Il conflitto interiore non è un inutile peso sull’anima, un sintomo di incompletezza, un incidente esistenziale. Il conflitto interiore, per quanto penoso, per quanto vorremmo farne a meno, è il vero motore dell’anima, è lo scrigno segreto, che paradossalmente, genera l’amore per se stessi e per gli altri.

Sappiamo che per amare occorre conoscere. Sappiamo della perfetta e vicendevole equivalenza tra conoscenza e amore. Amiamo solo quel che conosciamo e conosciamo solo quel che amiamo. Al contrario, non amiamo quel che non conosciamo, e non conosciamo, quel che non amiamo. Vale per ogni cosa, per ogni tipo di relazione, anche nella relazione con se stessi.

Quindi tutto parte dalla conoscenza. Ma c’è un problema: conosciamo il mondo, le cose, la realtà, solo per sottrazione, per distacco, per differenza, per opposizione. Conosciamo le cose sottraendoci dalle cose. Conosco una sedia, una penna, un’automobile, soprattutto perché io non sono una sedia, una penna, un’automobile.

Ogni cosa che conosciamo la determiniamo in quanto diversa da noi, in quanto contrapposta a noi. Qui sorge un problema. Se ciascuno fosse completamente e veramente se stesso, senza conflitti interiori, sarebbero guai. Applicando il criterio della sottrazione su se stessi, se fossimo aderenti, perfettamente coincidenti col nostro essere, sarebbe impossibile conoscersi. L’equazione io uguale me, porterebbe ad annullare la conoscenza. Io meno me, uguale zero. Accade verosimilmente ai fanatici, ai sedicenti puri, ai convinti di essere perfetti, perfettamente identificati in una idea assolutizzata.

Fortunatamente, nelle persone comuni l’io e il me, non coincidono. “io” non sono “me”, e pur nella sofferenza di non essere me stesso, posso conoscermi proprio perché sono “l’essere che non sono” (Jean Paul Sartre). Proprio perché sono contemporaneamente giusto ed ingiusto, paziente e irascibile, santo e perverso, umile e vanitoso, proprio per questo posso conoscermi. E se posso conoscermi, posso amarmi. La distanza tra l’io e me, tra la persona che sono e quella che vorrei essere, è la mia libertà, è la mia anima.

Solo le persone che percepiscono la propria controversa natura, che patiscono a volte il peso della propria incoerenza, il peso di essere di volta in volta sfuggenti a se stessi ed estranei  a se stessi, solo le persone così sviluppano un sincero amore di sé. Quell’amore di sé che estende spontaneamente la sua vocazione all’amore verso l’esterno, verso ogni cosa.

L’amore di sé non è una colpa, un peccato. L’amore di sé è la prima e autentica forma di vero amore, così vero, così autentico, da sentire l’irrefrenabile bisogno di estendersi verso confini sempre più ampi. L’odio antisociale così spontaneo, così diffuso, proviene dall’incapacità di conoscersi, dall’incapacità di amarsi, dall’incapacità di abbracciare e accogliere il mistero che è dentro di noi. L’odio per gli altri è solo un meccanismo di difesa, un espediente per distrarci dal disprezzo che proviamo per noi stessi.

Ecco perché solo le persone controverse, incoerenti, forse persino ambigue, solo le persone che sentono il peso di non essere come vorrebbero essere, solo quelle che patiscono il proprio conflitto interiore, sanno davvero amare, sanno davvero donarsi. Forse proprio per questo nel vangelo Cristo frequentava i peccatori, e si trovava perfettamente a suo agio con loro. Forse proprio per questo “Gli ultimi saranno i primi”. Forse proprio per questo “I pubblicani e le prostitute, vi passeranno davanti”.