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Il dovere di essere eretici

Ad ogniuno la sua strada

Oggi più che mai, nell’era della massificazione e della omologazione culturale, essere eretici è divenuto  un dovere morale oltre che un tratto distintivo della dignità personale. Eretici, come molti sanno, non significa in senso religioso essere blasfemi e apostati, o in senso laico irriguardosi del costume e licenziosi rispetto ad ogni regola comportamentale.  Eretici secondo l’etimologia, significa essere indipendenti, autonomi, rispetto alla propria  cornice di valori e di regole che li sorreggono.  Le regole sono per l’uomo, e non l’uomo per le regole.

Essere eretici è  rischioso.  Ogni forma di potere è fondato soprattutto sull’intimidazione, la facoltà di esporre a pubblico ludibrio coloro che siano fuoriusciti dai canoni e dai vincoli stabiliti. Il dovere di essere eretici, non riguarda  il disprezzo delle regole vigenti nel proprio contesto sociale o culturale, così come non riguarda il gusto sottile di ribellarsi per per un piacere fine a se stesso.

Il dovere di essere eretici  riguarda la dignità, riguarda la possibilità di contribuire al bene comune. Solo le persone davvero libere dagli schemi, dalla rigidità delle regole, possono essere davvero giuste, oneste e responsabili. Perché credono nei propri valori al punto da  poterli sottoporre a continuo giudizio critico.

Il dissenso misura la solidità dei propri valori

Il rigido rispetto delle regole può produrre molti più danni della assoluta anarchia.  I peggiori genocidi della storia sono stati svolti in maniera impeccabile dal punto di vista dell’obbedienza delle regole e delle gerarchie. I popoli più propensi all’obbedienza ed al rispetto delle leggi si sono dimostrati i più pericolosi. Crede nei propri migliori valori solo chi sa rimetterli ogni volta in discussione.

Spesso il destino delle persone si contrappone al rispetto delle regole. Chi ama le leggi e le regole più dei propri simili ama più la sicurezza che la giustizia, che si coniuga solo con la libertà. E’ il tipico profilo dei servi,  non certo dei cittadini, degli uomini liberi e responsabili.

Ogni forza politica, ogni struttura sociale, ogni organizzazione professionale che si affida al rigido rispetto delle norme si trova nella sua fase discendente, nel suo manifesto declino. Al contrario, il simbolo più efficace di rilancio è la concessione di autonomia, di indipendenza, di responsabilità.

L’indipendenza reciproca tra i poteri dello stato è l’essenza della democrazia. L’ autonomia dal vincolo di mandato dei parlamentari ribadisce la centralità del potere legislativo. La  flessibilità dell’orario di lavoro è sintomo di efficienza professionale. Una sufficiente autonomia dei giornalisti rispetto alla linea del proprio editore è indispensabile per la libertà di stampa che sostiene le liberal democrazie.

L’uso della ragione e del discernimento nasce solo come atto di ribellione, e non come gesto di sottomissione ed obbedienza. Si diventa uomini nel momento in cui si diventa capaci di dissentire, se necessario,  da chiunque. Dissentire dai propri maestri, dai propri padri. Quando si diventa capaci di contraddire persino i propri valori e la propria storia.

 

Non siamo dominati dalla ragione

La ragione che comanda

La nostra epoca figlia del razionalismo e delle categorie di pensiero scientifiche, crede di poter tradurre ogni avvenimento nella sua formulazione consona alla ragione. Anche quando si pensa alle cose assurde, alle irresponsabilità, alla banalità del male, alla imponderabilità degli eventi, si pensa sempre ci sia comunque una causa che la ragiona prima o poi riuscirà ad individuare. Purtroppo l’esperienza storica e personale dimostra il contrario.

Pensando alle vittorie dei leaders populisti, pensando alla brexit, alla bufale sui complotti, pensando alla razzismo dilagante, alle discriminazioni, si cerca sempre una ragione dietro le rispettive fenomenologie, spesso cercando una spiegazione attingendo alla ragione e peggiorando la confusione. C’è un equivoco culturale dietro tutto questo, un errore di prospettiva, che attribuisce alla ragione un ruolo diverso da quello che occupa nello spazio reale dei comportamenti e dei giudizi.

Ragionare spesso si riduce ad analizzare i fatti, ma analizzare non significa entrare dentro i fatti e comprenderli, significa soltanto indagare la validità dei propri strumenti di riflessione, significa approfondire il metodo usato per studiare il mondo, ma su di esso ci dice sempre molto poco. Quello che vediamo e comprendiamo del mondo è ciò che scaturisce dalla nostra volontà, o meglio da una insieme di volontà, spesso sotterranee, inconsapevoli.

La nozione di colpa è più sfumata ed equivoca di quanto si vorrebbe

Le volontà sorgono dentro di noi e non sappiamo bene nemmeno perché. Siamo dominati dall’irrazionale, il nostro mondo interiore è per gran parte oscuro a noi stessi e ci spinge a compiere azioni o ad assumere atteggiamenti che solo successivamente sapremo giudicare in base ai nostro modelli ed alla nostra sensibilità. La vita delle persone buone è piena di rimorsi scaturiti dal potere sempre tardivo della coscienza di valutare a posteriori, mai  prima, il valore morale delle  scelte.

Siamo fatti così, siamo soliti dire di noi stessi quando ripetiamo sempre gli stessi errori, quando trattiamo male che non lo merita, quando tendiamo a sopraffare i deboli, quando ci disinteressiamo di chi aveva bisogno di noi.

“Vedo il bene e lo approvo, ma faccio il male. Sicché io non faccio il bene che vorrei, ma il male, che non vorrei”.

Questo ha scritto San Paolo, una delle figure di maggior peso, più luminose nella storia del cristianesimo, il punto di contatto tra la religiosità orientale cristiana, e la cattolicità greca e romana successiva.

Le volontà sorgono in noi spesso fuori controllo. I criteri di valutazione della responsabilità penale introdotte dal diritto sono un tentativo di protezione delle vittime da tutti i possibili reati futuri, ma non potranno mai essere una legittima forma di punizione delle effettive colpe compiute dai condannati.

La giurisprudenza cerca di dissuadere il male non ancora compiuto creando dei contro-moventi che sconsiglino la sua attuazione, che lo rendano sconveniente.

Nessuna forma di giurisprudenza può legittimarsi come interprete assoluta della giustizia, che riguarda il giudizio di merito sui contenuti degli atti morali compiuti dagli uomini. Anche da questo deriva l’inaccettabilità della pena capitale.