Nell’esperienza concreta di ogni giorno,  la verità è consegnata ai cinque sensi, una fonte piuttosto virtuale e facilmente ingannabile, come tutti sanno. La definizione della verità è sfuggente, anche se tutti credono di poterla maneggiare, controllare, gestire.

L’esperienza è già per sua natura una vicenda mentale, immaginaria, virtuale. Proprio per questo è gestita dalla mente, che già nel nome, non si presenta sotto i migliori auspici per maneggiare ciò che è vero.

La verità non equivale alla realtà dei fatti, ma riguarda la relazione tra la nostra osservazione e il mondo estero. La verità riguarda tre elementi: il soggetto, l’oggetto, il legame che tra loro intercorre. La nozione di verità è pertanto implicitamente relativa, nel senso che consiste in una relazione autentica e solo in questo. Una relazione dinamica al variare dei contesti e dei campi di applicazione, e persino negli errori si può essere nella verità, se l’errore è sincero ed in buona fede.

La verità riguarda solo la correttezza del metodo di indagine

La definizione della verità è complessa e articolata. La relazione autentica  cambia al cambiare dei contesti. In matematica la verità consiste nell’esattezza dei risultati. Uno più uno può fare solo due, e nell’esattezza del risultato è contenuta la determinazione della verità matematica. Per esprimere l’idea  della verità, si pretende troppo spesso di riportarla  alla esattezza matematica, con grossolani equivoci accessori.

Nelle deduzioni logiche  l’esattezza matematica non c’è. La deduzione è un artificio dialettico che tende a confondere probabilità con certezza.

Quando si parla di politica, di morale, di salute, di giurisprudenza, le certezze matematiche spariscono, ed al loro posto, nella migliore delle ipotesi, si instaura la probabilità delle conclusioni logiche.

E’ probabile che la buona politica produca posti di lavoro, è probabile che un politico onesto produca buona politica. Ma che un politico onesto produca certamente un aumento dei posti di lavoro, contiene  probabilità, e quindi verità, piuttosto basse. La maggior parte delle nostre deduzioni logiche sono immaginarie, e tendono a confondere la possibilità con la certezza. E’ per questo che ciascuno si forma la sua soggettiva versione della verità, in cui crede di dominare la realtà, mentre resta solo imprigionato nei meandri delle sue convinzioni.

In politica la verità è basata sulla efficacia. Una buona politica è vera se produce risultati, altrimenti è falsa.  Dato che i risultati sono spesso difficili da misurare, specie in maniera complessiva, ciascuno tende a premiare questo o quel politico in base ad empatia, al fascino,  a sensazioni emotive,  e non certo in base ai fatti.

In storia il volto della verità è appoggiato sulla coerenza tra le cause e gli effetti nella cronologia degli eventi, ed anche nella storia, così fondamentale per produrre la memoria condivisa che costituisce l’anima dei popoli, la verità ha un contenuto ben diverso dalla certezza. Tanto che la storia, può avere un contenuto di verità inferiore ai miti ed alle saggezze popolari.

In filosofia la verità è deposta nella plausibilità, e cioè che è plausibile è filosoficamente autentico, perché la filosofia studia soltanto la correttezza dei processi logici e razionali della mente partendo dal suo interno.

Essa esprime una validazione formale  sulla investigazione, sul metodo della conoscenza, non sulla conoscenza in se stessa. Il suo idealismo critico mette in evidenza i limiti  della nozione di verità. Chi ama la certezza dogmatica delle risposte, tende a detestare la libertà delle domande filosofiche.