Nella nostra epoca si parla spesso di gioco di squadra, intendendo con questo termine l’unione, l’unita di intenti, di gruppi che agiscono in modo coordinato sulla base dei propri comuni interessi. Un tempo si sarebbe parlato di comunità, corporazione, clan, ecc, ma il significato non cambia. Come si suol dire, l’uomo è un animale tradizionalmente sociale, nel senso che è nello stare insieme che esprime il meglio delle proprie qualità ed affronta nel mondo più efficace le avversità.

Come si dice da sempre è l’unione che fa la forza, ed è l’agire in modo coordinato, coeso, compatto, che permette di superare ostacoli impossibili per le forze e le capacità dei singoli. Nel calcio si esprime questa idea con il concetto di gioco di squadra, che supera di gran lunga la somma dei talenti dei giocatori. Anche in guerra la compattezza e l’unione di un gruppo di battaglia produce risultati a volte sorprendenti e superiori, a quelli di nemici numericamente favoriti ma scoordinati.

Nelle nostre campagne sino a pochi decenni or sono più nuclei familiari vivevano sotto lo stesso tetto, ci si alternava nei lavori dei campi dei vicini, e la fatica era la moneta di scambio più usata e bene accetta. Lo stesso accadeva per le persone invalide o malate, aiutate dalle premure e dal lavoro di amici e parenti. Gran parte dell’umanità ha attraversato la storia uscendo dalla indigenza, dalle guerre, dalle malattie, più con lo spirito comunitario che con le meraviglie del progresso e della scienza.

L’individualismo è sconveniente

Dunque lo stare insieme è vantaggioso, conveniente, opportuno, ed ai vantaggi del farsi squadra occorre pagare il ragionevole e conveniente prezzo della cessione di una adeguata dose di autonomia personale. Per stare insieme e formare un gruppo, una squadra, occorre accettare il ruolo assegnato senza dover continuamente misurare il proprio valore con quello degli altri, rinegoziando continuamente gerarchie e decisioni tramite estenuanti conflitti.

L’individualismo del nostro tempo sembra la più marcata negazione di ogni criterio comunitario che fa della partecipazione corale, come una sola squadra, il veicolo del superamento delle difficoltà. Il porsi continuamente in competizione, ritenersi migliori degli altri e cercare ogni occasione per dimostrarlo, il narcisismo dilagante, sono i veri e più profondi mali del nostro tempo, perché separano, dividono, disperdono, spezzano.

La vita è tale solo nella relazione, tanto che la stessa nozione di per-sona, indica che esistiamo per, e non contro, o nonostante, gli altri. Separarsi significa divenire deboli e attaccabili, disperdesi e spezzarsi significa negare la storia, il bene comune, una memoria, un’anima condivisa. Dividersi in nome dell’egoismo patologico  significa spezzare il presente fino a liquefarlo.  Fino a scioglierlo nei vortici della dimensione liquida ed evanescente, che sembra infiltrarsi subdolamente in ogni conquista, in ogni speranza.