La gioia di riscoprire l’essenziale

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Tutti parlano di felicità, ma forse non ci siamo chiesto il vero significato della gioia, e in che cosa essa consista. Viviamo un presente molto più preoccupato della quantità che della qualità, molto più preso dall’apparenza che dalla sostanza, o in termini ancora più lucidi, più concentrato sull’entità che sull’essenza. Anche questo ci allontana dalla gioia, dalla felicità.

La confusione tra entità ed essenza,  genera il velo che copre  ogni cosa, lasciandone intravvedere solo la forma esteriore, la manifestazione apparente. La contemporaneità insegue un materialismo che cerca  nell’entità la completa conoscenza degli avvenimenti, come se dominarne i numeri, tracciarne gli andamenti, equivalga a possederne i contenuti, comprenderne i significati.

L’entità è il prodotto dalla classificazione meccanica dei fatti e delle cose, dove prevale l’aspetto quantitativo rispetto ad ogni valutazione  qualitativa. Ma è nella qualità che trova ristoro l’anima, che si specchia lo spirito, che risiede la gioia.

L’entità insegue la legge del numero, la legge della forza, del principio razionale che lega causa ed effetto, e che orienta verso la valorizzazione del molto rispetto al poco, del potere rispetto all’irrilevanza, della ricchezza rispetto alla povertà.

Nel regno dell’entità  tutto è convertibile in numero e quindi  in denaro, che è il risvolto più diretto e concreto cui tende ogni nozione numerica. Nel nostro pensiero la qualità, l’essenza, il significato, lo scopo, il fine, sono stati progressivamente sostituiti dalla più subdola legge numerica che misura le cose in base alla loro formulazione estetica.

Si tratta, rispetto al passato,  di una inversione formidabile nella valutazione della realtà, nel proporre e di fatto imporre nel pubblico come nel privato, criteri di valutazione unicamente mirati su ciò che possiede un controvalore quantitativo. Tutto è finalizzato e soppesato in base al costo, alla dimensione, alla durata, a criteri economici, ad una dissociata idea di valore e di finalità spesso in conflitto permanente con se stessa fino ai risultati più paradossali.

Nella contemporaneità contano il prodotto interno lordo, gli indici di borsa, il deficit, il disavanzo, lo spread, i tassi di interesse e via dicendo.

Persino un certo malinteso senso della democrazia contribuisce al materialismo numerico che opprime il valore spirituale della civiltà. La democrazia a volte sembra così grigia, così infelice, forse anche per questo.

Sembrano contare solo i denari, i beni immobili, le auto, il numero di amici, i like sui social, i  voti presi nei collegi, la quantità di dipendenti, insomma tutto ciò che può essere pesato dalla bilancia del potere, unico valore assoluto del nostro tempo.

In questa distorsione  viene perduto tutto ciò che ci rende degni di stima e rispetto, come le qualità personali, la lealtà, il merito, il sacrificio,  la solidarietà, la tolleranza, la pietà. Tutto quello che possiede maggiore rilevanza ed è quindi più essenziale, viene come defilato, sospeso, annullato, dalla subdola e tirannica legge del numero e del confronto.

Eppure se la vita merita di essere vissuta, e se i nostri valori rendono ancora sensato il nostro destino collettivo e le nostre biografie personali,  lo si deve a tutto quello che occupa spazi spirituali essenziali. Parlare di spirito e di essenza significa dire la stessa cosa, come parlare di arte e di verità significa ripetere la stessa nozione percorrendo tragitti linguistici solo formalmente differenti. Lo spirito, l’essenza, l’arte, sono in simbiosi con la gioia, con il suo profondo significato.

Nell’essenza e non nell’entità sta la fonte della gioia, dell’incanto, della meraviglia, il più alto significato esistenziale.

L’identità della sinistra e della destra nell’era della post verità

Destra e sinistra si sono contese il monopolio del mondo, eppure oggi secondo studi statistici, la stragrande maggioranza dei giovani non sa più individuare alcuna differenza tra le due opposte fazioni. Questo in parte è comprensibile, in positivo,  grazie alla fine delle ideologie in senso tradizionale, ma è altrettanto sintomatico, in negativo, del crescente disinteresse delle nuove generazioni alla idea di polis, di politica, come città della convivenza e del confronto.

Essere di destra o essere di sinistra non è mai stata la stessa cosa, e questo prescinde totalmente la collocazione politica dei due poli tradizionali, chiamati così, destra o sinistra, inizialmente solo in funzione della loro dislocazione logistica nelle aule parlamentari. Tradizionalmente, e forse un pò semplicisticamente, si ritiene che la sinistra si caratterizzi più in funzione della giustizia rispetto alla libertà, e che la destra, simmetricamente, punti sull’opzione opposta.

Altri pensano che la differenza consista nel primato del pensiero critico tipico della sinistra, che la destra ritiene meno importante e decisivo nelle questioni più vitali, preferendo alla speculazione analitica i valori tradizionali ed i cosiddetti “principi non negoziabili”. Tutto plausibile, tutto utile, ma piuttosto aleatorio e sfumato.

Aleatorio e sfumato specialmente se l’identità della destra e della sinistra si indagano in senso universale, molto meno se le si contestualizza ad una distanza più breve, ad una prossimità più adatta alla sintesi confortata dalla esperienza.

In ambito nazionale infatti, le differenze antropologiche e culturali relative al modo di essere e di intendere la convivenza  sono molto più precise e marcate. La sinistra nel nostro paese si è caratterizzata, specie dopo l’avvento della cosiddetta “democrazia compiuta” della seconda repubblica, secondo il principio della vocazione governativa e della assunzione della responsabilità.

Detto in altre parole, la sinistra è più decisionista, intraprendente, di campo. Decide e sbaglia, si posiziona e spesso perde, grazie al coraggio di scegliere. Un coraggio che può rivelarsi fatale per il suo successo elettorale in un paese tradizionalmente ingovernabile come il nostro, secondo la definizione di uno che di consenso un pochino se ne intendeva, e cioè Benito Mussolini.

La destra sembrerebbe essere immune dalla debolezza decisionista della sinistra, preferendo posizionarsi su questioni di principio, come i suoi attuali interpreti sulla scena pubblica, od orientarsi prevalentemente verso una campagna elettorale permanente, come accadeva negli anni del berlusconismo. In ogni caso il tratto saliente e caratteristico della destra italiana è stata l’inazione, un tratto che l’ha posta e la pone tutt’ora in una posizione privilegiata in termini di favore elettorale potenziale.

La sinistra nonostante una sua certa vetustà politica, si dimostra ingenua ed impreparata, al cospetto di un paese che preferisce non decidere, non riformarsi, non esporsi e non cambiare mai le regole del gioco.

Un un gioco tutto sommato così rassicurante e divertente, come il lamentarsi di tutto e di tutti senza spendersi mai troppo per cambiare. La cosiddetta Italia profonda, tradizionalmente di destra,  è ancora probabilmente pressoché invincibile, al netto del suo arroccarsi su tradizioni ma anche di privilegi, di aspettativa di sicurezza, ma anche di opacità.

L’ambiguità definizione etica della forza

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La forza in senso lato, è  positiva oppure no? C’è una definizione della forza in senso lato, cioè al di là della meccanica classica ma in senso sociologico, psicologico? Abbiamo sempre a che fare con la forza, non solo nei motori, nello sport, nelle gare tra ragazzi, ma soprattutto nella vita di ogni giorno, nel rapporto con gli altri e con noi stessi. La forza è necessaria in ogni aspetto del vissuto quotidiano, ed essere forti è sinonimo di virtù.

Ma se essere forti è un bene, perché nella  narrazione degli eventi avvertiamo il dovere morale di stare coi deboli? Una decisiva questione  che attraversa il cuore del linguaggio, del nostro modo di intendere le cose.

Dato che è il linguaggio a costruire le nostre idee e ad orientare i nostri giudizi,  occorre addentrarsi nel linguaggio per definire una volta per tutte cosa si intenda per forza, e cosa si intenda per debolezza. Definire la forza, fornire una definizione esaustiva, anche e soprattutto in ambito esistenziale non è così facile come potrebbe sembrare.

Prendendo un qualsiasi vocabolario per capire come venga intesa l’una, e come venga intesa l’altra. I sinonimi della debolezza sono sempre e soltanto negativi: difetto, pecca, fiacchezza, volubilità. Al contrario quelli relativi alla forza sono ambivalenti.

La forza viene tradotta come energia, vigore, vitalità, virilità, sanità, ma contiene anche significati riprovevoli. La forza trova infatti come sinonimo anche la cattiveria, la prepotenza, la brutalità e la furia. La debolezza non corre mai il rischio di essere fraintesa, e nel vocabolario della lingua italiana essa è associata a mancanze, squilibri, vulnerabilità, patologie.

Nella lingua italiana la forza presenta significati duplici e contraddittori, mentre la debolezza è sempre e solo negativa. Una disparità, una asimmetria, che può essere esemplare per comprendere come la forza in assoluto sia sempre preferita rispetto alla debolezza. La capacità di immaginazione accessoria al linguaggio, concede alla forza la chance di essere usata bene o di essere usata male, mentre alla debolezza questa opzione viene negata.

Il linguaggio si limita a far emergere ciò che è radicalmente implicito nei nostri valori: la cultura, la storia, i valori, i sentimenti persino, sembrano scommettere sulla forza ritenendo sconveniente  la debolezza. O meglio, il linguaggio sembrerebbe inequivocabilmente costruito sulla celebrazione della forza, mentre i veri sentimenti per niente.

Il linguaggio sembrerebbe generato dalle ragioni della forza, mentre i sentimenti sembrerebbero più affini alla forza della ragione. La definizione della forza oltrepassa il giudizio della ragione e le consegna lo scettro della verità. Dato che quando amiamo qualcuno esprimiamo il meglio di noi stessi, e nell’ amore autentico ci mostriamo fragili come peluche, arrendevoli e dolci, disarmati come bimbi, allora possiamo ricavarne un terribile dilemma.

Se l’amore è reale, se l’amore esiste,  allora la debolezza è l’essenza di ogni cosa e la forza è la sua apparenza, il suo inganno, la sua ombra, il suo equivoco originale. Il suo peccato irredento. Al contrario, se la forza è l’essenza, se la forza è il fondamento della vita e della storia, allora quando amiamo ci inganniamo, perché l’amore non esiste se non come sublime illusione e divertente accessorio. Scusate se è poco. La definizione della forza e la definizione, cioè la determinazione dei contenuti del tema della forza e di quello della debolezza, attraversa tutto ciò che ci è più caro, e che conta di più, nei nostri cuori.

Ogni cosa si ottiene grazie al sacrificio

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Il sacrificio ha un profondo significato esistenziale, spirituale. Ci insegnano sin da piccoli che ogni cosa si ottiene solo tramite il sacrificio, il duro lavoro, l’impegno, la rinuncia. Tuttavia il sacrificio non è una parola da prendere alla leggera, perché essa proviene da molto lontano, e come ben si intuisce, ha a che fare col sacro.

Gli uomini hanno sempre sacrificato qualcosa sull’altare delle loro paure per poter usufruire della benevolenza degli dei. Proprio perché l’origine di ogni problema nasce nel potere della paura, gli uomini sin dalla notte dei tempi hanno cercato di esorcizzare la paura tramite l’offerta degli innocenti.

Lo facevano gli Indù, lo facevano i Maya e lo hanno fatto certamente altri popoli meno noti, nella convinzione che il sacrificio degli innocenti servisse a trattenere la collera delle potenze celesti.

Questo aspetto  ha origini dalla necessità di dare una risposta alle paure irrazionali, si è progressivamente trasferito in ogni vicenda laica e secolare. Il tempo stesso inteso come cronologia sequenziale, è una forma di ritualità sacrificale, il progresso comunemente inteso, è il sacrificio laico, potente ed assoluto, del nostro tempo.

Il progresso in senso generale non è avvenuto gratis, né sarebbe potuto avvenire se non al prezzo di un duro sacrificio. Il sacrificio, la distruzione, dei valori del mondo antico, della civiltà contadina, del rapporto diretto col territorio, con le persone. Il sacrificio delle comunità medievali, il sacrificio di un certo modo di essere genuini, sinceri,  umani.

Il volto oscuro del sacrificio

Il progresso economico ha preteso ed imposto una maggiore concentrazione di capitali e di risorse finanziarie, imponendo a quasi due miliardi di persone il costo diretto della crescita  di un dieci per cento della popolazione mondiale. Quando sentiamo evocare a proposito ed a sproposito la crescita, ricordiamo sempre che essa stessa prevede il sacrificio. Un grande sforzo di chi insegue la crescita, ed uno ancora maggiore, in chi è costretto ad inseguire la povertà.

Forse l’aspetto più inquietante della secolarizzazione, nella sua moderna ritualità sacrificale, risiede nella sua spersonalizzazione, nel suo disperdersi dietro meccanismi incontrollabili, in cui non vi è direttamente nessuno seduto a cospirare dietro le quinte. Non ci sono persone fisiche dietro la a globalizzazione all’origine di tutti i guai e le paure “liquide” del nostro tempo.

Al principio della crescita, della efficienza, della produttività, si sono sacrificati diritti, conquiste, fiducia, lealtà, razionalità. Pur di crescere, da molto tempo stiamo accettando ogni genere di sacrificio verso un decadimento delle nostre qualità più importanti.

In un certo senso ancora una volta sembrerebbe che il tempo sia circolare. Alla realtà dei misteri antichi a cui l’uomo si rivolgeva per sacrificare i suoi beni più preziosi pur di scacciare le sue peggiori paure, oggi corrisponde ancora una volta un nemico ignoto.

C’è un nemico senza volto dietro le paure dell’uomo post moderno, che non sa più se scappare in avanti o fuggire all’indietro, pur di sfuggire ai sacrifici della sua mala tempora. Pur di sfuggire dalla sua  idolatria nei falsi dei del denaro e del potere, che gli si rivoltano contro ogni giorno di più, e sembrano esigere, sacrifici sempre maggiori.

In un certo senso, è come se l’umanità non riesca a liberarsi dal suo fanatismo, dal suo fondamentalismo. Dall’impero romano, alla religiosità medievale, sino allo stato nazione, e oggi alla legge del mercato, l’uomo ha sempre sacrificato i suoi simili, sull’altare delle sue ideologie.

L’arte è più vera della vita

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Urgente per la nostra difficile epoca saper riscoprire l’autentico significato dell’ arte. A scuola si insegna forse poco ai ragazzi quanto sia importante l’arte nella cultura, nella comprensione del presente. Certo si insegna l’importanza della pittura, della musica, della scultura, del teatro, del cinema. Forse sarebbe meglio insegnare che tutte le forme artistiche contengono più verità della realtà stessa.

Tutto quello che riteniamo reale è una rappresentazione cognitiva dei nostri sensi unita al potere della mente di immaginare. Le cose che riteniamo concrete dunque, sono solo una raffigurazione intellettuale, e del mondo fisico altro non ci è dato.

L’arte parte da questa consapevolezza, ed artificialmente, ma consapevolmente, cerca una idea di verità che oltrepassi l’esperienza e le fornisca una chiarezza maggiore.

La verità contenuta nella musica, nella pittura, nel cinema, nel teatro, in ogni espressione e forma artistica, è l’espressione di una idea di verità spirituale perfetta e completa. Assoluta ed immediata, come non è possibile sperimentare in nessun altro modo.

L’arte è così perfetta e completa, da spezzare l’incantesimo latente che ci lega al mondo, quel velo interposto fra noi ed il presente, che lo allontana e lo distorce. L’arte spezza l’incantesimo del controllo, del dominio, del governo della realtà che è solo l’ansia della volontà umana che distoglie ed acceca dalla piena conoscenza.

In quanto forma di piena conoscenza, l’arte spegne la volontà individuale e le consegna integro il palcoscenico del mondo finalmente libero dal velo. Finalmente liberato dal diaframma che ci rende abitualmente ciechi rispetto alle cose per quello che sono, nel loro volto reale ed autentico.

Le nostre vite sono ottenebrate, oscurate dal mito del potere, della competizione, del culto dell’ego. Davanti ai capolavori dell’arte, nella infinita e struggente bellezza che tramite la commozione tocca direttamente lo spirito, la volontà di competere, di dominare, l’ansia del controllo, svaniscono.

L’arte realizza così la sua magia,  termine inerente al potere delle immagini, ponendo in contato  l’anima con l’estetica  al punto  da  provocare l’ estasi:  due parole  già  poste in  perfetta connessione dalla comune radice etimologica.

L’estasi è la più alta forma di conoscenza, una forma di conoscenza talmente grande che contiene dentro di sé tutto quello che lo spirito umano può comprendere di più alto, luminoso e profondo. Anche per questo un dipinto contiene più verità di una foto, un film contiene più verità di un racconto, una poesia contiene più verità di una cronaca.

Può capitare di piangere senza controllo di fronte alla bellezza  di un brano musicale. Si prova profonda commozione davanti allo spettacolo della verità, che solo la musica può esprimere a livelli così perfetti ed assoluti.  Nulla come l’arte sembra come ricordarci, che solo attraverso di essa si completa la nostra sete di verità. Abbiamo bisogno di arte più dell’aria, dell’acqua e del cibo. Abbiamo assoluto bisogno della bellezza.

La cultura della sconfitta contro i simboli della vittoria

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E’ difficile anche solo argomentare la cultura della sconfitta, il suo significato, proprio perché la storia e la cronaca le scrivono i vincitori. Vincere consegna lo scettro per raccontare la realtà, vincere consegna il primato etico di stabilire cosa sia il bene e cosa sia il male. In un mondo fondato sul simbolo della vittoria, il significato della sconfitta è compromesso.

Vincere concede di disegnare la storia ponendosi comodamente sulla sua sponda più comoda, quella dei buoni e dei giusti. Eppure attraversare le sconfitte è indispensabile per essere credibili quando si tratta di affrontare il tema più grande ed importante che ci sia, quello dell’amore.  L’amore è credibile solo quando accetta di perdere, mai quando cerca di vincere.

L’amore dei genitori verso i figli è credibile proprio perché presuppone la sconfitta . Una sconfitta generazionale, culturale, etica, economica. Sarebbero guai per la credibilità di un genitore se fosse geloso ed invidioso dei successi dei figli. Anche quando si gioca coi figli,  si cerca consapevolmente o meno di perdere, e questa è l’esatta misura del nostro amore nei loro confronti. Il significato della sconfitta non corrisponde al fallimento esistenziale, ma richiama la vera natura dell’accogliere la vita per quello che è, nel saper amare gli altri e la vita, per quello che sono.

Anche l’amore tra coniugi è commisurato alla rinuncia alla competizione ed al primato dell’uno sull’altro, ed in mancanza di questi requisiti minimi si può dire quel che vuole, ma non ci sarà mai vero amore. Come certificano le ineffabili statistiche  sui divorzi.

Il nostro mondo è competizione, è idolatria dell’ego alimentata nella ricerca della vittoria. Nella propria vittoria costruita sulla sconfitta degli altri.  Per comprendere il valore e il significato della sconfitta occorre ricordare che i valori del nostro mondo sono scaturiti dalle guerre vinte molto più che dalle guerre perse. Il nostro mondo è naturalmente propenso alla vittoria assoluta, definitiva, una vittoria di cui la guerra rappresenta la massima proiezione. Il nostro mondo conferisce significato solo alla vittoria e squalifica la sconfitta come qualcosa di degradante, di cui vergognarsi.

Il nostro mondo, la nostra cultura, preferisce vincere male, che perdere bene, preferisce il risultato agonistico alle motivazioni, ai fini, agli scopi. Ma il significato della vita è in essi, e non può essere subordinato alle vittorie, frutto spesso della negazione dei più alti valori, ed in totale contraddizione con i più alti fini.

La cultura della pace per essere credibile, deve appoggiarsi necessariamente alla cultura della sconfitta e al suo profondo significato etico. La pace è qualitativamente superiore ad ogni conflitto che cerchi la vittoria, che scaturisce sempre dalla paura della inadeguatezza, dalla violenza generata dalla paura di perdere. Per vivere in pace occorre non avere paura della sconfitta. Qui sta il suo grande significato, il suo grande insegnamento.

Chi cerca solo la vittoria è spiritualmente immaturo, curvo su se stesso, curvo sulle proprie paure, e cerca nella vittoria forza e potere per esorcizzare la sua fragilità nell’incapacità di fornire senso e significato alla sua vita. Ogni uomo che cerca di vincere scappa da se stesso e dalle sue paure, scappa dall’amore che dimora nel suo cuore. La ricerca costante della vittoria è il vero peccato originale che incombe nel privato come nel sociale, nello spirito individuale come nello spirito dei popoli.

 

 

 

La suggestione tra retorica e demagogia

Demagogia

Quale è il senso sociale, oltre che psicologico, della suggestione? E che cosa significa nel concreto, Suggestione? Il potere del linguaggio sta nella capacità di affascinare, persuadere, raccogliere consenso attorno alle opinioni. Nelle relazioni pubbliche, luogo per eccellenza della ricerca del successo e del prestigio, l’abilità è deposta nel raccogliere i favori della maggioranza delle persone.

Una condizione utile nella professione, nei ruoli amministrativi, in ogni tipo di organizzazione. Il potere della suggestione è grande, perché la mente si chiama così proprio perché  viene stimolata quanto sente mentire. La suggestione non è necessariamente una menzogna, ma un metodo, uno strumento per convincere.

Per convincere, per persuadere,  per suggestionare la psicologia della masse, ci sono essenzialmente due metodi: quello retorico e quello demagogico. Nel metodo retorico le opinioni vengono accompagnate da tecniche linguistiche in cui l’ascoltatore si trova a suo agio. La retorica insegna l’adulazione del pubblico, la proposta di asserzioni ovvie e condivisibili, il ritmo, la passione oratoria.

La retorica è essenzialmente un metodo finto per dire cose vere. La veste formale della retorica è discutibile dal punto di vista della verità che contiene, ma i suoi contenuti restano spesso validi.

La demagogia al contrario della retorica non cerca di convincere tramite mezze verità facili e comode da accettare, ma al contrario si basa sul potere del paradosso. Affermare violentemente il falso, pronunciare termini  inaccettabili in altri contesti, abusare della paura e della rabbia, sono tecniche demagogiche.

La forza del paradosso è grande perché destabilizza gli ascoltatori, li confonde, ed al tempo stesso li trascina. La tecnica del paradosso è tipica dei ciarlatani, dei fanatici, degli imbonitori in genere, perché la mente travolta dall’assurdo risponde con una forma piacevole di sottomissione. Sentirsi travolti dalle assurdità produce un piacere fisico, induce grande rispetto ed apprezzamento. La suggestione svolge una funzione psicologica fondamentale nel fornire senso all’assurdo che ci circonda.

Anche la religione rischia di riprodurre questo equivoco, perché le persone sono normalmente più attratte da tutto ciò che  è più assurdo, pagano, irrazionale, spaventoso. Il contenuto di pietà, di compassione, di tolleranza, di perdono, di condivisione, tutto ciò che è eticamente più rilevante, attrae la ragione, il buon senso,  ma molto meno gli istinti e persino i sentimenti.

E’ il meccanismo della sindrome di Stoccolma, o dell’innamorarsi intenso e folle, dei soggetti più squilibrati, come se la mente umana sentisse un formidabile pathos verso tutto ciò che è più dannato e pericoloso.

Tutto questo ha molto a che fare con la nostra vita di tutti i giorni, perché usiamo continuamente il linguaggio e ne restiamo in qualche modo sempre vittima. Resta vittima della suggestione retorica o demagogica il pubblico che ascolta, il cittadino che vota, il soldato che combatte, il dipendente che lavora, forse persino il medico che partecipa alla conferenza.

Ma resta ancor più vittima della suggestione del linguaggio, la suggestione psicologica della parole, lo stesso soggetto che ne fa uso. Le parole ci portano dove vogliono, orientano i nostri pensieri, li costruiscono, li determinano e ci determinano. Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà dei fatti ma la polarizza, la distorce, la costruisce. Tutto quel che diciamo ha spesso il potere di suggestionarci e di plasmarci in modo concorde alle parole del nostro discorso. Per questo è così importante usare bene le parole, non abusarne, rispettarne il significato, rispettare chi ascolta, rispettare le giuste regole del linguaggio.

 

 

Tra cittadini e stranieri

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Quanti sono gli stranieri, e quale è il loro impatto sociale nel nostro paese? Fonti Istat ci dicono che gli stranieri residenti in Italia sono circa 5 milioni, e che i flussi migratori in ingresso non compensano il saldo negativo tra mortalità e natalità. L’Italia perde, al netto dei flussi in ingresso e in uscita, tra nascite e morti, circa 100 mila residenti ogni anno.

E’ diffusa la convinzione che gli stranieri abbiano innalzato il numero dei reati, e che la loro presenza sia intollerabile e pericolosa per gli equilibri sociali della nazione. In realtà i reati violenti e gli omicidi, femminicidi compresi, sono in costante diminuzione, e l’aumento della popolazione straniera non ha intaccato questo decremento.

Prendendo in esame gli ultimi dieci anni, Sono in aumento solo i reati annessi allo spaccio e ai furti in appartamento, quest’ultimo tipo di reato spesso non affatto riconducibile alla popolazione in arrivo dalle coste africane. Quello che rende opprimente la sensazione di assedio deriva dalla velocità del fenomeno migratorio, dalla crisi economica, dalla paura generalizzata per il futuro, da una certa inclinazione mediatica a raccogliere consenso su questi sentimenti negativi, coadiuvati da interessi di elettorali.

Davvero crediamo che lo slogan “Rimandiamo ciascuno a casa sua” sia applicabile, giusto, o razionale? E se lo stesso imperativo categorico fosse rivolto ai nostri connazionali nel mondo, che succederebbe?

Solo in Argentina gli oriundi italiani sono circa venti milioni, venticinque milioni in Brasile, diciotto milioni negli stati uniti, quattro milioni in Francia, un milione e mezzo in Canada, solo per citare i paesi con la maggiore presenza di nostri connazionali. Risulta del tutto evidente che l’idea di generalizzare il “rimandiamoli tutti a casa” forse non sarebbe troppo pratica e conveniente, proprio per quanto ci riguarda. I discendenti dei nostri connazionali nel mondo sono oltre 80 milioni.

Del resto sia dal punto di vista genetico, che sopratutto culturale, economico, imprenditoriale e sociale, la fusione tra i popoli è la normalità oltre che il segreto del successo. Gli stati  più ricchi tendono sempre più ad essere multi etnici. Il concetto di identità nazionale non va mai confuso con l’ideologia nazionalista, sua forma purtroppo spontanea di degenerazione.

L’identità è argomento delicato e complesso, ed è una nozione che attraversa i valori di riferimento dei popoli, più che questioni somatiche o legate ai paesi di origine. Il dualismo tra cittadino e straniero non può riguardare il colore della pelle, le convinzioni religiose, o le origini dei propri antenati.

Ogni uomo cerca la vita, la pace per sé ed i propri cari, il sostentamento, la sicurezza, la felicità. Ogni uomo teme l’insicurezza, l’emarginazione, l’indigenza, la guerra, la malattia, la pazzia e la morte. Pertanto ciascuno si sente cittadino del primo elenco e straniero del secondo.  Alla politica, alla cultura, alle religioni, il difficile compito di realizzare le speranze insite nei cuori di tutti.

Una idea espressa con grande efficacia da don Lorenzo Milani nel 1965:

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso,  io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù).

Nella fiducia sta il segreto dell’armonia

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Tutta la vita è un grande atto di fede, riporre fiducia in qualcosa o in qualcuno. Occorre fiducia verso gli altri, verso il futuro, verso noi stessi. La fiducia nasce come tema spirituale, ma in quanto tale non appartiene affatto alla ristretta dimensione confessionale, ma attraversa la vita intera. Quello che siamo, quello che diventiamo, quello che ci succede, è per gran parte dipendente dal grado di fiducia di cui disponiamo.

Dalla fiducia in qualcosa, o fiducia in qualcuno, deriva il coraggio di vivere, dal coraggio derivano i progetti, le speranze, lo slancio per inseguire i sogni. La fiducia riguarda ogni aspetto ed ogni cosa, dalle più piccole alle più grandi. Tutto in fondo è un grande atto di fede. Occorre fiducia nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, persino nell’aria che respiriamo.

Occorre fiducia nei farmaci che assumiamo, fiducia negli esami diagnostici, fiducia nei vaccini che somministriamo ai nostri figli. Occorre fiducia nel denaro, nell’economia, nelle banche, nelle aziende e nei lavoratori. Le più drammatiche crisi si instaurano proprio quando viene meno la fiducia negli uomini e nelle cose, fidarsi di qualcuno è necessario come l’aria che respiriamo.

Senza fiducia si può solo fare la guerra

Anche in economia occorre fiducia in qualcuno e in qualcosa. Il denaro che ci consente di vivere perderebbe di colpo ogni valore se il terrore della crisi finanziaria degenerasse e spingesse tutti a ritirare i propri depositi bancari. L’economia è di per se stessa una proiezione virtuale basata sulla fiducia. Il concetto stesso di credito che permette di finanziare gli investimenti e creare la circolazione del denaro tramite i consumi, è sinonimo diretto di fiducia.

Chi crede che il proprio lavoro e la propria fatica siano indipendenti rispetto alla credibilità generale nel sistema economico vive nel medioevo, in cui l’auto consumo prevedeva fatica enorme con l’unico scopo di non morire di fame.

Occorre fidarsi del proprio inquilino, del venditore che ci propone l’auto, nel datore di lavoro e persino nel sindacato. Non è ironia, è pragmatismo. Nessuno su questa terra ha il potere di controllare, governare, sapere esattamente, nulla. E’ nell’investitura della fiducia che si concede forza ai vincoli che instauriamo, ed è la fiducia che scatena le nostre migliori energie. Senza fede, si muore.

I neonati non cullati e coccolati rifiutano il cibo e si lasciano morire. Lo fanno pure gli animali domestici, la cui continua offerta di fiducia corrisponde ad una cieca scommessa sulle nostre premure nei loro confronti. Chi ci ama e vive di questo amore, sente continuamente il bisogno di rinnovare il patto di fiducia nei nostri riguardi.

La mancanza di credito distrugge ogni rapporto, spegne ogni speranza, la mancanza di fede annichilisce l’anima personale, le toglie linfa vitale, la depotenzia e la uccide. La prudenza è un’altra cosa rispetto alla mancanza di stima, di apertura, di speranza. La prudenza è necessaria, ma essa stessa è un grande atto di fede nel compromesso tra diffidenza e coraggio. Fidarsi di qualcuno è indispensabile.

La mancanza di fiducia nel particolare come nel generale, la mancanza di fiducia in qualcuno e in qualcosa,  è la principale causa della guerra permanente in cui la vita rischia di ridursi.  E’ la sfiducia negli altri che ci toglie una quantità immensa di energie. E’ la sfiducia nelle nazioni a costringere ad armarsi fino ai denti, ed a cercare continuamente risorse in giro per il mondo, dopo aver esaurito tutte le proprie nella ricerca della superiorità militare.

 

Il trionfo del centrismo nelle elezioni francesi

La vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno  delle presidenziali francesi, ha dato per il momento respiro al centrismo dei moderati europei. La Francia è tra i paesi fondatori dell’Unione Europea, ed ha un ruolo economico, morale e politico, di notevole rilevanza nelle vicende dell’intero continente.

Quello che accade alla Francia si riflette inevitabilmente sull’Europa nel suo insieme, almeno nei tre aspetti elencati. Economicamente i francesi, al pari degli italiani, sono i più ricchi in termini di patrimonio privato. Al pari della situazione italiana questa ricchezza fatica nel rimettere in moto i consumi e l’occupazione, ma sempre di ricchezza si tratta e questo pesa eccome in termini di credibilità e legittimità nelle relazioni commerciali e finanziarie.

In senso morale la nazione francese è forse una delle più rappresentative in termini di modernità, dato che siamo tutti in qualche modo figli dell’illuminismo e delle rivoluzioni politiche da esso derivate. In senso politico è tangibile il peso e al solidità dell’asse franco-tedesco nel suo ruolo egemone di guida di tutta l’eurozona.

Deriva da tutto questo, che le vicende politiche francesi assumano una funzione emblematica, simbolica, con sviluppi in grado di anticipare le tendenze del continente europeo nel suo insieme.

Dunque il centrismo ha vinto nettamente il ballottaggio contro la destra nazionalista euroscettica, ed i moderati rilanciano legittimamente le proprie ambizioni nel porsi anche come modello presso le situazioni degli altri paesi. Il centrismo si è dimostrato vincente grazie ad innovazioni tattiche, tra cui anche l’energia e la biografica personale di Macron, ma forse anche per motivi strategici.

Il centrismo ha sconfitto nettamente le sue ali estreme, tagliando fuori la sinistra tradizionale e l’estrema destra. La prima cerca consenso nel popolo che non rappresenta più, e la seconda cavalca l’onda populista contro l’immigrazione, la crisi, l’ egemonia continentale sugli interessi nazionali. Il centrismo ha sconfitto entrambe forse per due motivi essenziali, rappresentando una specie di laboratorio politico per le altre nazioni.

Il centrismo è risultato vincente verosimilmente per due motivi. Ha vinto in senso geometrico, in quanto  al centro tra destra e sinistra. Ha dimostrato come la popolazione chieda fermezza, energia, ma anche democrazia, libertà, tolleranza, europeismo.

Il centrismo è tale anche e soprattutto in senso cronologico, Nè troppo sbilanciato in avanti nè troppo all’indietro. Il centro è soprattutto una nozione temporale, tra l’utopia della sinistra tradizionale con le sue  scommesse su un futuro impossibile, ed il rifiuto della modernità tipico dell’estrema destra, che vorrebbe  ripiegarsi in un passato improbabile e sconfitto dalla storia.

La popolazione chiede energia politica ma anche sobrietà, chiede sviluppo ma anche sostenibilità, chiede crescita ma anche distribuzione della ricchezza. Il popolo ha paura della crisi, dell’immigrazione, del terrorismo come paure nuove ed ancora purtroppo non definitamente vinte. Ma il popolo ha paura anche del nazionalismo, della semplificazione, della xenofobia, dell’omofobia, ha paura di valori ancorati ad un passato inadeguato per affrontare efficacemente le sfide che abbiamo innanzi.