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Il desiderio di infinito che portiamo nel cuore

il desiderio

Il desiderio: tutti ne parlano, ma qual’è il suo significato profondo? Può capitare di chiedersi cosa ci sia dietro quella spinta irresistibile che ci induce ad esigere con intensità prossima al dolore una persona, un successo, , qualunque cosa divenga l’oggetto dei nostri sogni.

Già nell’etimologia, de-sidera rimanda alle stelle, agli astri, e nel desiderio si nasconde quel bisogno di infinito che contraddistingue l’essere umano come se si sentisse a casa solo nel cielo, tra gli astri e la loro sublime bellezza. Tra il desiderio, inteso spesso in maniera morbosa e riprovevole, e il cielo come luogo ideale della perfezione e della grazia, vi è immediata e duplice interdipendenza.

Molte tradizioni insegnano a dominare il desiderio come se esso fosse il principale freno della perfezione e della gioia, ma i due poli si determinano e si misurano a vicenda, in un rapporto dualistico in cui nessuno esiste senza l’altro. Questa  dicotomia, tipica delle tradizioni medievali, è insufficiente per cercare di approfondire l’origine del desiderio stesso. Per andare alla radice della questione e risponde alla domanda iniziale, occorrono altre discipline, altre strutture di pensiero, altre categorie di indagine.

La filosofia insegna che la libertà è una azione di annientamento di sé, è l’atto in cui ci si annulla  (Jean Paul Sartre). Per poter essere liberi occorre rinunciare al proprio essere determinato dall’istante precedente e dalla somma delle loro cause  per tuffarsi una esperienza inedita e sconosciuta. La filosofia chiama tutto questo come un passaggio nel nulla, il niente che l’uomo, nell’intimo della sua coscienza, percepisce come l’origine profonda di sé e di tutte le sue angosce.

Ogni paura è in fondo un surrogato dell’angoscia primordiale, basata sulla percezione del proprio niente, del proprio nulla, e del ritorno a questo nulla e a questo niente, che incombe su ciascuno come spada di Damocle, che polarizza ogni nostro altro orizzonte, ogni nostra altra attenzione.

La libertà fa paura, a tutti, sempre. L’angoscia della libertà è l’angoscia del niente, ma per poter vivere, per poter andare avanti, l’uomo ha continuamente bisogno di piccolo o grandi risultati tangibili, di piccole o grandi vittorie basate su un qualche cosa di oggettivo che lo distolga dall’angoscia del suo niente. Nel calcolo matematico esiste un’unico valore capace di strappare al nulla una quantità reale, e questo è l’infinito.

Ogni desiderio è desiderio di infinito, in cui per scappare dal niente si cerca di perdersi nella speranza di un tutto. La forza irresistibile del desiderio è commisurata alla posta in palio che si prefigge di raggiungere, e cioè l’infinito, la dimensione totale dell’essere e della comprensione delle cose. Anche per questo il suo fine è irraggiungibile in questa vita, in cui la finitudine, la dimensione piatta, numerica, quantificabile, mal si concilia con il cielo, con la sete perpetua di infinito a cui il desiderio sempre, implicitamente rimanda.

Ogni ambizione umana parte dunque dal bisogno di superare l’angoscia primordiale, e sembra destinata a fallire se misurata con le categorie di calcolo e di pensiero del nostro presente. Nulla sarà mai sufficiente, nessun risultato, nessuna impresa, nessun amore, saranno mai paragonabili alla sete di totalità che il desiderio prevede.

Anche questo è il peso di vivere, anche questo è il fardello dell’essere che ci portiamo costantemente dietro, e che con mirabile intuizione ha espresso un grande poeta:

“Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo…”

(Fernando Pessoa)

Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

La speranza è un sentimento legittimo

La speranza

La speranza non è  un sentimento futile e screditato dagli eventi sfavorevoli. La speranza è un sentimento più che legittimo, a cui gli uomini si rivolgono per attingere il meglio delle proprie energie, il meglio delle proprie forze, il meglio di se stessi. Sperare il bene non riguarda solo lecite aspettative sul destino, sul futuro benevolo. Sperare è un sentimento interiore, che si rivolge legittimamente verso se stessi.

La speranza non riguarda quel che succede solo nel mondo, ma riguarda il diritto di aspettare da se stessi una realtà psicologica e spirituale in divenire. Riguarda il diritto di attendersi di essere migliori, migliori di quanto sembriamo, o di quanto realmente, attualmente siamo. Ogni uomo non è quel che fa. Ogni uomo non è le sue azioni, ma ogni uomo è quel che sa sperare per se stesso e per gli altri. Per le persone che ama.

Noi non siamo le nostre azioni. Le nostre azioni sono frutto della nostra identità. Ma noi non siamo la nostra identità, e proprio per questo siamo liberi. Proprio in questo consiste la libertà, nella facoltà di non essere vincolati al principio di identità, ma di essere sempre distanti, sempre in divenire, sempre in fuga, rispetto a quel che siamo. Le nostre gesta sono vincolate alla nostra identità. Facciamo quel che siamo.

Per nostra fortuna noi non siamo “solo” noi stessi. Per l’uomo il principio di identità “io uguale me” non vale. Tra l’io e il me c’è distanza, e nessuno è la persona che vorrebbe essere. Non è un incidente esistenziale, è la semplice manifestazione di quello che chiamiamo libertà. O che chiamiamo comunemente anima. Noi non siamo quel che facciamo semplicemente perché tra azione e identità vi è stretta conseguenza, come per gli animali, come tutto quello che avviene in natura.

La distanza tra l’io e il me, la distanza esistenziale la nostra identità e quello che vorremmo essere è la manifestazione eloquente della nostra libertà. Pertanto ogni uomo non è quello che fa, che è la stessa cosa che dire che “è quello che è”. Ogni uomo non è le sue azioni, naturalmente conseguenti alla sua identità, ma ogni uomo è il suo divenire, la sua speranza, il suo futuro, la sua traiettoria esistenziale più profonda.

Ogni uomo appartiene al suo essere naturale solo nel tempo passato. Nel tempo presente ogni uomo fronteggia la sua identità, e la oltrepassa definitivamente nel suo tempo futuro. Il tempo, in quando fenomeno naturale, funge da piedistallo al fenomeno sovrannaturale della libertà. Il tempo ci permette di sperimentare i nostri possibili, le nostre possibili identità future, ancora da sperimentare, ancora in divenire.

Quindi la speranza è un sentimento legittimo, è la tensione esistenziale verso il nostro migliore modo futuro di esistere, è come se la nostra anima cogliesse la sua legittimazione, la sua credibilità, nella traiettoria temporale protesa verso il futuro, liberandosi magicamente dalle scorie del passato.

Questo è il motivo per cui la speranza come sentimento legittimo si coniuga necessariamente con il perdono, con la tolleranza, con l’accettazione e l’accoglienza. Se ogni uomo beneficia del diritto di sperare come sentimento di proiezione verso il suo futuro, ogni uomo ha il diritto di essere perdonato per il male che commette conformemente alla sua natura presente.

Ogni uomo deve perdonare i suoi simili per permettere ai suoi simili di giungere ad essere quel che ancora non sono, e che sono chiamati ad essere, dalle loro più profonde speranze.

Il significato della colpa

Il significato della colpa

Eccoci al tema principale della coscienza, il senso, il significato della colpa. Ciascuno nel suo cuore cerca la pace, ma deve confrontarsi in ogni istante con il conflitto. L’antagonismo che regge la personalità pone a confronto le scelte della volontà con il giudizio della coscienza. Nessuno è mai la persona che vorrebbe essere, e la coscienza chiede un alto prezzo a tutto questo, il prezzo della colpa. Ci sentiamo in colpa, inadeguati, incompleti, per una infinità di motivi diversi, sia si tratti di rimorsi che di rimpianti. Occorre indagare il senso, il significato, di tutto questo.

La competizione del nostro tempo in particolare, avvelena l’anima tramite il miraggio del successo, creando di fatto le condizioni per far sentire tutti dei falliti.

Il rimorso resta ancora più grave e insidioso del rimpianto, ci chiedo conto di scelte di cui ci vergogniamo ma di cui non abbiamo una spiegazione, come se la volontà salisse misteriosamente in noi da una origine sconosciuta e distruggesse ogni possibilità di azione libera e consapevole.

“L’uomo non è padrone nemmeno a casa sua”,

scriveva Freud intendendo per “casa” la sua stessa personalità.

Il mistero della volontà libera, si scontra in modo irriducibile con la nozione culturale della colpa.  Il significato della colpa varia nel tempo e nella geografia. Uccidere uno schiavo non era male fino a pochi secoli fa, mentre una relazione carnale tra due persone dello stesso sesso comporta ancora oggi la pena capitale in diverse nazioni del mondo.

Il significato della colpa dipende dal contesto, dal comune sentire, dai miti, dalla somma dei miti che appunto costituisce la cultura. La coscienza non è mai una fonte sicura per misurare la colpa, e ci si può rovinare la vita per rimorsi verso piccole cose, così come si possono commettere crimini consigliati proprio dalla “buona” coscienza.

Tra volontà libera e giudizio della coscienza non vi è mai pace.

Il senso di colpa è il vero peso sul cuore, il rumore di fondo  che svilisce ogni concerto, ogni sinfonia, ogni nostra poesia interiore. Un dolore a cui si fatica a conferire un senso, un significato.

Il dolore della colpa precipita nell’inconscio, nella parte occulta, irrazionale, per riemergere sotto forma di disturbi di ogni genere, ma soprattutto sotto forma di odio verso il mondo esterno. Il senso della colpa, il suo significato, si riflette nell’odio per gli altri.

L’odio antisociale trae soprattutto origine da qui,  dal tentativo di rimozione, dalla battaglia per cercare di sopprimere la colpa. Ogni motivazione logica e plausibile per giustificare l’odio verso soggetti sconosciuti che spesso non ci hanno ancora fatto nulla di male è solo un pretesto, un espediente, il più sublime escamotage per cercare di sopportare il disprezzo occulto verso se stessi.

Tutto ciò che per ignoranza, superstizione, immaturità spirituale, accresce il senso di colpa, fornisce i peggiori pretesti ai demagoghi, alla cattiva politica, sempre pronta come insegnava Aristotele a

“Scagliare la folla contro un bersaglio, per dominarne l’anima tramite il controllo della paura, della rabbia e dell’odio, che restano le emozioni di base per plagiare i popoli”.

Proprio per questo la più meritevole azione morale che si possa compiere deve essere finalizzata a ridurre i sensi di colpa. Occorre allentare la corda dell’arco del cuore, sempre teso, sempre pronto a scagliare le sue frecce avvelenate nella propria vita e in quella degli altri. Per questo è così importante sapersi perdonare e aiutare gli altri a perdonarsi.

E’ in paradiso, cioè vive nella gioia, chi sa perdonare se stesso e gli altri. Vive all’inferno, cioè disperato, chi non ha ancora imparato a farlo.

Contraddizioni e significato dei nostri valori

contraddizioni

Tutta la vita è un continuo tentativo di superare le contraddizioni poste sul nostro cammino, perché ogni cosa, ogni aspetto vitale è attraversato dalle contraddizioni. Occorre quindi comprendere il significato delle contraddizioni e trasformarlo in risorsa di crescita e soluzione dei problemi. Più il fenomeno in gioco è profondo e complesso, più la posta in palio nelle questioni è alta, e più se colgono gli aspetti ambivalenti e contraddittori.

La nostra esperienza di vita ci dice che noi stessi siamo  una contraddizione. La nostra biologia nasce in coerenza con i fenomeni naturali, ma anche nella totale negazione degli stessi.  Siamo vivi in conseguenza delle leggi della chimica e della fisica, ma siamo anche vivi nella decisa negazione di quegli stessi principi. Criteri che indurrebbero al caos e al ciclo dell’azoto, a renderci un fertilizzante, e non certo alla crescita tumultuosa delle facoltà elettive, della ragione, dell’arte, della spiritualità. Il corpo è l’espressione dell’anima e l’anima è l’espressione del corpo, eppure si negano, si ostacolano, a vicenda.

Le contraddizioni sorgono nella ragione. E’ nella funzione della ragione umana che ci si accorge quanto i propri valori, specie quelli più alti, possano avere significato contraddittorio. La giustizia si oppone al potere, c’è contraddizione tra istinti e sentimenti, tra ragione e sentimenti. C’è contraddizione persino tra intelletto e ragione, tra logica e razionalità. Più una persona è matura, e più ha dovuto attraversare più volte il significato della contraddizione, e meglio comprenderà quanto si sta affermando.

La dialettica per superare le contraddizioni

Dunque ogni tema, ogni mito, ogni valore, vive le sue contraddizioni, e dal modo come le gestisce misura la sua qualità. E’ una totale contraddizione ad esempio la morale, che vede nell’assassinio il suo massimo ostacolo. Vale certo la pena soffermarsi su questi significati. L’assassinio di massa che avviene nelle guerre, è il motore della storia e della civiltà. La nostra Carta Costituzionale ripudia la guerra ma è stata scritta solo dopo tre guerre di indipendenza e due guerre mondiali. Le costituzioni degli altri paesi del mondo sono scaturite da rivoluzioni sanguinose e terribili. Tutta la retorica istituzionale, ne cura coscienziosamente l’elaborazione e l’utile collocazione nella memoria storica.

Contiene contraddizioni la cristianità, che venera un Dio bambino, fatto di debolezza e fragilità, un Dio-uomo che  frequentava i maledetti dagli uomini e dalle leggi civili e religiose. Quella stessa religione ha dovuto cercare il potere, la forza, la solidità, e si è riaffidata alle regole, ai precetti. La più grande contraddizione attraversa l’opposizione irriducibile tra religione e fede.

E’ in contraddizione il diritto, che cavalca una necessariamente semplicistica e riduttiva nozione di giustizia, accontentandosi di circoscrivere i crimini e disincentivarli. Uno dei suoi motti più famosi recita: “Il massimo del diritto produce il massimo della ingiustizia”.

E’ in contraddizione l’economia, che è solo una forma di guerra a bassa intensità apparente, in cui i commerci, i dazi, i protezionismi, la proiezione di potenza basata sulla deterrenza e la credibilità, rappresentano il principale criterio di successo. Un successo spesso basato sul fallimento degli altri, come esibisce chiaramente la libera concorrenza. Anche questo merita riflessione sul significato della contraddizione.

E’ contraddittoria anche la nostra nozione di libertà, che nel nostro modo di intendere passa per una eccedenza di volontà, di ambizioni, di desideri, di appetiti, di aspettative. Condizioni che creano una volontà oppressiva proprio verso chi la esprime, sino a togliergli la libertà. Siamo schiavi di quel che vogliamo, siamo schiavi della nostra eccedenza di libertà che si chiude su se stessa sino ad esaurirsi nel nulla.

Superare le contraddizioni è l’arduo compito della ragione e della sua suprema arma: la dialettica. Etimologicamente dialettica significa “arte di attraversare gli opposti”. Essere ragionevoli significa essere saggi, comprendere la storia, comprendere il presente. Dare un significato alla storia ed al presente, dare un significa alla morale, al diritto, alla religione, alla democrazia. Senza la ragione, tutte questi fondamentali valori si presenterebbero solo in forme contraddittorie,  inutili, e anche molto pericolose.

Il dovere di essere eretici

Ad ogniuno la sua strada

Oggi più che mai, nell’era della massificazione e della omologazione culturale, essere eretici è divenuto  un dovere morale oltre che un tratto distintivo della dignità personale. Eretici, come molti sanno, non significa in senso religioso essere blasfemi e apostati, o in senso laico irriguardosi del costume e licenziosi rispetto ad ogni regola comportamentale.  Eretici secondo l’etimologia, significa essere indipendenti, autonomi, rispetto alla propria  cornice di valori e di regole che li sorreggono.  Le regole sono per l’uomo, e non l’uomo per le regole.

Essere eretici è  rischioso.  Ogni forma di potere è fondato soprattutto sull’intimidazione, la facoltà di esporre a pubblico ludibrio coloro che siano fuoriusciti dai canoni e dai vincoli stabiliti. Il dovere di essere eretici, non riguarda  il disprezzo delle regole vigenti nel proprio contesto sociale o culturale, così come non riguarda il gusto sottile di ribellarsi per per un piacere fine a se stesso.

Il dovere di essere eretici  riguarda la dignità, riguarda la possibilità di contribuire al bene comune. Solo le persone davvero libere dagli schemi, dalla rigidità delle regole, possono essere davvero giuste, oneste e responsabili. Perché credono nei propri valori al punto da  poterli sottoporre a continuo giudizio critico.

Il dissenso misura la solidità dei propri valori

Il rigido rispetto delle regole può produrre molti più danni della assoluta anarchia.  I peggiori genocidi della storia sono stati svolti in maniera impeccabile dal punto di vista dell’obbedienza delle regole e delle gerarchie. I popoli più propensi all’obbedienza ed al rispetto delle leggi si sono dimostrati i più pericolosi. Crede nei propri migliori valori solo chi sa rimetterli ogni volta in discussione.

Spesso il destino delle persone si contrappone al rispetto delle regole. Chi ama le leggi e le regole più dei propri simili ama più la sicurezza che la giustizia, che si coniuga solo con la libertà. E’ il tipico profilo dei servi,  non certo dei cittadini, degli uomini liberi e responsabili.

Ogni forza politica, ogni struttura sociale, ogni organizzazione professionale che si affida al rigido rispetto delle norme si trova nella sua fase discendente, nel suo manifesto declino. Al contrario, il simbolo più efficace di rilancio è la concessione di autonomia, di indipendenza, di responsabilità.

L’indipendenza reciproca tra i poteri dello stato è l’essenza della democrazia. L’ autonomia dal vincolo di mandato dei parlamentari ribadisce la centralità del potere legislativo. La  flessibilità dell’orario di lavoro è sintomo di efficienza professionale. Una sufficiente autonomia dei giornalisti rispetto alla linea del proprio editore è indispensabile per la libertà di stampa che sostiene le liberal democrazie.

L’uso della ragione e del discernimento nasce solo come atto di ribellione, e non come gesto di sottomissione ed obbedienza. Si diventa uomini nel momento in cui si diventa capaci di dissentire, se necessario,  da chiunque. Dissentire dai propri maestri, dai propri padri. Quando si diventa capaci di contraddire persino i propri valori e la propria storia.

 

L’arte retorica e persuasiva dei populisti

Che cosa è un populista?

E’ sotto gli occhi di tutti come una parte cospicua della lotta politica dei nostri tempi, si combatta nella retorica della propaganda,  cavalcando la rabbia e la paura. Del resto paura e rabbia sono strettamente connesse e la prima conduce facilmente alla seconda. Tuttavia, a prescindere dalle oggettive situazioni difficili e preoccupanti, manovrare la rabbia non è mai casuale, e fa parte di uno schema persuasivo noto sin dalla retorica greca.

Lo schema della retorica si basa sempre su gradi progressivi. Si inizia guadagnando la fiducia degli ascoltatori fornendo loro argomenti facilmente condivisibili. Si cerca di far identificare progressivamente il pubblico nelle ovvietà. Si descrivono cose facilmente riconoscibili come belle e le si definisce belle, si descrivono poi cose facilmente riconoscibili come brutte e le si definisce brutte.

Dalla ovvietà si passa alla giustizia stuzzicando i nervi scoperti degli ascoltatori in base ai loro bisogni, alle loro preoccupazioni. Si va in val Susa a sottolineare i rischi dell’alta velocità, si va nelle zone dove più alta è l’evasione e si critica Equitalia, si va nelle città del sud e si critica l’assenza dello stato. Conquistata la fiducia si passa a solleticare l’ira.

Si offrono al pubblico bersagli facili e  sicuri, come gli immigrati, oppure gli statali, le banche, le multinazionali. E’ relativamente semplice aizzare la popolazione contro nemici perfetti, oscuri, distanti, diversi. La paura sottostante trova nell’ira il suo sbocco ideale opportunamente guadagnato dalle tecniche retoriche.

La persuasione è tanto più grande quanto più assurdi i suoi contenuti

Scatenata la rabbia si è ottenuto il controllo delle emozioni, e si è ormai all’interno del fenomeno persuasivo. Il passaggio successivo della rabbia è l’odio, e quello successivo il dolore, la sofferenza. La persuasione si perfeziona quando si offre una opportunità apparentemente concreta per porre fine al dolore nato dalla paura e veicolato dalla rabbia.

La persuasione si perfeziona quando l’oratore viene accolto come rimedio del dolore, come liberatore delle frustrazioni, come terapia del male. Più l’oratore si presenta con formule e contenuti assurdi  e più forte sarà il vincolo della suggestione che si instaura col pubblico.

E’ per questo che occorre avere fiducia nella vita, avere speranza, essere comunque ottimisti e positivi. E’ per questo che occorre non ascoltare le cassandre ed i profeti di sventura.  Le loro profezie oltre che sgradevoli, non sono mai innocenti. Non ascoltarli e pensare positivo, oltre che una sana abitudine, è un dovere morale  per restare uomini liberi,  senza il bisogno di  odiare per conto terzi.

Il principio olistico e l’idea dello spirito

Principio olistico

Spesso le persone credono che tutto ciò che concerne lo spirito sia qualcosa di astratto, privo di concretezza e significato pratico. Al contrario ci si concentra, e anche troppo, sulle questioni cosiddette contingenti.  Si tratta di un ingenuo errore di percezione, scaturito dall’eccessiva fiducia nei nostri sensi, e scarsa attitudine all’esercizio della intuizione.

Lo spirito  proviene da altri mondi e non attiene al sovrannaturale. Già nel linguaggio si parla di spirito di squadra, spirito di competizione, spirito di appartenenza e via dicendo.

Lo spirito è l’idea che presuppone e anticipa i significati espressi dalla realtà, e ne costituisce la sintesi più alta e più autentica. Lo spirito è più vero delle cose che da esso prendono forma e significato.

Per semplificare la questione con esempi concreti, di solito ci si rivolge al principio olistico, secondo cui ogni cosa è di più, vale di più, contiene ed esprime di più, della somma delle sue singole parti. Una torta è un qualcosa di più buono ed intrigante, che non quanto ci si aspetterebbe dalla somma dei suoi singoli ingredienti. Se ciò è vero per le torte, a maggior ragione è vero per i congegni complessi. Una automobile ha una sua anima, una sua idea alla radice della sua forma, un suo progetto, che nella somma dei suoi singoli componenti non troverebbe riscontro diretto.

Anche una autovettura, in base la principio olistico, è di più della somma della parti meccaniche, del motore, delle parti elettriche, e della carrozzeria. Anche l’automobile ha una sua anima, come ogni appassionato automobilista sa molto bene.

Lo spirito che anima la vita

Il principio olistico è chiaro e potente quando parla di cose inanimate, prive di vita. A maggior ragione esso entra pesantemente in gioco in tutti i fenomeni naturali. Piante ed animali, sono “animati”   da un progetto di vita, che è molto più  ricco, intrigante e misterioso, della chimica e della biologia che li studia e li classifica nelle rispettive sembianze materiali.

Tuttavia è nelle persone, negli esseri umani, che il principio olistico tocca il suo vertice. Ciascuno vive in un corpo, abita un corpo da cui misteriosamente sorge la sua identità e la sua personalità, in base alla più alta e spettacolare manifestazione del principio della complessità. Nessuna scienza e nessuna religione, ha ancora minimamente scalfito il mistero della volontà e della libertà che trovano nell’uomo una dimensione sconosciuta in ogni altro fenomeno naturale.

Noi non siamo il nostro corpo. Il corpo è manifestazione di un progetto di vita, ma il corpo per suo conto, risponde alle leggi della fisiche della natura secondo criteri di causa ed effetto, stimolo e risposta, azione e reazione. Il corpo, al pari del regno animale, reagisce e non agisce, non ha alcuna indipendenza dalle forze naturali che pure lo hanno strappato al principio del caos a cui tende il mondo fisico.

Il corpo ha generato un sistema nervoso, e questo una corteccia cerebrale che ha prodotto la psiche che ha sua volta genera e manifesta il riflesso della sua idea più intima.

Il progetto di una libertà, di una volontà, scaturite da oggetti materiali e inanimati, da fenomeni fisici che non conoscono alcuna dimensione libera e volitiva. E’ questo il più grande mistero dell’universo, il principio olistico che crea l’idea spirituale, misteriosa ed inspiegabile, della libertà.

 

 

 

I nomi della nostra anima

Tramonto

C’è oggettiva difficoltà nel determinare dove finisce il corpo ed inizia l’ anima. Sappiamo che tra la felicità e la salute fisica esiste una vicendevole e stretta relazione causale.

Il materialismo in auge, vorrebbe convincerci che lo spirito sia una illusione, e che esista con certezza solo la corporeità.

Un materialismo figlio dei retaggi culturali del nostro tempo, alimentato anche dalla scienza che studia i fenomeni naturali in cui è preclusa l’esperienza della libertà. I processi spirituali dell’autocoscienza e della libertà non trovano alcun riscontro nel mondo fisico. Eppure ogni giorno facciamo esperienza delle difficoltà di affermare il valore della libertà come tratto imprescindibile dell’essere persone.

Se perdessimo la libertà perderemmo la nostra umanità. Un termine di immediata comprensione che non ha un corrispettivo materiale all’ altezza.

Noi non siamo il nostro corpo, questo è evidente ed ogni persona lo capisce. Semmai il corpo è espressione di quel che siamo, e mai il contrario. Il corpo a differenza dello spirito ignora il bene e il male. Il corpo sa solo discernere ciò che gradisce da ciò che non gradisce.

Conosciamo il riso, il pianto, l’urlo, l’adrenalina della trance agonistica. Conosciamo gli attacchi di panico, le crisi respiratorie, le tachicardie. La scienza è esperta di somatizzazioni, non certo di questioni inerenti allo spirito.

Conosciamo solo il riflesso somatico della nostra più profonda natura che è sempre immateriale.

Sappiamo curare solo parti del corpo, mai la persona nella sua integrità funzionale ed ancor meno lo spirito che la rende viva e che la anima. La salute del corpo dipende in larga misura dalla salute spirituale, ma attorno ad essa siamo a corto di termini adeguati. Possiamo nominare le cose attorno a noi ed argomentare gli oggetti che studiamo, ma le parole ci mancano proprio sulle questioni più profonde.

Tutti sanno cosa è un braccio, una gamba, un naso, ma se si chiedesse alle persone cos’ è l’ anima non saprebbero rispondere.

Lo spirito può essere intuito senza bisogno di specifiche definizioni. Già il linguaggio parla di spirito di avventura, spirito di squadra, intendendo l’essenza più profonda delle cose. Spirito come essenza ideale che coglie l’intero senza bisogno di analizzarlo nelle sue varie parti. Spirito secondo il “principio olistico”, l’intuizione che considera l’ essenza di ogni cosa in una idea che solo la mente riesce a cogliere in pieno, e che supera l’apparenza estetica della materia.

La cura dello spirito non contraddice l’occuparsi del corpo, ma anzi ne anticipa i mali.

Il nutrimento dello spirito riguarda il pensiero, la parola, la cultura, la letteratura, l’amore, la morale, l’autenticità, la verità.

La cura per l’anima riguarda i nomi che più gli appartengono e che si chiamano amore, fede, arte, poesia, letteratura, istruzione, conoscenza, libertà, etica, sacrificio.

Espressioni che attraversano il corpo ma lo superano. Toccano nel profondo quel misterioso mondo che ci costituisce. Talmente misterioso da non saperlo neanche chiamare per nome.