Piacere, felicità, gioia, tre diverse espressioni del benessere, diverse nella forma, nella sostanza, nella tipologia del coinvolgimento.  Diverse qualitativamente, dove il piacere è una forma di appagamento fisico, la felicità è la soddisfazione della mente, e la gioia la completezza dello spirito. Spesso le si confonde, mentre è bene tenerle distinte perché spesso ciascuna intralcia lo sviluppo delle altre.

Il piacere riguarda ogni stimolo gradevole che coinvolge il corpo, come il buon cibo, il sesso, lo sport. Caratteristica del piacere, in quanto inerente alla sfera biologica è la tendenza all’eccesso, perché il piacere non trova mai ristoro durevole, ma si nutre di continua ricerca. L’appetito vien mangiando dice il proverbio, ed il rischio è ammalarsi di bulimia. Ogni desiderio non può trovare mai definitivo ristoro.

La felicità è  legata alle ambizioni, ed essa è il traguardo della volontà. La felicità è una contraddizione intrinseca perché la volontà, come il piacere,  non conosce ristoro. Durante l’attesa per l’appagamento del desiderio  si prova dolore, quel dolore sotterraneo, indefinito ed insolubile, che accompagna l’ansia per la vittoria e la paura per la sconfitta. Ottenuto l’appagamento della volontà, caso tutto sommato anche abbastanza raro, si è felici per un istante. La felicità brucia come un fiammifero, ed il suo brillare coincide con la sua stessa estinzione.

Il grande equivoco tra libertà e volontà

Lottare per ottenere risultati alterna il dolore alla noia. Il dolore per la paura di perdere, l’ansia per la voglia di vincere, la noia per l’assoluta inconsistenza di ogni successo. Le vittorie possono farci invidiare, possono attirare il  sordo rancore degli altri, ma non potranno mai portare felicità stabile e duratura. La ricerca della felicità induce nell’anima l’oscillazione inquieta tra dolore e noia. La ricerca della felicità consuma inoltre il piacere. Spesso per il successo lavorativo, accademico, sentimentale, ci si priva del riposo, del cibo, dell’equilibrio. La ricerca della felicità distoglie dai piaceri e non porta alla gioia.

La gioia è lo stadio più alto rispetto ai precedenti, ed essa indica il maggior grado di completezza e pienezza  della natura umana. A differenza del piacere e della felicità, essa dimora nella quiete e nella stasi. La sua casa è nella pace dello spirito, e non nel dinamismo centrifugo e fatuo, tipico dei suoi stadi inferiori. La gioia presuppone non l’appagamento della volontà ma la sua rimozione, perché la specificità della volontà, è condurre al dolore. 

L’equivoco tra la felicità e la gioia è lo stesso che intercorre tra la volontà e la libertà. Per essere autenticamente liberi occorre essere indipendenti  da ogni forma di volontà. L’atto della volontà esprime una condizione che vincola gli eventi alle aspettative, ed in quanto vincolo, in quanto atto di forza, esso non è mai libero. Gioia e libertà seguono la strada passiva della accettazione, dell’accoglienza, dell’abbandono. Gioia e libertà non passano per la strada attiva della volontà che pretende di modificare e controllare, l’immodificabile e l’incontrollabile.