In molte religioni orientali il premio dell’anima buona, è la dispersione della personalità individuale in favore della molteplicità. Questa prospettiva inconcepibile per la cultura occidentale dipende dalla cosmologia, cioè dalla visione delle cose, dell’oriente.

Nella prospettiva orientale l’io è funzionale alla molteplicità dell’Essere che ha esclusivamente dimensione plurale.

Il Dio delle religioni orientali è infatti impersonale, come impersonale è la natura e l’anima dell’umanità che trovo riscontro solo nella molteplicità delle differenti individualità. Individualità che da sole, non sono nulla, ed insieme, sono tutto. In questo senso la percezione sensoriale individuale, la causa prima dell’egoismo primordiale che a sè tutto riconduce, sarebbe solo un inganno della mente.

L’individualità sarebbe cioè un errore di percezione di se stessi in una realtà dell’essere molto più ampia e multidimensionale. In questo si spiegherebbe il dolore e il male, come causa ingenua e primitiva dell’errore dell’essere individuale che ignora la realtà della molteplicità delle cose. L’individualità crea dolore perchè nega il destino della dispersione.

La creazione del dolore

Il dolore è un problema esclusivo dell’io e della sua errata auto-rappresentazione nella realtà. Si soffre per l’impossibilità oggettiva di raggiungere l’ambizione e il successo personali, si soffre per l’inganno dell’ambizione dell’essere individuale che divora il presente proteso verso un impossibile futuro.

Il dolore è nel presente ma è sempre collegato ad una paura futura. Paura di inadeguatezza, paura di insoddisfazione, paura di mancanza di se e di mancanze della dimensione esterna dell’essere. Proprio per questo le religioni orientali insegnano a rinunciare a sè come soggetto individuale e pensare al sè come parte, come cellula, di un organismo multi dimensionale e impersonale.

La via che conduce alla fine del dolore, insegna il buddismo, è la fine del desiderio del successo, dell’ambizione, in sostanza la fine della concentrazione individuale della percezione dell’esistenza. 

Percepirsi multipli, plurali, parti dell’essere generale ed universale, nell’ottica della realtà, nella cosiddetta ermeneutica occidentale, sembra qualcosa di folle.

Al contrario è un metodo psicologico potente per raggiungere la pace del Nirvana. Il Nirvana è il paradiso orientale come luogo della fine, dell’estinzione della vita come miraggio del desiderio e del potere, come curvatura dolorosa sull’essere individuale schiavo della sua angusta ed impossibile prospettiva di felicità.

Per noi occidentali tutto questo è astruso, lontano, irricevibile. Eppure sono questi i concetti su cui è fondato il buddismo e l’induismo, una sapienza antica che ha influenzato più di quello che crediamo il pensiero greco su cui è fondato l’occidente.

Il pensiero della finitezza dell’essere e della sua dispersione pone in grande riposo l’anima, concede respiro e pace, concede il ristoro permesso a chi ha scelto di smettere di inseguire l’impossibile felicità del potere e del suo volto apparente.