Siamo quotidianamente bombardati da notizie su gravi episodi di violenza di ogni genere. Omicidi, reati violenti di ogni tipo. Vi è da parte dell’opinione pubblica una comprensibile attenzione, veicolata e stimolata dai mezzi di informazione, sempre presenti nelle questioni che suscitano più preoccupazione.

Esiste un circuito che si auto alimenta, tra media e popolazione. Un connubio tra la richiesta di notizie tempestive sui delitti efferati che auto avverano i pregiudizi popolari, e l’offerta  molto attenta a non deludere le aspettative.

La crescente sensibilità diffusa rispetto alla fenomenologia della violenza privata, rischia però di nascondere anziché svelare, la realtà dei fatti. In primo luogo il pubblico generalmente si aspetta di vedere confermato dagli avvenimenti, il teorema che vorrebbe collegare un aumento della violenza con i flussi migratori. Equivalenza totalmente smentita da ogni statistica.

La ricchezza dei particolari nella descrizione dei crimini sembra quasi voler alimentare il fascino già largamente presente verso tutto ciò che è più turpe, brutale e ripugnante. 

Quel che è ancora più grave però, è l’offerta di episodi di violenza criminale non accompagnata da una adeguata spiegazione generale, senza collocarla  e circostanziarla al contesto dove si esprime. L’informazione seleziona ed offre ma non spiega mai nulla, abbandonando il pubblico all’onere esclusivo dell’interpretazione. Una scommessa sempre più temeraria, visto il dilagare incontenibile del famigerato analfabetismo funzionale.

Nel periodo storico meno violento tra i paesi meno violenti

La violenza ha sempre accompagnato, purtroppo, le relazioni  di ogni genere. Per comprendere la dimensione di un fenomeno occorre misurarlo confrontandolo con situazioni omogenee. Restando nel puro ambito degli omicidi, che rappresentano  la peggiore espressione della violenza privata, forse molte persone non sanno che  sono in costante diminuzione da quando esistono le statistiche. L’elemento scelto dagli studiosi per una comparazione  è il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti. Ebbene oggi questo tasso nel nostro paese vale circa lo 0,9, mentre nel 1870 valeva circa 18. Tenendo conto che le denunce rappresentavano forse meno della metà dei casi , alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che al tempo dell’unità d’Italia le violenze private arrivavano a procurare la morte circa 30 volte di più che oggi. Ma entra in gioco anche la geografia.

Tassi di omicidio simili al nostro sono registrabili solo nei paesi del sud Europa. Nel nord Europa è circa di 1,3 casi su 100 mila persone, 2 in Norvegia.  Negli Usa è di 4.7, in Russia il 9.2, in Brasile il 25, in Venezuela 53 omicidi ogni 100 mila abitanti. Tuttavia per quanto spregevole, l’omicidio non è l’unica espressione della violenza. Una comparazione storica dal punto di vista statistico generale è molto più complesso. La violenza carnale denunciata era caso ben raro nel diciannovesimo secolo. Quel che è certo che a memoria dei testimoni oculari, nonni e bisnonni, la violenza fisica era la prassi.

Le percosse riguardavano la correzione imposta dai genitori, dagli insegnanti, dai catechisti, dai sacerdoti e dalle suore. I furti frequentissimi a causa della povertà prevedevano a volte punizioni tremende.

L’essere umano ha sempre praticato la violenza. L’ha praticata per gioco, per istinto, per gelosia,  per motivazioni politiche, per vendetta, per denaro, per noia. La violenza purtroppo, potenzialmente ce l’abbiamo dentro tutti e fortunatamente la esprimiamo sempre meno. Quella che stiamo vivendo oggi in Italia, è una delle epoche più pacifiche e meno violente della nostra storia