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Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

Democrazia incompiuta e fantasmi del passato

democrazia incompiuta

Riecheggia spesso nel dibattito sulla nostra storia repubblicana, la nozione di democrazia incompiuta. Proprio in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio del grande statista democristiano, Aldo Moro, può valer la pena riflettere sul legame profondo tra le tensioni, le guerre civili “fredde” o a “bassa intensità” che il nostro paese ha dovuto patire, rispetto alla incompiutezza del nostro percorso civile e democratico.

40 anni fa moriva Aldo Moro, e come dice suo figlio Giovanni “il suo fantasma ci perseguita ancora”. Il suo sangue, ci perseguita ancora come ci perseguita ogni sangue che scandisce sempre i momenti più drammatici della storia.  La nostra democrazia nasce nella guerra di liberazione, e subito dopo il suo insediamento, subisce enormi pressioni internazionali dovute alla guerra fredda: scatta il fattore K, l’impossibile alternanza, la democrazia è bloccata.

Poi gli scontri di piazza, poi gli anni di piombo, le brigate rosse. Il periodo in questione ha visto la morte di 450 persone e oltre mille feriti in circa 15 mila attentati. Ci sono a dir poco ombre anche da parte di pezzi dello stato.

Poi arriva la fase dei processi di “Mani pulite”,  e ne consegue la distruzione del quadro politico ereditato dalla seconda guerra mondiale.
Poi il berlusconismo e la nuova “guerra civile fredda”. Scontri istituzionali inediti, l’odio tra gli italiani viene alimentato tra chi è pro e tra chi è contro Berlusconi. Ora i “populisti” così definiti dai loro avversari, a loro volta considerati “vecchi”, “corrotti” e “superati”dai nuovi movimenti popolari.

Questo elenco non può né vuole essere una impossibile equiparazione tra questioni di gravità e qualità molto diverse. Tuttavia il filo conduttore tra i fenomeni descritti è la violenza, esplicita o implicita, spesso oscura, le cui trame non vengono mai definite una volta per tutte, con tutto ciò che questo implica sul piano della verità e dell’elaborazione degli avvenimenti presso il sentire comune.

La contrapposizione faziosa, pretestuosa, feroce, irriducibile, fa parte forse del nostro corredo antropologico. Un corredo che prevede lo scontro nascosto, fortunatamente nel recente senza vere rivoluzioni sanguinose vinte o perdute, ma al contrario striscianti, e quindi a loro modo comunque debilitanti per la salute del paese.

Lacerazioni sociali che spezzano il tessuto culturale, umano, politico, fratture in cui ogni fazione crede di essere nel giusto e si ritiene in doveroso diritto di giudicare l’altra corrotta e indegna. Questo accade nelle corporazioni professionali, accade tra aree geografiche, tra nord e sud, tra tifoserie sportive. Un retaggio che il passato rovescia sul presente e lo condiziona. La democrazia incompiuta deriva forse dall’incompiutezza di un vero processo di unificazione nazionale, qualcosa di fondamentale e che va ben oltre l’unità amministrativa e i confini politici.

I problemi sono molto profondi e sono figli del passato. Forse nessuna legge elettorale, nessuna legge sul conflitto di interessi, nessuna eliminazione dei vitalizi,  per quanto comprensibili e auspicabili, potranno mai sradicarli definitivamente.
Siamo un paese bellissimo, prospero, pieno storia, cultura, pieno di persone perbene. Ma la nostra repubblica non è mai stata davvero in pace.

La nostra democrazia incompiuta, è la diretta conseguenza del nostro incompiuto processo di pacificazione nazionale. Una mancata pacificazione che si manifesta come un fantasma, uno spettro che toglie il sonno, e che cerchiamo di esorcizzare nel comodo e vile alibi dell’odio e della paura verso gli stranieri.

Il problema raramente è fuori, molto più spesso è dentro, di qualsiasi processo si tratti. Nessuno, forse, mette davvero a repentaglio i nostri valori, la nostra integrità territoriale, la nostra incolumità personale. Forse è’ un autentico spirito di patria che ci manca. Quello spirito di patria conquistato da chi ha avuto il coraggio di regolare i conti con le proprie ombre, i propri errori , i propri fantasmi, riappacificandosi con la sua storia.

Il populismo di oggi è quello di sempre

populismo

Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Contraddizioni e significato dei nostri valori

contraddizioni

Tutta la vita è un continuo tentativo di superare le contraddizioni poste sul nostro cammino, perché ogni cosa, ogni aspetto vitale è attraversato dalle contraddizioni. Occorre quindi comprendere il significato delle contraddizioni e trasformarlo in risorsa di crescita e soluzione dei problemi. Più il fenomeno in gioco è profondo e complesso, più la posta in palio nelle questioni è alta, e più se colgono gli aspetti ambivalenti e contraddittori.

La nostra esperienza di vita ci dice che noi stessi siamo  una contraddizione. La nostra biologia nasce in coerenza con i fenomeni naturali, ma anche nella totale negazione degli stessi.  Siamo vivi in conseguenza delle leggi della chimica e della fisica, ma siamo anche vivi nella decisa negazione di quegli stessi principi. Criteri che indurrebbero al caos e al ciclo dell’azoto, a renderci un fertilizzante, e non certo alla crescita tumultuosa delle facoltà elettive, della ragione, dell’arte, della spiritualità. Il corpo è l’espressione dell’anima e l’anima è l’espressione del corpo, eppure si negano, si ostacolano, a vicenda.

Le contraddizioni sorgono nella ragione. E’ nella funzione della ragione umana che ci si accorge quanto i propri valori, specie quelli più alti, possano avere significato contraddittorio. La giustizia si oppone al potere, c’è contraddizione tra istinti e sentimenti, tra ragione e sentimenti. C’è contraddizione persino tra intelletto e ragione, tra logica e razionalità. Più una persona è matura, e più ha dovuto attraversare più volte il significato della contraddizione, e meglio comprenderà quanto si sta affermando.

La dialettica per superare le contraddizioni

Dunque ogni tema, ogni mito, ogni valore, vive le sue contraddizioni, e dal modo come le gestisce misura la sua qualità. E’ una totale contraddizione ad esempio la morale, che vede nell’assassinio il suo massimo ostacolo. Vale certo la pena soffermarsi su questi significati. L’assassinio di massa che avviene nelle guerre, è il motore della storia e della civiltà. La nostra Carta Costituzionale ripudia la guerra ma è stata scritta solo dopo tre guerre di indipendenza e due guerre mondiali. Le costituzioni degli altri paesi del mondo sono scaturite da rivoluzioni sanguinose e terribili. Tutta la retorica istituzionale, ne cura coscienziosamente l’elaborazione e l’utile collocazione nella memoria storica.

Contiene contraddizioni la cristianità, che venera un Dio bambino, fatto di debolezza e fragilità, un Dio-uomo che  frequentava i maledetti dagli uomini e dalle leggi civili e religiose. Quella stessa religione ha dovuto cercare il potere, la forza, la solidità, e si è riaffidata alle regole, ai precetti. La più grande contraddizione attraversa l’opposizione irriducibile tra religione e fede.

E’ in contraddizione il diritto, che cavalca una necessariamente semplicistica e riduttiva nozione di giustizia, accontentandosi di circoscrivere i crimini e disincentivarli. Uno dei suoi motti più famosi recita: “Il massimo del diritto produce il massimo della ingiustizia”.

E’ in contraddizione l’economia, che è solo una forma di guerra a bassa intensità apparente, in cui i commerci, i dazi, i protezionismi, la proiezione di potenza basata sulla deterrenza e la credibilità, rappresentano il principale criterio di successo. Un successo spesso basato sul fallimento degli altri, come esibisce chiaramente la libera concorrenza. Anche questo merita riflessione sul significato della contraddizione.

E’ contraddittoria anche la nostra nozione di libertà, che nel nostro modo di intendere passa per una eccedenza di volontà, di ambizioni, di desideri, di appetiti, di aspettative. Condizioni che creano una volontà oppressiva proprio verso chi la esprime, sino a togliergli la libertà. Siamo schiavi di quel che vogliamo, siamo schiavi della nostra eccedenza di libertà che si chiude su se stessa sino ad esaurirsi nel nulla.

Superare le contraddizioni è l’arduo compito della ragione e della sua suprema arma: la dialettica. Etimologicamente dialettica significa “arte di attraversare gli opposti”. Essere ragionevoli significa essere saggi, comprendere la storia, comprendere il presente. Dare un significato alla storia ed al presente, dare un significa alla morale, al diritto, alla religione, alla democrazia. Senza la ragione, tutte questi fondamentali valori si presenterebbero solo in forme contraddittorie,  inutili, e anche molto pericolose.

La democrazia diretta antica questione

La democrazia

La democrazia diretta è argomento politico attuale, questione ricorrente, tema che richiama la centralità della sovranità popolare. Una questione mai superata e sempre rievocata per celebrare la nascita stessa del concetto di democrazia. Molti possono essere gli esempi di democrazia diretta nella storia. Tra questi gli esempi più famosi nell’Atene di Pericle, nell’antica Roma, In India, durante la rivoluzione francese.

Oggi si usa questo termine come per contrapporlo alla democrazia rappresentativa in auge nelle liberal democrazie occidentali, come a rappresentarne il tentativo di superamento, vista l’eclissi del mito appunto liberal democratico, nel mondo intero. Si intende oggi, con democrazia diretta, la speranza di sostituirsi alle classi dirigenti accusate di essere diventate unicamente “caste” nemiche del popolo e del bene comune. La democrazia diretta quindi, come forma di rivoluzione incruenta che riconsegni al popolo il suo scettro usurpato dalla corruzione dell’intellighenzia.

La forma diretta della democrazia crea oggettivi problemi di partecipazione, equilibrio ed omogeneità in termini di accesso alle decisioni. Essa assomiglia fatalmente ad una questine per tribù, crea spontaneamente “cerchi magici”, piramidi di potere centrale e marginalità nei cittadini periferici. Genera oggettivi problemi inerenti alla parità di trattamento nella libera espressione della volontà. Nei casi e negli esempi storici riportati, greco, romano, francese, i partecipanti alle decisioni non erano certo membri del popolo ma comunque figure di primo piano, nobili, aristocratici, personaggi potenti.

Creare, regolamentare, i presupposti per una vasta partecipazione popolare diretta alle decisioni è questione alquanto complessa. Una questione che la modernità ha affrontato e negato, tramite la soluzione della democrazia rappresentativa.

La democrazia è giudizio popolare

La maggiore vicinanza dei cittadini rispetto al potere deliberativo non è affatto sinonimo di maggiore tutela dei loro interessi. Il popolo è solo una vaga evocazione spirituale, perché nella realtà esistono le masse, le folle, la gente. Esistono una variegata e confusa somma di interessi particolari e contrapposti, disparità culturali ed economiche significative. In democrazia, tre persone mediocri metterebbero in minoranza due premi nobel, tanto per essere chiari. La democrazia diretta è un metodo spericolato di utilizzo della sovranità, e piaceva tanto, guarda caso, a Karl Marx.

La democrazia diretta, tanto per fare altri esempi, non piaceva affatto ad Alexis de Tocqueville, uno dei padri della democrazia moderna, perché vi individuava il germe della cosiddetta “dittatura della maggioranza”. La democrazia non deve consegnare il potere senza filtri nelle mani nel popolo, e anzi deve tenerlo adeguatamente a distanza di sicurezza, altrimenti il popolo, col potere, ha dimostrato di potersi fare molto male. La democrazia è il giudizio del popolo sul potere. Se popolo e potere coincidono, tra essi esplode un fragoroso e irriducibile conflitto di interessi.

Diceva il altro celebre pensatore Karl Popper:

… il compito della democrazia non è decidere se far comandare  i più poveri, il ceto medio, o l’intellighenzia. La democrazia deve solo assicurare l’avvicendamento pacifico nelle fazioni al potere. La democrazia è un meccanismo di tutela nella gestione del potere e soprattutto nella gestione dei rapporti tra i poteri. Un meccanismo plurimillenario, fragile, complicato, che trova nelle istituzioni l’unica fonte certa di riferimento.

C’è poi il problema delle maggioranze e della loro pericolosità implicita. Benjamin Franklin, padre della democrazia americana, diceva che la democrazia è “Due lupi e un agnello che votano per decidere cosa mangiare per pranzo. Solo lo stato di diritto è il fucile dell’agnello”.

Tutti esempi di denuncia dei limiti della democrazia diretta come rischio naturale nella deriva della dittatura della maggioranza è la prima stridente e ovvia contraddizione di principio. Anche perché civiltà significa prendersi cura di chi è al di fuori di ogni accesso al potere, al di fuori di ogni maggioranza. Come i malati, gli immigrati, le persone improduttive in genere. Diceva Giovanni Spadolini che la democrazia è “Tutela delle minoranze”, normalmente sotto scacco dai rischi della dittatura del branco, che la democrazia rischia sempre di esprimere.

La democrazia conoscendo il nesso paradossale tra potere e giustizia, deve creare vincoli di autorità che impediscono l’anarchia o l’immobilismo da un lato, e la naturale fascinazione popolare per i tiranni dall’altro. La macchina del consenso è l’anello debole della civiltà democratica, e le strutture e le istituzioni democratiche hanno il compito di sbarrare la strada alla tirannide, che si avvale sempre del potere seduttivo e demagogico dei leader dotati di più carisma.  Proprio per questo tiene il popolo prudentemente al riparo, dal potere diretto.

La pericolosa forbice tra sogni e possibilità

Sogno

La nostra idea di benessere si fonda sulla prosperità economica, e questa, come è noto, sulla alimentazione dei sogni dei cittadini in quanto consumatori. Il commercio dei sogni, è il carburante dello sviluppo e della crescita economica del nostro tempo. Sognare successo, carriera, accumulo, possibilità di divertirsi e di viaggiare.

La crisi profonda del nostro tempo non consiste tanto nella impossibilità di far fronte ai bisogni primari, quanto nella sempre meno reale capacità di dar seguito alle ambizioni, ai desideri, su cui si fonda il mito del progresso e del benessere. La pubblicità occulta nei retaggi popolari, nei libri persino, nei media, nei social, prevede la dignità di vivere come il riflesso del successo. Sognare è percepito come un dovere, non solo come un diritto. Senza sogni si fermerebbe la macchina dei consumi, e sono propri i consumi ad assicurare il buon funzionamento dell’economia che è l’unica madre della democrazia.

Un equilibrio instabile e pericoloso, che richiede sogni sempre più grandi con risorse e possibilità sempre più evanescenti. La democrazia in quanto regno delle pari e totali opportunità è sempre stata una utopia, ma il rimescolamento della ricchezza e delle egemonie geopolitiche, rischiano di far scoppiare il delicato equilibrio tra i sogni ed i progetti attuabili. I modelli di realizzazione prevedono prosperità, accesso ad un elevato grado di istruzione, rilevanza sociale. C’è una costante crescita delle aspettative a fronte di una sostanziale stasi della crescita economica ed un lentissimo recupero dei posti di lavoro.

Quel dolore subdolo che ci avvelena

La crescita viene assicurata con rimodulazione dei contratti che prevedono sostanziali riduzioni dei diritti e del salario reale, in un mondo in cui vengono offerti modelli che prevedono risorse sempre maggiori. Questa forbice produce  dolore e frustrazione. Questa è la forbice che induce depressione ed inadeguatezza rispetto alle aspettative di un mondo sempre meno umano ed accogliente.

Questa forbice incrementa il dolore esistenziale  latente in occidente, che esorta alla felicità personale tramite la competizione, in cui vincono pochissimi e tutti gli altri perdono. Questa forbice favorisce le semplificazioni e le esortazioni all’odio antisociale tipico dei populismi, che traggono sempre fonte dal dolore privato dei cittadini. I sostenitori dei populisti si illudono di partecipare a campagne nel nome dei giovani e del futuro, nel nome della nobile e retorica causa dell’onestà e del cambiamento. Essi debbono solo dar sfogo al proprio  dolore personale, altrimenti inespresso ed insopportabile.

Dolore, paura, rabbia, si auto alimentano purtroppo vicendevolmente, in una spirale al momento non facilmente superabile con tocchi di bacchetta magica, che contrariamente a quanto lasciato intendere dalla propaganda populista, nessuno possiede. Non la posseggono nemmeno i leaders, tanto meno gli uomini forti. Tanto meno gli uomini apparentemente forti solo perché cinici e spregiudicati.

Per analogia con la psicologia e la teologia ogni tanto alleate,  per lenire il dolore occorre riconoscere i propri errori ed i circoli viziosi che essi producono. Occorre spezzare la spirale tra dolore rabbia e paura, ed abbassare il livello delle aspettative. Innalzare la consapevolezza di sé e del proprio ruolo sociale  in quanto persone non in quanto vincenti. Occorre sognare davvero in grande. Occorrono cioè sogni etici, occorre sognare la cultura, l’umanità, la compassione.

Il capolinea di un mondo fondato sulla crescita

La crescita che non c'è

L’economia del nostro tempo è costruita sulla crescita e su di essa ha calibrato ogni suo parametro ed ogni sua efficienza. Quel che accade alla crescita della produzione e dei consumi, si riflette nei servizi essenziali, nel clima sociale, nelle speranze, nella progettualità per le nuove generazioni. Il nostro mondo è fondato sull’economia e nella grammatica dell’economia crescere è il verbo da cui deriva tutta la sua organica articolazione generale.

La democrazia è vincolata alla crescita: più crescita significa più solidità economica a cui corrisponde più fiducia nel riformismo, nel pluralismo, nella tolleranza e nel dialogo. Minore crescita significa meno lavoro, meno investimenti, meno gettito fiscale, meno servizi, più rabbia sociale, più credito alle forze estremiste e populiste. 

La modernità fondata sul progresso economico non è mai riuscita ad emanciparsi dal suo vizio iniziale, e dalla rivoluzione industriale in poi ha sempre avuto bisogno di aumentare costantemente i consumi a cui sono legati direttamente la pace sociale e i posti di lavoro. La repentine decrescite rischiano di portare al collasso le democrazie più fragili, come accadde alla repubblica di Weimar negli anni successivi alla grave depressione del 1929. Gli attuali interpreti del populismo, rappresentano la versione aggiornata  del reflusso nei valori tradizionali di rifugio: nazionalismo, semplificazione, intolleranza.

Il destino della crescita è segnato

La crescita è intuitivamente fragile in quanto insostenibile. Nulla può indefinitamente continuare a crescere senza consumare le risorse in maniera scriteriata, senza produrre disarmonie. La crescita è la diretta conseguenza della cultura moderna, di cui l’economia è solo un surrogato, una veste formale. La cultura moderna fonda se stessa sul criterio scientifico e matematico della quantità.  Divora numeri per sopravvivere. Ma queste non sono le prerogative di un organismo sano, ma al contrario di un apparato complesso e condannato.

La crescita costante e tumultuosa, oltre che ostacolata dai limiti oggettivi dei suoi contesti di applicazione (le risorse, il denaro, il tempo, lo spazio, i consumi, non sono infiniti), presenta i sintomi patologici di un qualcosa che non cerca equilibrio ma può solo produrre devastanti squilibri. Per fare una analogia con gli organismi viventi, nell’esperienza biologica la crescita come unico criterio indipendente dal  contesto è quella delle neoplasie.

Come nelle gravi patologie, la crescita sembra sfuggire ad ogni progetto che non sia quello dell’auto estinzione. A questo dovrebbero pensare le classi dirigenti di oggi e di domani. Dovrebbero saper pensare e progettare un mondo diverso , un mondo che vive ancora troppo di abbrivio, di inerzia, di antichi slanci mai sostenuti da nuove idee all’altezza.

La vera crisi del nostro tempo non è economico-finanziaria ma culturale, è una crisi di pensiero, una crisi di idee, una crisi di visione del presente, una crisi di valori. Negli ultimi secoli siamo stati bravissimi a produrre, generare, moltiplicare, calcolare, estrarre, trasportare. Sarebbe ora  di riscoprire la capacità di pensare, di ridistribuire, di accogliere, di accettare, di tollerare, di convivere.  Occorre progettare un mondo che non c’è e che forse nessuno sa nemmeno come possa essere. Di sicuro occorre inventare un mondo nuovo, che sia fondato più sull’etica che sul denaro. Più costruito sulla responsabilità che sul potere. Non ci siamo riusciti in millenni. Speriamo bene.

 

L’etica del lavoro nella post modernità

L' etica today

Il principale motivo generale di preoccupazione riguarda il lavoro. Se si facesse un sondaggio che chiedesse ai nostri connazionali di indicare una priorità, essi probabilmente individuerebbero nell’occupazione la principale aspettativa per il futuro. Del resto anche la nostra carta costituzionale individua nel lavoro il fondamento stesso del patto di cittadinanza. Democrazia significa opportunità di crescita e sviluppo personale, e questa occasione di realizzazione passa necessariamente tramite un lavoro stabile ed adeguatamente retribuito. Senza lavoro manca la dignità, viene meno la speranza, viene meno la progettualità.

 Per una vita piena e degna occorre una occupazione adeguata. Deriva immediatamente da questo, che chi detiene il potere di creare ed offrire lavoro si colloca immediatamente al centro di tutti i processi. Chi può creare ed offrire lavoro detiene il vero potere. Un potere solo parzialmente mantenuto nelle mani delle istituzioni o della politica in genere, che al massimo può solo tentare di scrivere regole in grado di favorire l’occupazione, ed il costante compromesso tra oneri e diritti ad essa accessori. Una questione molto delicata e mai risolta.

Nelle società di mercato il potere di creare e distribuire lavoro non ce l’hanno le istituzioni ma i circuiti della finanza internazionale, e già questo da solo dovrebbe far riflettere sulla debolezza implicita nelle amministrazioni pubbliche, che avrebbero bisogno di gigantismo e non di localismo. Oltre questo, altro andrebbe forse detto a proposito della cristi interna e perpetua inerente all’occupazione.

Nessuno conosce la soluzione al problema del lavoro

Il lavoro come indica la lingua francese è un “travaglio”, cioè fatica e dolore. Si è sviluppato nei secoli grazie all’utilizzo della schiavitù, grazie al sangue, al sudore, alla infinità di vite umane sacrificate. E’ stato in gran parte il lavoro degli schiavi a realizzare le più grandi meraviglie architettoniche di ogni genere. Nella rivoluzione industriale il progresso è stato realizzato grazie ad enormi sacrifici da parte di immensa disponibilità di manodopera.  La crescita tumultuosa dei paesi emergenti è oggi veicolata da sfruttamento, orari impossibili, ritmi infernali di produzione, totale mancanza di tutele. Qualcosa di molto simile alla schiavitù è ancora nella prassi.

Anche la crescita dei paesi occidentali viene mantenuta rivedendo al ribasso ogni tipo di accordo contrattuale. Si vive di inerzia e conservazione, sperando di riuscire a coniugare il massimo sviluppo possibile con un minimo di ricaduta in termini di diritti e tutele. Tutti parlano facendo finta di avere la soluzione in tasca, ma la soluzione al problema della piena e dignitosa occupazione di fatto non esiste.

La crescita dei consumi come prerequisito fondamentale su cui appoggiare la crescita dell’occupazione è un meccanismo instabile e rischioso. I consumi non possono continuare a crescere all’infinito, così come le ambizioni personali indotte dal contesto generale dovranno necessariamente essere riviste.  Troppe parole ambigue gravano sul destino lavorativo dei nostri giovani e del nostro futuro. Parole come successo, meritocrazia, efficienza, produttività, managerialità, nascondono spesso un vuoto di significato e di situazioni concrete.

Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi, ma incentivare la cultura, il pensiero critico, il coraggio di rischiare, dovrebbe costituire una base indispensabile per trattare la delicata e strategica questione del lavoro.

La giustizia punitiva e assoluta che non può esistere

Legale o illegale

La parola giustizia traduce il senso più alto delle cose, disegna il contatto con la vita. Tuttavia essa resta un nome che indica qualcosa di ignoto. Celebri costituzionalisti hanno pubblicamente dichiarato che la nozione di giustizia ci sfugge nella più intima essenza.

Veniamo toccati dalle contraddizioni stridenti in tutto ciò che attiene la giustizia, soprattutto quando la cronaca mostra il volto truce della vendetta, magari la vendetta involontariamente istigata da un certo sentire popolare.

Il nostro paese ha un tasso di criminalità tra i più bassi al mondo, eppure grazie ai mezzi di comunicazione la popolazione avverte uno specie di stato di assedio da parte di crimini di ogni genere. Molto alta è la percentuale popolare che vorrebbe pene esemplari e soprattutto vorrebbe una maggiore corrispondenza tra processi mediatici e sentenze penali.

Forse è il caso di ricordare che la storia della civiltà si accompagna alla crescente tutela dei diritti dei colpevoli, ed alla progressiva auto limitazione  del potere giudicante. Un tempo si veniva barbaramente giustiziati sulla base di pochi indizi, in base a confessioni estorte con la tortura, solo per ricordare alcuni tra i casi più clamorosi.

Il diritto è  uno strumento per tutelare le potenziali vittime future

Il diritto, per “giustizia” intende solo la funzione preventiva, rivolta al futuro, nei confronti della reiterazione dei reati e della difesa della collettività. Si cerca di difendere le potenziali vittime future disincentivando i reati, e si cerca il metodo meno cruento e violento cercando di tenere insieme diritti e prerogative delle vittime e degli indiziati. La giustizia non può minimamente consistere nella ricerca del perseguimento di un giudizio definitivo e conseguente punizione della colpa.


Giudizio e punizione della colpa evocano facoltà divine, prevedono una assolutizzazione della verità totalmente estranea alle capacità umane di rappresentazione dei fatti.


Nessun diritto naturale, o sentimento popolare, o diritto penale, può arrogarsi la legittimità di punire e giudicare le colpe. Le sentenze oggi come in passato si esercitano nel nome di un dio, nel nome di un popolo, nel nome di una legge, quasi si voglia coinvolgere qualcun altro nell’imponderabile arbitrio che si sta per compiere.


La giustizia che punisce i colpevoli è una idea popolare, una figura retorica utile ma inapplicabile nella realtà.

Proprio per questo nello stato di diritto esiste la divisione dei poteri, esistono gli istituti di garanzia, esiste la presunzione di innocenze e differenti gradi di giudizio. Per questo esistono gli indulti, la separazione delle carriere, le pene alternative. Per questo è così aberrante il delitto di stato chiamato pena capitale.

 

Consenso e prestigio nell’equivoco chiamato democrazia

La neve di Simona

La democrazia si basa sulla ricerca del consenso. Essa è qualcosa di molto più complesso che la semplice gestione della sovranità popolare.

Indubbiamente il consenso popolare è il suo piedistallo, il suo fondamento. Il consenso spesso coincide con il prestigio delle personalità politiche di spicco di questo e di quel partito o movimento.

Il prestigio coincide con la biografia degli attori politici, e spesso dipende dalla loro capacità di affascinare, suggestionare, colpire l’immaginario collettivo con le loro forza dialettica e morale, vera o presunta che sia.

Purtroppo la storia insegna che il prestigio personale ha ben poco a che fare con il reale valore degli esponenti politici, né il consenso conseguente è garanzia di spessore istituzionale ed efficacia politica.

Il prestigio, insegnava già Platone millenni or sono…

“…sorride agli uomini cattivi, perché nella cattiveria generale esso trova riscontro e apprezzamento”.

D’altra parte la reputazione coincide spesso con il potere, e il potere è il “lato oscuro” della storia, esso è “l’anello” della corruzione della coscienza.

Il cristianesimo celebra la perdita della reputazione e l’infamia della croce,  perché fama e reputazione costituiscono la tentazione più subdola e persuasiva del male.

C’è quindi un evidente corto circuito morale tra democrazia, consenso, prestigio, fama, cattiveria.

La democrazia racconta se stessa all’ interno del suo mito storiografico, e non possiede per ovvi motivi, un linguaggio in grado di svelarne l’intima natura. Essa è la meno pericolosa forma di gestione del potere, ma non ha mai risolto il suo vero “peccato originale” insito nella confusione tra valore e reputazione, tra consenso e rettitudine.

I padri costituenti ed ancora prima i padri della democrazia moderna, queste cose le sapevano molto bene, ed hanno cercato di strutturare le regole democratiche cercando di mantenere il popolo a distanza di sicurezza dal potere assoluto.

Benjamin Franklin, tra i fondatori della democrazia statunitense, amava ripetere che:

“La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto.