Molti hanno scritto della fragilità  del nostro tempo. Fragilità che ciascuno sperimenta purtroppo spesso a sue spese. Una debolezza dovuta in gran parte alla perdita della protezione delle comunità. La comunità è sempre stata il luogo di riparo e protezione, specie prima dello stato moderno, quando vivere da soli o in piccoli nuclei  era  sconsigliabile a causa delle carestie.

La comunità è rimasta per secoli la spontanea condizione di aggregazione, favorita dallo scarso rilievo attribuito al destino e al valore personale. Gli uomini hanno per molto tempo condiviso lavoro, cibo, cure, conflitti, sentimenti.

La modernità, con la sua scommessa sull’individualismo, ha pian piano sostituito la struttura orizzontale delle comunità con quella verticale delle società.

Sedotto dalle prospettive di successo e ricchezza,  l’uomo moderno ha progressivamente abiurato la millenaria fedeltà alle comunità. Ha scelto in sua vece spazi virtuali senza protezione alcuna, se non quella regolata da norme astratte e da leggi sempre interpretabili a vantaggio dei forti.  Ha scambiato i vincoli di sangue, le tradizioni, la forza della consuetudine, con la fragilità delle ambizioni.

Aumento dei disagi personali, maggiori rischi di precipitare nell’indigenza,  solitudine ed emarginazione, sono stati l’alto prezzo imposto dalla globalizzazione. Essa non è l’ordinata ristrutturazione su scala planetaria dei vecchi vincoli comunitari, ma l’incontrollabile meccanismo sociologico derivante dalla velocità dei cambiamenti. Qualcosa di cui tutti parlano ma che nessuno controlla. E’ il simbolo stesso della vittoria della complessità sul desiderio di semplificazione.

Trasformare l’incertezza in speranza

La globalizzazione sancisce la totale inadeguatezza dei singoli, sovraesposti alla forza straripante di eventi troppo più grandi di loro. Persino lo stato si arrende agli eventi globali, e ne perde ogni capacità di interdizione e controllo. La politica degli stati nazionali, ha perso la possibilità di mantenere il patto inerente al tenore di vita dei suoi cittadini, perchè troppo piccola rispetto alla grandezza dei fenomeni in gioco.

La risposta populista è in questo senso totalmente fallimentare, perché il nazionalismo in essa implicito presuppone l’incapacità di confrontarsi con la complessità del mondo.

La globalizzazione, pur incontrollabile e per molti versi nociva alla ricchezza individuale ed alle speranze future, può tuttavia essere lo stimolo verso un necessario ritorno allo spirito delle comunità.Occorre verosimilmente un cambio di prospettiva, ripensare la nozione di comunità a più livelli. Questo prevede la parziale deroga al valore assoluto dell’individualismo a cui siamo stati abituati, e che ci sta trascinando a fondo con la sua inerte pesantezza.

Occorre riabituarsi a pensare in modo collettivo e sempre meno individuale, dai più piccoli nuclei fino alle massime istituzioni internazionali.

La felicità personale slegata dal contesto sociale è stato il grande abbaglio della modernità. Sarebbe un’ottima mossa nella partita a scacchi contratta col tempo, sorprendere i cattivi presagi politici e finanziari, utilizzando il fallimento moderno come trampolino di lancio per idee coraggiose.

Una occasione per ridisegnare ad ogni livello la partecipazione popolare, attorno a più livelli di aggregazione e appartenenza. Una sana rivalutazione delle strategie antiche,  che hanno permesso a tanti piccoli uomini, di costruire un grande destino comune.