La nostra idea di benessere si fonda sulla prosperità economica, e questa, come è noto, sulla alimentazione dei sogni dei cittadini in quanto consumatori. Il commercio dei sogni, è il carburante dello sviluppo e della crescita economica del nostro tempo. Sognare successo, carriera, accumulo, possibilità di divertirsi e di viaggiare.

La crisi profonda del nostro tempo non consiste tanto nella impossibilità di far fronte ai bisogni primari, quanto nella sempre meno reale capacità di dar seguito alle ambizioni, ai desideri, su cui si fonda il mito del progresso e del benessere. La pubblicità occulta nei retaggi popolari, nei libri persino, nei media, nei social, prevede la dignità di vivere come il riflesso del successo. Sognare è percepito come un dovere, non solo come un diritto. Senza sogni si fermerebbe la macchina dei consumi, e sono propri i consumi ad assicurare il buon funzionamento dell’economia che è l’unica madre della democrazia.

Un equilibrio instabile e pericoloso, che richiede sogni sempre più grandi con risorse e possibilità sempre più evanescenti. La democrazia in quanto regno delle pari e totali opportunità è sempre stata una utopia, ma il rimescolamento della ricchezza e delle egemonie geopolitiche, rischiano di far scoppiare il delicato equilibrio tra i sogni ed i progetti attuabili. I modelli di realizzazione prevedono prosperità, accesso ad un elevato grado di istruzione, rilevanza sociale. C’è una costante crescita delle aspettative a fronte di una sostanziale stasi della crescita economica ed un lentissimo recupero dei posti di lavoro.

Quel dolore subdolo che ci avvelena

La crescita viene assicurata con rimodulazione dei contratti che prevedono sostanziali riduzioni dei diritti e del salario reale, in un mondo in cui vengono offerti modelli che prevedono risorse sempre maggiori. Questa forbice produce  dolore e frustrazione. Questa è la forbice che induce depressione ed inadeguatezza rispetto alle aspettative di un mondo sempre meno umano ed accogliente.

Questa forbice incrementa il dolore esistenziale  latente in occidente, che esorta alla felicità personale tramite la competizione, in cui vincono pochissimi e tutti gli altri perdono. Questa forbice favorisce le semplificazioni e le esortazioni all’odio antisociale tipico dei populismi, che traggono sempre fonte dal dolore privato dei cittadini. I sostenitori dei populisti si illudono di partecipare a campagne nel nome dei giovani e del futuro, nel nome della nobile e retorica causa dell’onestà e del cambiamento. Essi debbono solo dar sfogo al proprio  dolore personale, altrimenti inespresso ed insopportabile.

Dolore, paura, rabbia, si auto alimentano purtroppo vicendevolmente, in una spirale al momento non facilmente superabile con tocchi di bacchetta magica, che contrariamente a quanto lasciato intendere dalla propaganda populista, nessuno possiede. Non la posseggono nemmeno i leaders, tanto meno gli uomini forti. Tanto meno gli uomini apparentemente forti solo perché cinici e spregiudicati.

Per analogia con la psicologia e la teologia ogni tanto alleate,  per lenire il dolore occorre riconoscere i propri errori ed i circoli viziosi che essi producono. Occorre spezzare la spirale tra dolore rabbia e paura, ed abbassare il livello delle aspettative. Innalzare la consapevolezza di sé e del proprio ruolo sociale  in quanto persone non in quanto vincenti. Occorre sognare davvero in grande. Occorrono cioè sogni etici, occorre sognare la cultura, l’umanità, la compassione.