Anche oggi nel regno dei social network, la televisione riveste un ruolo di centrale importanza nella rappresentazione generale della realtà  e nella conseguente formazioni delle opinioni. La tv coi suoi salotti, costituisce a volte addirittura una specie di estensione dei luoghi istituzionali, un canale ufficiale e solenne per la comunicazione di notizie di grande rilievo.

Ancora importantissima la funziona satirica, dove l’arte del paradosso scenico permette la divulgazione di verità che non potrebbero mai superare i normali filtri dialettici.

La satira è benedetta dal potere saggio, in quanto naturale valvola di sfogo delle frustrazioni e delle contraddizioni ineludibili nel rapporto tra leader e popolazione.

Anche la risata consegna un grandissimo potere: il potere di conservarsi puri e autentici rispetto alle assurdità e alle ingiustizie che incombono su di noi. Ma la risata è bella e coinvolgente solo se parte dal cuore e da una forma di profonda innocenza.

Da tempo è sotto gli occhi di tutti come anche la televisione, abbia inseguito  la parabola discendente del declino generale del paese. Un declino culturale, prima ancora che economico o politico. In parte questo è dovuto al diverso spessore dei personaggi in gioco: negli anni ’70 ad esempio la tv di stato poteva permettersi un Enzo Biagi conversare con  Pier Paolo Pasolini.  Senza offesa per nessuno, temo si tratti di un abbinamento difficilmente riproponibile nel panorama  odierno.

Una generale e progressiva caduta di stile

Tuttavia la caduta generale della qualità televisiva, oltre ai diversi format, alla enorme concorrenza da parte di tante efficaci ed alternative forme di intrattenimento, può forse essere individuata in una questione di merito.

Negli anni del boom economico e nei decenni immediatamente successivi il paese restava ancora timido e umile nei confronti della cultura e dell’informazione. La tv  offriva spettacoli di vario livello artistico ma con un tratto costante: l’idea di rappresentare una società dove la gentilezza, l’educazione, il garbo,  avessero ancora un ruolo di primissimo piano. Era una tv che riteneva il suo pubblico degno di essere migliorato nella forma e nei contenuti.

Oggi la televisione non ci piace più (o comunque ci piace molto meno) forse perché ci somiglia fin troppo. Essa ammicca ai difetti e ai vizi del pubblico, a volte alla sua volgarità, alla sua faciloneria, ad una pochezza esibita con vanto.

Lo strumento televisivo tende a coinvolgere sempre di più il pubblico sino a sovra esporlo. Un pubblico forse fin troppo spontaneo. Spontaneo ma sgraziato, smascherato nella sua incapacità di esprimere  modelli di rappresentazione delle relazioni e dei valori, migliori rispetto a quelli tradizionali, borghesi o aristocratici.

Valori e modelli espressi a lungo dallo strumento televisivo, che oggi al contrario assomigliano  sempre più alle truci invettive di piazza, piuttosto che allo slancio dello spirito in cerca speranza.

Così finisce per andare in onda un pubblico messo a nudo nella sua involuzione. Un regresso che lo ha portato a scambiare i valori con le ambizioni, la cultura con l’arroganza,  la legittima gioia con la sbronza del protagonismo.