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Il populismo di oggi è quello di sempre

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Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Il trionfo del centrismo nelle elezioni francesi

La vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno  delle presidenziali francesi, ha dato per il momento respiro al centrismo dei moderati europei. La Francia è tra i paesi fondatori dell’Unione Europea, ed ha un ruolo economico, morale e politico, di notevole rilevanza nelle vicende dell’intero continente.

Quello che accade alla Francia si riflette inevitabilmente sull’Europa nel suo insieme, almeno nei tre aspetti elencati. Economicamente i francesi, al pari degli italiani, sono i più ricchi in termini di patrimonio privato. Al pari della situazione italiana questa ricchezza fatica nel rimettere in moto i consumi e l’occupazione, ma sempre di ricchezza si tratta e questo pesa eccome in termini di credibilità e legittimità nelle relazioni commerciali e finanziarie.

In senso morale la nazione francese è forse una delle più rappresentative in termini di modernità, dato che siamo tutti in qualche modo figli dell’illuminismo e delle rivoluzioni politiche da esso derivate. In senso politico è tangibile il peso e al solidità dell’asse franco-tedesco nel suo ruolo egemone di guida di tutta l’eurozona.

Deriva da tutto questo, che le vicende politiche francesi assumano una funzione emblematica, simbolica, con sviluppi in grado di anticipare le tendenze del continente europeo nel suo insieme.

Dunque il centrismo ha vinto nettamente il ballottaggio contro la destra nazionalista euroscettica, ed i moderati rilanciano legittimamente le proprie ambizioni nel porsi anche come modello presso le situazioni degli altri paesi. Il centrismo si è dimostrato vincente grazie ad innovazioni tattiche, tra cui anche l’energia e la biografica personale di Macron, ma forse anche per motivi strategici.

Il centrismo ha sconfitto nettamente le sue ali estreme, tagliando fuori la sinistra tradizionale e l’estrema destra. La prima cerca consenso nel popolo che non rappresenta più, e la seconda cavalca l’onda populista contro l’immigrazione, la crisi, l’ egemonia continentale sugli interessi nazionali. Il centrismo ha sconfitto entrambe forse per due motivi essenziali, rappresentando una specie di laboratorio politico per le altre nazioni.

Il centrismo è risultato vincente verosimilmente per due motivi. Ha vinto in senso geometrico, in quanto  al centro tra destra e sinistra. Ha dimostrato come la popolazione chieda fermezza, energia, ma anche democrazia, libertà, tolleranza, europeismo.

Il centrismo è tale anche e soprattutto in senso cronologico, Nè troppo sbilanciato in avanti nè troppo all’indietro. Il centro è soprattutto una nozione temporale, tra l’utopia della sinistra tradizionale con le sue  scommesse su un futuro impossibile, ed il rifiuto della modernità tipico dell’estrema destra, che vorrebbe  ripiegarsi in un passato improbabile e sconfitto dalla storia.

La popolazione chiede energia politica ma anche sobrietà, chiede sviluppo ma anche sostenibilità, chiede crescita ma anche distribuzione della ricchezza. Il popolo ha paura della crisi, dell’immigrazione, del terrorismo come paure nuove ed ancora purtroppo non definitamente vinte. Ma il popolo ha paura anche del nazionalismo, della semplificazione, della xenofobia, dell’omofobia, ha paura di valori ancorati ad un passato inadeguato per affrontare efficacemente le sfide che abbiamo innanzi.

 

Apparenza e sostanza nel significato moderno

apparenza

Ogni cosa si riveste di apparenza. Siamo in grado di comprenderne appieno il significato di questo termine? Ogni cosa si manifesta nell’ambivalenza, ed ogni aspetto della vita, ogni tema, ogni fatto, ogni valore persino, vive nella sua duplice natura. In questo senso siamo abituati a dividere le cose in giuste o sbagliate, buone o cattive, utili o inutili, gradevoli o sgradevoli, e via dicendo.

La divisione in categorie è tipica della mente umana, e si tratta di un processo morale prima che cognitivo, nel senso che ci è necessario per fornire struttura, per collocare, per mettere in fila le nostre priorità. E questo è un problema etico, non solo organizzativo e pratico. Tra tutte le varie e possibili classificazioni, forse quella più pertinente, quella che più riecheggia nelle tradizioni della saggezza popolare, religiosa, filosofica, è la divisione tra la sostanza e l’apparenza.

Il significato stesso del vivere quotidiano, il senso del vivere, sta nel saper discernere cioè che è solo apparenza, e ciò che è sostanza. Ogni evento ha una manifestazione  che è solo apparente, la cui sostanza, la sua origine, il suo significato di fondo spesso ci sfugge. Il significato di fondo degli avvenimenti, delle decisioni, delle idee persino, molto spesso è lontano dalla nostra accessibilità concreta.

Il dualismo tra sostanza ed apparenza è alla radice di ogni cosa. In fondo le più grandi tradizioni di pensiero, siano religiose o filosofiche, si trovano concordi su questo punto: l’inganno del male si manifesta nella confusione tra apparenza e sostanza.

Sia per la filosofia che per la fede, come per la scienza, l’errore, il male,  consiste nello scambiare ciò che appare con ciò che realmente è.

Il motivo per cui sembra sempre più divenire importante l’apparenza della sostanza, è insito nel lento progresso cognitivo ed etico del nostro tempo, che fa una enorme fatica a trattare la sostanza delle cose. E’ difficile entrare nel merito della verità, nel cuore degli avvenimenti, risalirne le cause, declinarne la complessa articolazione.  E’ molto più semplice restare in superficie, nella apparente e rassicurante semplificazione, che a volte sfiora la semplicioneria.

Restare in superficie e nella semplicità sembra tanto rassicurante, mentre in realtà si tratta proprio di una apparenza, nella sua più sublime ed ingannevole veste, nella sua più subdola cornice. L’esteriorità è inevitabile. Di essa si occupano i nostri sensi, la nostra capacità di immaginazione, le categorie del pensiero scientifico.

Si potrebbe persino dire che l’apparenza ha, una sua sostanza, che è quella di rappresentare la forma visibile, concreta, di tutto quel che accade. Quindi il significato dell’apparenza non è di per se stesso negativo o oltraggioso della ragione e della morale. Bisogna solo fare attenzione a non confonderlo con la sostanza delle cose. Che è sempre dietro le cose, sempre al di là di una comoda intuizione, sempre al di là di una semplice conquista congetturale. Ma sempre acquisibile con rispetto, fatica, lavoro interiore.

La sostanza delle cose ne è l’essenza, l’idea di sintesi suprema, il significato e il simbolo più grande. In una parola, ne costituisce lo spirito, nel senso più alto e profondo del termine.

 

Analfabetismo funzionale e scaltrezza dei furbi

Alfabeto e analfabeti

Come tutti sanno, solo cento anni fa, l’analfabetismo era ampiamente diffuso nel nostro paese. Analfabetismo come incapacità di leggere e scrivere. Oggi la quasi totalità della popolazione possiede almeno un elementare livello di istruzione. Tuttavia questo livello di istruzione si dimostra in molti casi gravemente insufficiente rispetto al contesto sociale, professionale, politico, in cui viene espresso.

Non si tratta solo di una questione scolastica o culturale in senso stretto, ma di un problema antropologico, filosofico, che trova nell’uso teorico della ragione umana, una scarsissima attenzione generale. La mente svolge numerose funzioni, ma dal punto di vista logico cognitivo, queste funzioni sono essenzialmente di due tipi. Si ragiona in senso stretto ed in senso lato, si ragiona nel particolare o nell’universale.

Si tratta di due questioni opposte e nettamente separate, prive di qualsiasi continuità funzionale, sia biologica che psicologica. L’uso pratico della ragione entra in gioco ogni volta ci si concentra per risolvere problemi contingenti. Guidare l’automobile, cucinare, lavorare, compiere ogni genere di lavoro manuale, presuppone una abilità prima cognitiva, mentale, e soltanto successivamente, spiccatamente pratica e manuale.

L’uso pratico della ragione prevede scaltrezza, fiuto, abilità nel competere e nel risolvere problemi. Chi la sviluppa è più furbo che intelligente, il suo orizzonte è rivolto all’immediato ed al superficiale, disinteressandosi dell’universale e del profondo. Soggetti scaltri, che facilmente raggirano e si prendono gioco delle persone di maggior spessore spirituale, tra la soddisfazione convinta degli spettatori neutrali.

L’uso teorico, astratto, della ragione, è tipico degli artisti, degli insegnanti, dei visionari, dei profeti, speso ingenui e svagati rispetto alla vita concreta. Nell’uso teorico della ragione la mente si orienta verso questioni distanti dall’immanente, ed occorre grande capacità di astrazione, grande attitudine alla immaginazione.

Tuttavia le grandi questioni del bene, del male, della libertà, della giustizia, della fede, entrano in gioco nella dimensione spirituale della mente, che è appunto teorica e non pratica.

L’incapacità di pensare in modo astratto produce disumanizzazione

Le persone che fanno fatica a pensare in modo astratto ed universale possiedono un oggettivo grado di analfabetismo culturale. Sanno leggere o scrivere ma sono prive di consapevolezza civile, morale, non posseggono una vera cultura ma un opportuno bagaglio di nozioni mnemoniche che entrano in gioco ogni qual volta siano utili nelle questioni pratiche. Le si nota subito per il bisogno di semplificare ogni questione, costruendo pensieri semplici, espressi tramite un linguaggio semplice che si compiace della banalità e se ne affascina.

Eppure è l’uso teorico della ragione ad aver creato lo stato di diritto, la giurisprudenza, la scienza, la matematica, la spiritualità, l’arte, la bellezza.

E’ l’uso teorico della ragione ad avere immaginato un mondo diverso dalla nuda  e fredda realtà, ed è la capacità di astrazione ad aver progettato un mondo migliore e più adatto alle minoranze, agli ammalati, ai deboli, alle donne e ai bambini.

Un mondo più umano, vivibile, per tutti quelli che si trovino nella  “naturale” incapacità di difendersi da soli rispetto alla  pesantezza della vita, sempre così  disumana, così aliena, così gelida, rispetto al calore che accende lo spirito.

Accettare la sfida della complessità del mondo

Mondolfo

Abbiamo una grande paura della complessità, e come gli struzzi ci rifugiamo in una cieca semplificazione. Non deve sorprenderci eccessivamente, l’incapacità del cosiddetto mondo libero e civile nell’accogliere i profughi ed i migranti. Essi pongono un problema  inedito al concetto di giustizia e di sentimento morale tradizionale. Impongono la veloce risoluzione di due conflitti. Uno di ordine etico ed un altro di ordine dimensionale, filosofico. Due incombenze troppo grandi per le istituzioni di ogni ordine e grado.

Da quanto esiste il pensiero critico, sappiamo che giustizia e potere, etica e necessità,  insieme non possono stare. Il sentimento di pietà, compassione, accoglienza, tolleranza, si scontra inderogabilmente con la necessità di controllare il territorio, dissuadere i nemici e le loro minacce.

Sino ad ora siamo usciti dalla contraddizione tra sentimento morale ed uso della forza, fuggendo dalla complessità  e cercando rifugio in piccoli contesti più facili da gestire. Si è scelta una piccola scala, una piccola dimensione della compassione, della accoglienza, della giustizia.

Se possiamo accontentarci di essere giusti, onesti, tolleranti con noi stessi, o le nostre famiglie, i nostri villaggi, allora possiamo scatenare le nostre forze  verso i nostri nemici, contro i nemici delle nostre famiglie o dei nostri villaggi. Il paradosso si scioglie. Ma se allarghiamo la giustizia e il sentimento morale alla nazione siamo già in difficoltà e troviamo grandi contraddizioni.

Il debito pubblico, la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, le furberie, il clientelismo e il nepotismo, sono forme di fuga dalla complessità del problema nazionale della giustizia.  Nessun paese al mondo è libero dalla contraddizioni, perché nessun paese sfugge alle contraddizioni con cui guardiamo ed affrontiamo i problemi.

La vile fuga dalla realtà

Se estendiamo il perimetro di applicazione alle altre nazioni, ci accorgiamo di perdere totalmente il controllo e di non possedere una visione decente dei fatti. Non abbiamo sufficiente immaginazione per rappresentare davanti a noi una idea di mondo in cui sia possibile essere accoglienti, tolleranti, giusti, onesti, pietosi con tutti.

Da questo derivano i confini, gli stati, gli eserciti e le guerre, dalla incapacità materiale di comprendere e gestire la grande complessità. Le tensioni internazionali derivano da una forma di inettitudine e viltà  morale, che impedisce di pensare il mondo come ad unico grande organismo. Un mondo bisognoso di armonia per riflettere su tutti un benessere duraturo e stabile.

La semplificazione introdotta dai tiranni, dalle ideologie, dai populisti, tre aspetti spesso interdipendenti ed intercambiabili, è capace di sedurre le menti e ricevere grande consenso, proprio perché aiuta a fuggire dalla spaventosa complessità del mondo.

L’urgenza della semplificazione è così una espediente ingenuo, il sintomo di una forma dissociativa dai fatti, che pensa di poterne sfuggire il peso rifiutandosi di guardarli per quello che sono.

Una forma di viltà che scappa dalle decisioni, vorrebbe rifugiarsi in un passato improponibile, e lasciare alla future generazioni, il peso di decisioni che non ha saputo affrontare.

 

L’ analfabetismo funzionale post moderno

Sole che attraversa l' oscurità

Dicono alcune statistiche che oltre il 70% degli italiani sia vittima del cosiddetto analfabetismo funzionale. Si tratterebbe di un dato drammatico, di difficile misurazione diretta, ma che emerge con chiarezza dal generale bisogno di semplificazione della realtà.

L’analfabeta funzionale non è incapace di scrivere, leggere o far di conto, cioè non è un analfabeta strumentale.

E’ un individuo figlio della debolezza e della “liquidità” culturale del nostro tempo, costruita sulla velocità, l’emotività, l’immediatezza. Modelli relazionali e rappresentativi, costruiti su una fitta ma leggerissima rete di relazioni interpersonali  in cui non vi è spazio alcuno per la riflessione, l’approfondimento, la ricerca dei significati.

Gli strumenti della comunicazione sociale, contatti reali sempre più sporadici e rarefatti, la paura stessa della complessità della realtà, spingono masse enormi di individui a rifugiarsi nella semplificazione.

I pericoli della semplificazione emotiva

La semplificazione toglie voce al discorso, che da millenni rappresenta il vertice speculativo con cui la mente si pone in contatto con le cose. In fondo ciascuno possiede solo ciò che del mondo riesce a raccontare agli altri e a se stesso.

L’articolazione organica del pensiero è l’atto creativo con cui lo spirito umano interpreta, gestisce e controlla la sua vita. L’ analfabetismo culturale è l’inibizione più o meno spinta di questa essenziale funzione della ragione.

L’analfabeta  funzionale ascolta, guarda, vede, sente, ma ha grandi problemi di ricostruzione intellettuale di ciò che ha visto e sentito. In conseguenza di questo possiede una elementare elaborazione del vissuto che lo costringe a vivere prigioniero della sua debolezza cognitiva e culturale.

La cultura è arte e tecnica mentale della rappresentazione, della cronologia, della dislocazione spazio temporale degli eventi e della fitta rete di implicazione reciproca.  Rete che lega gli eventi costruendo davanti ai nostri occhi quella che cosa chiamata realtà.L’analfabeta funzionale sostituisce la tecnica della rappresentazione mediata, riflessa, dislocata, tipica del discorso e della narrazione, con quella immediata della emozione e degli istinti.

Egli è preda degli istinti e delle emozioni, che possono essere certamente anche nobili e positivi. Ma senza la giuda dell’intelletto gli istinti e le emozioni possono facilmente deviare verso la negatività, contribuendo a costruire presso l’immaginario collettivo degli analfabeti, quella situazione di allarme permanente.

L’allarme sociale permanente, che ha purtroppo anche basi oggettive, è verosimilmente alimentato dal fenomeno dell’analfabetismo.

Per migliorare la propria vita e quella degli altri occorre migliorare se stessi e la propria cultura. Di questo abbiamo bisogno: di uscire dal vicolo cieco della semplificazione e dell’emotività. Ne abbiamo bisogno più della crescita, dei patti di stabilità, o delle promesse a buon mercato per tutti.