Dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore

dice il vangelo, ed il mio cuore per molti anni, è vissuto in uno dei luoghi profanati dalla violenza del sisma di questi giorni.

Castelluccio di Norcia non è mai stato per me un luogo di quelli in cui si va in ferie, fatto di leggerezza e di evasione. Nell’ Italia annoiata degli eccessi, dei grandi paesaggi dell’ industria del turismo, questo paese ha conservato intatto il fascino della natura selvaggia. Nel terribile momento che Castelluccio sta vivendo, il mio sguardo è attonito. E’ completamente incapace di accettare la “normalità” della violenza geologica.

Alle pendici del monte Vettore, situato sul colle che domina le praterie del Pian grande e del Piano perduto, Castelluccio si staglia nella sua magica collocazione scenica. Luogo fiabesco ed incantato che è’ il  simbolo stesso del parco montano che porta il nome della maga Sibilla. Tutto riecheggia ed affascina l’osservatore, già sedotto ed inebriato dall’ immersione nella troppa bellezza.

Per molti anni il mio cuore è stato lì, come speranza di un qualcosa che assomigliasse davvero al paradiso, “giardino” oltre il confine del mondo. E’sempre stato un luogo speciale in cui l’anima smette di cercarsi, soddisfatta di trovarsi.

I suoi confini hanno nomi noti: l’ Inghittitoio, Forca Viola, Palazzo Borghese, Il Redentore e il Lago di Pilato,  in cui nuota il raro crostaceo Chirocefalo.

Luoghi in cui si fa trekking o si pedala, si fa deltaplano o parapendio, accanto a pastori, a greggi e alle coltivazioni della lenticchia.

La località da tempo è stato scoperta dal turismo di massa, e questo ha un poco intaccato la maestosità. I silenzi, la struggente poesia… Scomparsi. Per questo negli ultimi anni l’avevo abbandonato, ed ora ne provo rimorso, come verso un amico tradito.

Pellegrinaggio

Credo che la parola più adatta ad esprimere le motivazioni dei miei viaggi a Castelluccio fosse quella del pellegrinaggio.

La grande bellezza della natura, che sa generare un’ attrazione religiosa, metafisica, quasi surreale. Un invito al pellegrinaggio per meritare la pace. Ora la matrigna ha prevalso, e la grande madre terra ha profanato se stessa, la natura ha offeso la sua bellezza. Ora la montagna è spaccata, le persone franate e crollate come case e strade.

Lentamente gli uomini ricostruiranno. La bellezza tornerà protagonista. La natura cieca e selvaggia riprenderà il suo equilibrio come nulla fosse accaduto. La ferita nella memoria dovrà chiudersi e cicatrizzarsi, ma un Eden  ferito non è più un paradiso.

Un paradiso ferito ha il sapore amaro di una disfatta, l’immagine di un amore rapito, di una musica interrotta.