che è vero.

La verità non equivale alla realtà dei fatti, ma riguarda la relazione tra la nostra osservazione e il mondo estero. La verità riguarda tre elementi: il soggetto, l’oggetto, il legame che tra loro intercorre. La nozione di verità è pertanto implicitamente relativa, nel senso che consiste in una relazione autentica e solo in questo. Una relazione dinamica al variare dei contesti e dei campi di applicazione, e persino negli errori si può essere nella verità, se l’errore è sincero ed in buona fede.

La verità riguarda solo la correttezza del metodo di indagine

La definizione della verità è complessa e articolata. La relazione autentica  cambia al cambiare dei contesti. In matematica la verità consiste nell’esattezza dei risultati. Uno più uno può fare solo due, e nell’esattezza del risultato è contenuta la determinazione della verità matematica. Per esprimere l’idea  della verità, si pretende troppo spesso di riportarla  alla esattezza matematica, con grossolani equivoci accessori.

Nelle deduzioni logiche  l’esattezza matematica non c’è. La deduzione è un artificio dialettico che tende a confondere probabilità con certezza.

Quando si parla di politica, di morale, di salute, di giurisprudenza, le certezze matematiche spariscono, ed al loro posto, nella migliore delle ipotesi, si instaura la probabilità delle conclusioni logiche.

E’ probabile che la buona politica produca posti di lavoro, è probabile che un politico onesto produca buona politica. Ma che un politico onesto produca certamente un aumento dei posti di lavoro, contiene  probabilità, e quindi verità, piuttosto basse. La maggior parte delle nostre deduzioni logiche sono immaginarie, e tendono a confondere la possibilità con la certezza. E’ per questo che ciascuno si forma la sua soggettiva versione della verità, in cui crede di dominare la realtà, mentre resta solo imprigionato nei meandri delle sue convinzioni.

In politica la verità è basata sulla efficacia. Una buona politica è vera se produce risultati, altrimenti è falsa.  Dato che i risultati sono spesso difficili da misurare, specie in maniera complessiva, ciascuno tende a premiare questo o quel politico in base ad empatia, al fascino,  a sensazioni emotive,  e non certo in base ai fatti.

In storia il volto della verità è appoggiato sulla coerenza tra le cause e gli effetti nella cronologia degli eventi, ed anche nella storia, così fondamentale per produrre la memoria condivisa che costituisce l’anima dei popoli, la verità ha un contenuto ben diverso dalla certezza. Tanto che la storia, può avere un contenuto di verità inferiore ai miti ed alle saggezze popolari.

In filosofia la verità è deposta nella plausibilità, e cioè che è plausibile è filosoficamente autentico, perché la filosofia studia soltanto la correttezza dei processi logici e razionali della mente partendo dal suo interno.

Essa esprime una validazione formale  sulla investigazione, sul metodo della conoscenza, non sulla conoscenza in se stessa. Il suo idealismo critico mette in evidenza i limiti  della nozione di verità. Chi ama la certezza dogmatica delle risposte, tende a detestare la libertà delle domande filosofiche.

 

La squadra vince dove l’individuo perde

L'unione di molti

Nella nostra epoca si parla spesso di gioco di squadra, intendendo con questo termine l’unione, l’unita di intenti, di gruppi che agiscono in modo coordinato sulla base dei propri comuni interessi. Un tempo si sarebbe parlato di comunità, corporazione, clan, ecc, ma il significato non cambia. Come si suol dire, l’uomo è un animale tradizionalmente sociale, nel senso che è nello stare insieme che esprime il meglio delle proprie qualità ed affronta nel mondo più efficace le avversità.

Come si dice da sempre è l’unione che fa la forza, ed è l’agire in modo coordinato, coeso, compatto, che permette di superare ostacoli impossibili per le forze e le capacità dei singoli. Nel calcio si esprime questa idea con il concetto di gioco di squadra, che supera di gran lunga la somma dei talenti dei giocatori. Anche in guerra la compattezza e l’unione di un gruppo di battaglia produce risultati a volte sorprendenti e superiori, a quelli di nemici numericamente favoriti ma scoordinati.

Nelle nostre campagne sino a pochi decenni or sono più nuclei familiari vivevano sotto lo stesso tetto, ci si alternava nei lavori dei campi dei vicini, e la fatica era la moneta di scambio più usata e bene accetta. Lo stesso accadeva per le persone invalide o malate, aiutate dalle premure e dal lavoro di amici e parenti. Gran parte dell’umanità ha attraversato la storia uscendo dalla indigenza, dalle guerre, dalle malattie, più con lo spirito comunitario che con le meraviglie del progresso e della scienza.

L’individualismo è sconveniente

Dunque lo stare insieme è vantaggioso, conveniente, opportuno, ed ai vantaggi del farsi squadra occorre pagare il ragionevole e conveniente prezzo della cessione di una adeguata dose di autonomia personale. Per stare insieme e formare un gruppo, una squadra, occorre accettare il ruolo assegnato senza dover continuamente misurare il proprio valore con quello degli altri, rinegoziando continuamente gerarchie e decisioni tramite estenuanti conflitti.

L’individualismo del nostro tempo sembra la più marcata negazione di ogni criterio comunitario che fa della partecipazione corale, come una sola squadra, il veicolo del superamento delle difficoltà. Il porsi continuamente in competizione, ritenersi migliori degli altri e cercare ogni occasione per dimostrarlo, il narcisismo dilagante, sono i veri e più profondi mali del nostro tempo, perché separano, dividono, disperdono, spezzano.

La vita è tale solo nella relazione, tanto che la stessa nozione di per-sona, indica che esistiamo per, e non contro, o nonostante, gli altri. Separarsi significa divenire deboli e attaccabili, disperdesi e spezzarsi significa negare la storia, il bene comune, una memoria, un’anima condivisa. Dividersi in nome dell’egoismo patologico  significa spezzare il presente fino a liquefarlo.  Fino a scioglierlo nei vortici della dimensione liquida ed evanescente, che sembra infiltrarsi subdolamente in ogni conquista, in ogni speranza.

Il dovere di essere eretici

Ad ogniuno la sua strada

Oggi più che mai, nell’era della massificazione e della omologazione culturale, essere eretici è divenuto  un dovere morale oltre che un tratto distintivo della dignità personale. Eretici, come molti sanno, non significa in senso religioso essere blasfemi e apostati, o in senso laico irriguardosi del costume e licenziosi rispetto ad ogni regola comportamentale.  Eretici secondo l’etimologia, significa essere indipendenti, autonomi, rispetto alla propria  cornice di valori e di regole che li sorreggono.  Le regole sono per l’uomo, e non l’uomo per le regole.

Essere eretici è  rischioso.  Ogni forma di potere è fondato soprattutto sull’intimidazione, la facoltà di esporre a pubblico ludibrio coloro che siano fuoriusciti dai canoni e dai vincoli stabiliti. Il dovere di essere eretici, non riguarda  il disprezzo delle regole vigenti nel proprio contesto sociale o culturale, così come non riguarda il gusto sottile di ribellarsi per per un piacere fine a se stesso.

Il dovere di essere eretici  riguarda la dignità, riguarda la possibilità di contribuire al bene comune. Solo le persone davvero libere dagli schemi, dalla rigidità delle regole, possono essere davvero giuste, oneste e responsabili. Perché credono nei propri valori al punto da  poterli sottoporre a continuo giudizio critico.

Il dissenso misura la solidità dei propri valori

Il rigido rispetto delle regole può produrre molti più danni della assoluta anarchia.  I peggiori genocidi della storia sono stati svolti in maniera impeccabile dal punto di vista dell’obbedienza delle regole e delle gerarchie. I popoli più propensi all’obbedienza ed al rispetto delle leggi si sono dimostrati i più pericolosi. Crede nei propri migliori valori solo chi sa rimetterli ogni volta in discussione.

Spesso il destino delle persone si contrappone al rispetto delle regole. Chi ama le leggi e le regole più dei propri simili ama più la sicurezza che la giustizia, che si coniuga solo con la libertà. E’ il tipico profilo dei servi,  non certo dei cittadini, degli uomini liberi e responsabili.

Ogni forza politica, ogni struttura sociale, ogni organizzazione professionale che si affida al rigido rispetto delle norme si trova nella sua fase discendente, nel suo manifesto declino. Al contrario, il simbolo più efficace di rilancio è la concessione di autonomia, di indipendenza, di responsabilità.

L’indipendenza reciproca tra i poteri dello stato è l’essenza della democrazia. L’ autonomia dal vincolo di mandato dei parlamentari ribadisce la centralità del potere legislativo. La  flessibilità dell’orario di lavoro è sintomo di efficienza professionale. Una sufficiente autonomia dei giornalisti rispetto alla linea del proprio editore è indispensabile per la libertà di stampa che sostiene le liberal democrazie.

L’uso della ragione e del discernimento nasce solo come atto di ribellione, e non come gesto di sottomissione ed obbedienza. Si diventa uomini nel momento in cui si diventa capaci di dissentire, se necessario,  da chiunque. Dissentire dai propri maestri, dai propri padri. Quando si diventa capaci di contraddire persino i propri valori e la propria storia.

 

La violenza che ci raccontiamo

Tutta la violenza che c'è in noi

Siamo quotidianamente bombardati da notizie su gravi episodi di violenza di ogni genere. Omicidi, reati violenti di ogni tipo. Vi è da parte dell’opinione pubblica una comprensibile attenzione, veicolata e stimolata dai mezzi di informazione, sempre presenti nelle questioni che suscitano più preoccupazione.

Esiste un circuito che si auto alimenta, tra media e popolazione. Un connubio tra la richiesta di notizie tempestive sui delitti efferati che auto avverano i pregiudizi popolari, e l’offerta  molto attenta a non deludere le aspettative.

La crescente sensibilità diffusa rispetto alla fenomenologia della violenza privata, rischia però di nascondere anziché svelare, la realtà dei fatti. In primo luogo il pubblico generalmente si aspetta di vedere confermato dagli avvenimenti, il teorema che vorrebbe collegare un aumento della violenza con i flussi migratori. Equivalenza totalmente smentita da ogni statistica.

La ricchezza dei particolari nella descrizione dei crimini sembra quasi voler alimentare il fascino già largamente presente verso tutto ciò che è più turpe, brutale e ripugnante. 

Quel che è ancora più grave però, è l’offerta di episodi di violenza criminale non accompagnata da una adeguata spiegazione generale, senza collocarla  e circostanziarla al contesto dove si esprime. L’informazione seleziona ed offre ma non spiega mai nulla, abbandonando il pubblico all’onere esclusivo dell’interpretazione. Una scommessa sempre più temeraria, visto il dilagare incontenibile del famigerato analfabetismo funzionale.

Nel periodo storico meno violento tra i paesi meno violenti

La violenza ha sempre accompagnato, purtroppo, le relazioni  di ogni genere. Per comprendere la dimensione di un fenomeno occorre misurarlo confrontandolo con situazioni omogenee. Restando nel puro ambito degli omicidi, che rappresentano  la peggiore espressione della violenza privata, forse molte persone non sanno che  sono in costante diminuzione da quando esistono le statistiche. L’elemento scelto dagli studiosi per una comparazione  è il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti. Ebbene oggi questo tasso nel nostro paese vale circa lo 0,9, mentre nel 1870 valeva circa 18. Tenendo conto che le denunce rappresentavano forse meno della metà dei casi , alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che al tempo dell’unità d’Italia le violenze private arrivavano a procurare la morte circa 30 volte di più che oggi. Ma entra in gioco anche la geografia.

Tassi di omicidio simili al nostro sono registrabili solo nei paesi del sud Europa. Nel nord Europa è circa di 1,3 casi su 100 mila persone, 2 in Norvegia.  Negli Usa è di 4.7, in Russia il 9.2, in Brasile il 25, in Venezuela 53 omicidi ogni 100 mila abitanti. Tuttavia per quanto spregevole, l’omicidio non è l’unica espressione della violenza. Una comparazione storica dal punto di vista statistico generale è molto più complesso. La violenza carnale denunciata era caso ben raro nel diciannovesimo secolo. Quel che è certo che a memoria dei testimoni oculari, nonni e bisnonni, la violenza fisica era la prassi.

Le percosse riguardavano la correzione imposta dai genitori, dagli insegnanti, dai catechisti, dai sacerdoti e dalle suore. I furti frequentissimi a causa della povertà prevedevano a volte punizioni tremende.

L’essere umano ha sempre praticato la violenza. L’ha praticata per gioco, per istinto, per gelosia,  per motivazioni politiche, per vendetta, per denaro, per noia. La violenza purtroppo, potenzialmente ce l’abbiamo dentro tutti e fortunatamente la esprimiamo sempre meno. Quella che stiamo vivendo oggi in Italia, è una delle epoche più pacifiche e meno violente della nostra storia