Il sacrificio ha un profondo significato esistenziale, spirituale. Ci insegnano sin da piccoli che ogni cosa si ottiene solo tramite il sacrificio, il duro lavoro, l’impegno, la rinuncia. Tuttavia il sacrificio non è una parola da prendere alla leggera, perché essa proviene da molto lontano, e come ben si intuisce, ha a che fare col sacro.

Gli uomini hanno sempre sacrificato qualcosa sull’altare delle loro paure per poter usufruire della benevolenza degli dei. Proprio perché l’origine di ogni problema nasce nel potere della paura, gli uomini sin dalla notte dei tempi hanno cercato di esorcizzare la paura tramite l’offerta degli innocenti.

Lo facevano gli Indù, lo facevano i Maya e lo hanno fatto certamente altri popoli meno noti, nella convinzione che il sacrificio degli innocenti servisse a trattenere la collera delle potenze celesti.

Questo aspetto  ha origini dalla necessità di dare una risposta alle paure irrazionali, si è progressivamente trasferito in ogni vicenda laica e secolare. Il tempo stesso inteso come cronologia sequenziale, è una forma di ritualità sacrificale, il progresso comunemente inteso, è il sacrificio laico, potente ed assoluto, del nostro tempo.

Il progresso in senso generale non è avvenuto gratis, né sarebbe potuto avvenire se non al prezzo di un duro sacrificio. Il sacrificio, la distruzione, dei valori del mondo antico, della civiltà contadina, del rapporto diretto col territorio, con le persone. Il sacrificio delle comunità medievali, il sacrificio di un certo modo di essere genuini, sinceri,  umani.

Il volto oscuro del sacrificio

Il progresso economico ha preteso ed imposto una maggiore concentrazione di capitali e di risorse finanziarie, imponendo a quasi due miliardi di persone il costo diretto della crescita  di un dieci per cento della popolazione mondiale. Quando sentiamo evocare a proposito ed a sproposito la crescita, ricordiamo sempre che essa stessa prevede il sacrificio. Un grande sforzo di chi insegue la crescita, ed uno ancora maggiore, in chi è costretto ad inseguire la povertà.

Forse l’aspetto più inquietante della secolarizzazione, nella sua moderna ritualità sacrificale, risiede nella sua spersonalizzazione, nel suo disperdersi dietro meccanismi incontrollabili, in cui non vi è direttamente nessuno seduto a cospirare dietro le quinte. Non ci sono persone fisiche dietro la a globalizzazione all’origine di tutti i guai e le paure “liquide” del nostro tempo.

Al principio della crescita, della efficienza, della produttività, si sono sacrificati diritti, conquiste, fiducia, lealtà, razionalità. Pur di crescere, da molto tempo stiamo accettando ogni genere di sacrificio verso un decadimento delle nostre qualità più importanti.

In un certo senso ancora una volta sembrerebbe che il tempo sia circolare. Alla realtà dei misteri antichi a cui l’uomo si rivolgeva per sacrificare i suoi beni più preziosi pur di scacciare le sue peggiori paure, oggi corrisponde ancora una volta un nemico ignoto.

C’è un nemico senza volto dietro le paure dell’uomo post moderno, che non sa più se scappare in avanti o fuggire all’indietro, pur di sfuggire ai sacrifici della sua mala tempora. Pur di sfuggire dalla sua  idolatria nei falsi dei del denaro e del potere, che gli si rivoltano contro ogni giorno di più, e sembrano esigere, sacrifici sempre maggiori.

In un certo senso, è come se l’umanità non riesca a liberarsi dal suo fanatismo, dal suo fondamentalismo. Dall’impero romano, alla religiosità medievale, sino allo stato nazione, e oggi alla legge del mercato, l’uomo ha sempre sacrificato i suoi simili, sull’altare delle sue ideologie.