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Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

Declino occidentale e destino della nostra civiltà

declino occidentale

Siamo davvero prossimi al declino occidentale, e la nostra civiltà è destinata a ridurre nel tempo la sua importanza? Siamo talmente abituati a definirci di cultura europea, atlantica, moderna, cristiana, forse da aver dimenticato l’infausto presagio contenuto nel termine occidente. Esso significa letteralmente “dove cade il sole”, potremmo reinterpretarlo metaforicamente, come il luogo del tramonto.

Questo non è certo una realistica previsione né a maggior ragione un cattivo augurio. L’occidente crede ancora nei suoi valori, negli ideali alla base della cultura europea, radicati nel mondo greco e giudaico-cristiano, che hanno dato vita alla cosiddetta modernità e al progresso civile, come oggi comunemente viene inteso. Il vertice di questo progresso è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo ratificata a Parigi il 10 dicembre 1948, un evento voluto e progettato, proprio dall’occidente.

Il declino occidentale può essere inteso in diversi modi, ad esempio nella perdita del ruolo egemone dal punto di vista finanziario e militare. Che di per se stesso non sarebbe necessariamente un male, se non fosse per i rischi di pesanti ricadute dal punto di vista occupazionale annessi a questa progressiva marginalizzazione, ad opera delle emergenti economie e finanze orientali.

Temo tuttavia che il maggior sintomo di declino occidentale possa essere individuato nell’aumento delle fazioni populiste nei vari paesi del vecchio continente, aumento spontaneamente concorde ad una sempre maggiore insoddisfazione e paura da parte delle rispettive popolazioni. Paura del precariato, della sicurezza personale e sociale, paura dei flussi migratori e via dicendo.

Forse proprio l’incertezza e la paura per i cambiamenti su scala globale possono costituire la spia del malessere dell’occidente. Soprattutto la risposta naturale a questa paura, che come già detto viene intercettata dalle forze xenofobe, estremiste e populiste. La paura della diversità etnica, religiosa, culturale, genera atteggiamenti di chiusura, intolleranza, nazionalismo.

Valori opposti alla cultura dell’occidente, che è grande proprio per la sua capacità dialettica,  tendente al compromesso e al confronto, più che all’integralismo e alla chiusura. Come è già stato scritto, la figura che simboleggia meglio i valori dell’occidente è quella di Santa Maria Maddalena. Santa e meretrice, ambigua eppure grande, controversa e sublime al tempo stesso.

L’occidente è stato la culla della modernità non solo per le sua capacità di innovazione tecnologica, industriale, per le sue sanguinose rivoluzioni e per i suoi cambiamenti epocali. Il simbolo dell’occidente è la fede nella giustizia, nella dignità della persona, il simbolo dell’occidente è l’autonomia morale che pone l’uomo, tutti gli uomini, al centro dell’interesse generale, al centro della visione stessa della realtà e della storia.

Da questo punto di vista il declino occidentale rischia di concrettizzarsi per l’incapacità di portare a compimento i suoi valori, rischiando di chiudersi in essi quando i suoi stessi valori chiedono continua apertura e riadattamento alla realtà. La centralità della persona su cui si fonda la stessa nozione di occidente non può equivalere alla centralità dei “nostri” cittadini, contrapposti agli “altri” individui. I rischi di declino per l’occidente e per la civiltà occidentale passa da qui, dal non aver forse saputo portare a compimento la sua autentica missione storica ed etica.

L’occidente è nato, vissuto, si è rafforzato, tramite la sua capacità di adattamento alle nuove sfide, sapendo trasformare le pressioni, le tensioni, i problemi e persino i drammi, in linfa per la sua crescita e la sua stabilità.

L’identità della sinistra e della destra nell’era della post verità

Destra e sinistra si sono contese il monopolio del mondo, eppure oggi secondo studi statistici, la stragrande maggioranza dei giovani non sa più individuare alcuna differenza tra le due opposte fazioni. Questo in parte è comprensibile, in positivo,  grazie alla fine delle ideologie in senso tradizionale, ma è altrettanto sintomatico, in negativo, del crescente disinteresse delle nuove generazioni alla idea di polis, di politica, come città della convivenza e del confronto.

Essere di destra o essere di sinistra non è mai stata la stessa cosa, e questo prescinde totalmente la collocazione politica dei due poli tradizionali, chiamati così, destra o sinistra, inizialmente solo in funzione della loro dislocazione logistica nelle aule parlamentari. Tradizionalmente, e forse un pò semplicisticamente, si ritiene che la sinistra si caratterizzi più in funzione della giustizia rispetto alla libertà, e che la destra, simmetricamente, punti sull’opzione opposta.

Altri pensano che la differenza consista nel primato del pensiero critico tipico della sinistra, che la destra ritiene meno importante e decisivo nelle questioni più vitali, preferendo alla speculazione analitica i valori tradizionali ed i cosiddetti “principi non negoziabili”. Tutto plausibile, tutto utile, ma piuttosto aleatorio e sfumato.

Aleatorio e sfumato specialmente se l’identità della destra e della sinistra si indagano in senso universale, molto meno se le si contestualizza ad una distanza più breve, ad una prossimità più adatta alla sintesi confortata dalla esperienza.

In ambito nazionale infatti, le differenze antropologiche e culturali relative al modo di essere e di intendere la convivenza  sono molto più precise e marcate. La sinistra nel nostro paese si è caratterizzata, specie dopo l’avvento della cosiddetta “democrazia compiuta” della seconda repubblica, secondo il principio della vocazione governativa e della assunzione della responsabilità.

Detto in altre parole, la sinistra è più decisionista, intraprendente, di campo. Decide e sbaglia, si posiziona e spesso perde, grazie al coraggio di scegliere. Un coraggio che può rivelarsi fatale per il suo successo elettorale in un paese tradizionalmente ingovernabile come il nostro, secondo la definizione di uno che di consenso un pochino se ne intendeva, e cioè Benito Mussolini.

La destra sembrerebbe essere immune dalla debolezza decisionista della sinistra, preferendo posizionarsi su questioni di principio, come i suoi attuali interpreti sulla scena pubblica, od orientarsi prevalentemente verso una campagna elettorale permanente, come accadeva negli anni del berlusconismo. In ogni caso il tratto saliente e caratteristico della destra italiana è stata l’inazione, un tratto che l’ha posta e la pone tutt’ora in una posizione privilegiata in termini di favore elettorale potenziale.

La sinistra nonostante una sua certa vetustà politica, si dimostra ingenua ed impreparata, al cospetto di un paese che preferisce non decidere, non riformarsi, non esporsi e non cambiare mai le regole del gioco.

Un un gioco tutto sommato così rassicurante e divertente, come il lamentarsi di tutto e di tutti senza spendersi mai troppo per cambiare. La cosiddetta Italia profonda, tradizionalmente di destra,  è ancora probabilmente pressoché invincibile, al netto del suo arroccarsi su tradizioni ma anche di privilegi, di aspettativa di sicurezza, ma anche di opacità.

La suggestione tra retorica e demagogia

Demagogia

Quale è il senso sociale, oltre che psicologico, della suggestione? E che cosa significa nel concreto, Suggestione? Il potere del linguaggio sta nella capacità di affascinare, persuadere, raccogliere consenso attorno alle opinioni. Nelle relazioni pubbliche, luogo per eccellenza della ricerca del successo e del prestigio, l’abilità è deposta nel raccogliere i favori della maggioranza delle persone.

Una condizione utile nella professione, nei ruoli amministrativi, in ogni tipo di organizzazione. Il potere della suggestione è grande, perché la mente si chiama così proprio perché  viene stimolata quanto sente mentire. La suggestione non è necessariamente una menzogna, ma un metodo, uno strumento per convincere.

Per convincere, per persuadere,  per suggestionare la psicologia della masse, ci sono essenzialmente due metodi: quello retorico e quello demagogico. Nel metodo retorico le opinioni vengono accompagnate da tecniche linguistiche in cui l’ascoltatore si trova a suo agio. La retorica insegna l’adulazione del pubblico, la proposta di asserzioni ovvie e condivisibili, il ritmo, la passione oratoria.

La retorica è essenzialmente un metodo finto per dire cose vere. La veste formale della retorica è discutibile dal punto di vista della verità che contiene, ma i suoi contenuti restano spesso validi.

La demagogia al contrario della retorica non cerca di convincere tramite mezze verità facili e comode da accettare, ma al contrario si basa sul potere del paradosso. Affermare violentemente il falso, pronunciare termini  inaccettabili in altri contesti, abusare della paura e della rabbia, sono tecniche demagogiche.

La forza del paradosso è grande perché destabilizza gli ascoltatori, li confonde, ed al tempo stesso li trascina. La tecnica del paradosso è tipica dei ciarlatani, dei fanatici, degli imbonitori in genere, perché la mente travolta dall’assurdo risponde con una forma piacevole di sottomissione. Sentirsi travolti dalle assurdità produce un piacere fisico, induce grande rispetto ed apprezzamento. La suggestione svolge una funzione psicologica fondamentale nel fornire senso all’assurdo che ci circonda.

Anche la religione rischia di riprodurre questo equivoco, perché le persone sono normalmente più attratte da tutto ciò che  è più assurdo, pagano, irrazionale, spaventoso. Il contenuto di pietà, di compassione, di tolleranza, di perdono, di condivisione, tutto ciò che è eticamente più rilevante, attrae la ragione, il buon senso,  ma molto meno gli istinti e persino i sentimenti.

E’ il meccanismo della sindrome di Stoccolma, o dell’innamorarsi intenso e folle, dei soggetti più squilibrati, come se la mente umana sentisse un formidabile pathos verso tutto ciò che è più dannato e pericoloso.

Tutto questo ha molto a che fare con la nostra vita di tutti i giorni, perché usiamo continuamente il linguaggio e ne restiamo in qualche modo sempre vittima. Resta vittima della suggestione retorica o demagogica il pubblico che ascolta, il cittadino che vota, il soldato che combatte, il dipendente che lavora, forse persino il medico che partecipa alla conferenza.

Ma resta ancor più vittima della suggestione del linguaggio, la suggestione psicologica della parole, lo stesso soggetto che ne fa uso. Le parole ci portano dove vogliono, orientano i nostri pensieri, li costruiscono, li determinano e ci determinano. Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà dei fatti ma la polarizza, la distorce, la costruisce. Tutto quel che diciamo ha spesso il potere di suggestionarci e di plasmarci in modo concorde alle parole del nostro discorso. Per questo è così importante usare bene le parole, non abusarne, rispettarne il significato, rispettare chi ascolta, rispettare le giuste regole del linguaggio.

 

 

Tra cittadini e stranieri

stranieri

Quanti sono gli stranieri, e quale è il loro impatto sociale nel nostro paese? Fonti Istat ci dicono che gli stranieri residenti in Italia sono circa 5 milioni, e che i flussi migratori in ingresso non compensano il saldo negativo tra mortalità e natalità. L’Italia perde, al netto dei flussi in ingresso e in uscita, tra nascite e morti, circa 100 mila residenti ogni anno.

E’ diffusa la convinzione che gli stranieri abbiano innalzato il numero dei reati, e che la loro presenza sia intollerabile e pericolosa per gli equilibri sociali della nazione. In realtà i reati violenti e gli omicidi, femminicidi compresi, sono in costante diminuzione, e l’aumento della popolazione straniera non ha intaccato questo decremento.

Prendendo in esame gli ultimi dieci anni, Sono in aumento solo i reati annessi allo spaccio e ai furti in appartamento, quest’ultimo tipo di reato spesso non affatto riconducibile alla popolazione in arrivo dalle coste africane. Quello che rende opprimente la sensazione di assedio deriva dalla velocità del fenomeno migratorio, dalla crisi economica, dalla paura generalizzata per il futuro, da una certa inclinazione mediatica a raccogliere consenso su questi sentimenti negativi, coadiuvati da interessi di elettorali.

Davvero crediamo che lo slogan “Rimandiamo ciascuno a casa sua” sia applicabile, giusto, o razionale? E se lo stesso imperativo categorico fosse rivolto ai nostri connazionali nel mondo, che succederebbe?

Solo in Argentina gli oriundi italiani sono circa venti milioni, venticinque milioni in Brasile, diciotto milioni negli stati uniti, quattro milioni in Francia, un milione e mezzo in Canada, solo per citare i paesi con la maggiore presenza di nostri connazionali. Risulta del tutto evidente che l’idea di generalizzare il “rimandiamoli tutti a casa” forse non sarebbe troppo pratica e conveniente, proprio per quanto ci riguarda. I discendenti dei nostri connazionali nel mondo sono oltre 80 milioni.

Del resto sia dal punto di vista genetico, che sopratutto culturale, economico, imprenditoriale e sociale, la fusione tra i popoli è la normalità oltre che il segreto del successo. Gli stati  più ricchi tendono sempre più ad essere multi etnici. Il concetto di identità nazionale non va mai confuso con l’ideologia nazionalista, sua forma purtroppo spontanea di degenerazione.

L’identità è argomento delicato e complesso, ed è una nozione che attraversa i valori di riferimento dei popoli, più che questioni somatiche o legate ai paesi di origine. Il dualismo tra cittadino e straniero non può riguardare il colore della pelle, le convinzioni religiose, o le origini dei propri antenati.

Ogni uomo cerca la vita, la pace per sé ed i propri cari, il sostentamento, la sicurezza, la felicità. Ogni uomo teme l’insicurezza, l’emarginazione, l’indigenza, la guerra, la malattia, la pazzia e la morte. Pertanto ciascuno si sente cittadino del primo elenco e straniero del secondo.  Alla politica, alla cultura, alle religioni, il difficile compito di realizzare le speranze insite nei cuori di tutti.

Una idea espressa con grande efficacia da don Lorenzo Milani nel 1965:

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso,  io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù).

Il trionfo del centrismo nelle elezioni francesi

La vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno  delle presidenziali francesi, ha dato per il momento respiro al centrismo dei moderati europei. La Francia è tra i paesi fondatori dell’Unione Europea, ed ha un ruolo economico, morale e politico, di notevole rilevanza nelle vicende dell’intero continente.

Quello che accade alla Francia si riflette inevitabilmente sull’Europa nel suo insieme, almeno nei tre aspetti elencati. Economicamente i francesi, al pari degli italiani, sono i più ricchi in termini di patrimonio privato. Al pari della situazione italiana questa ricchezza fatica nel rimettere in moto i consumi e l’occupazione, ma sempre di ricchezza si tratta e questo pesa eccome in termini di credibilità e legittimità nelle relazioni commerciali e finanziarie.

In senso morale la nazione francese è forse una delle più rappresentative in termini di modernità, dato che siamo tutti in qualche modo figli dell’illuminismo e delle rivoluzioni politiche da esso derivate. In senso politico è tangibile il peso e al solidità dell’asse franco-tedesco nel suo ruolo egemone di guida di tutta l’eurozona.

Deriva da tutto questo, che le vicende politiche francesi assumano una funzione emblematica, simbolica, con sviluppi in grado di anticipare le tendenze del continente europeo nel suo insieme.

Dunque il centrismo ha vinto nettamente il ballottaggio contro la destra nazionalista euroscettica, ed i moderati rilanciano legittimamente le proprie ambizioni nel porsi anche come modello presso le situazioni degli altri paesi. Il centrismo si è dimostrato vincente grazie ad innovazioni tattiche, tra cui anche l’energia e la biografica personale di Macron, ma forse anche per motivi strategici.

Il centrismo ha sconfitto nettamente le sue ali estreme, tagliando fuori la sinistra tradizionale e l’estrema destra. La prima cerca consenso nel popolo che non rappresenta più, e la seconda cavalca l’onda populista contro l’immigrazione, la crisi, l’ egemonia continentale sugli interessi nazionali. Il centrismo ha sconfitto entrambe forse per due motivi essenziali, rappresentando una specie di laboratorio politico per le altre nazioni.

Il centrismo è risultato vincente verosimilmente per due motivi. Ha vinto in senso geometrico, in quanto  al centro tra destra e sinistra. Ha dimostrato come la popolazione chieda fermezza, energia, ma anche democrazia, libertà, tolleranza, europeismo.

Il centrismo è tale anche e soprattutto in senso cronologico, Nè troppo sbilanciato in avanti nè troppo all’indietro. Il centro è soprattutto una nozione temporale, tra l’utopia della sinistra tradizionale con le sue  scommesse su un futuro impossibile, ed il rifiuto della modernità tipico dell’estrema destra, che vorrebbe  ripiegarsi in un passato improbabile e sconfitto dalla storia.

La popolazione chiede energia politica ma anche sobrietà, chiede sviluppo ma anche sostenibilità, chiede crescita ma anche distribuzione della ricchezza. Il popolo ha paura della crisi, dell’immigrazione, del terrorismo come paure nuove ed ancora purtroppo non definitamente vinte. Ma il popolo ha paura anche del nazionalismo, della semplificazione, della xenofobia, dell’omofobia, ha paura di valori ancorati ad un passato inadeguato per affrontare efficacemente le sfide che abbiamo innanzi.

 

Satira e potere persuasivo oggi

satira suggestione

Esiste oggi una vera satira, ed essa ha ancora la funzione di libera lettura della realtà che ha sempre avuto? Le persone normalmente sono più sincere quando scherzano. E’ ridendo che diciamo quello che abbiamo dentro, e risultano sempre goffe le scuse o le giustificazioni, che adduciamo quando qualcuno si sente  insultato dalla nostra ironia. Diciamo quello che pensiamo più profondamente proprio con il sorriso, mentre quando siamo adirati ed urliamo, diciamo cose che non pensiamo affatto. Per non parlare di quando siamo seri e concentrati, preoccupati di indossare la maschera di ipocrisia quotidiana. Queste cose la satira le conosce, le conosceva in passato, le conosce oggi.

La risata, lo scherno, è la veste formale del potere della satira, della capacità di esprimere sotto forma comica qualcosa di profondamente vero. Qualcosa di talmente vero che risulterebbe inaccettabile se espresso seriamente. Tutte le più grandi verità non possono essere dette seriamente, e la nostra vita attraversa perennemente una serie complessa e calibrata di ipocrisie. La risata spezza la fatica della recita, e ci consegna per un istante magico, alla leggerezza della verità.

Persino i re medievali consentivano al giullare di corte di riportare notizie che fuori dallo spettacolo gli sarebbero costate la testa. La satira, l’ironia, la comicità, permettono a tutti di comprendere la verità e celebrarla sotto l’egida dello scherzo. Grande risorsa dello spirito umano, la satira sta infatti al di là della logica, della ragione, che deducono i concetti con passaggi cognitivi complessi, spesso controproducenti. La satira oggi conserva intatto il suo potere e il suo significato.

La satira che cerca il potere tradisce la sua missione

In quanto espressione dello spirito, la satira parte dallo spirito ed allo spirito ritorna scavalcando la ragione e la logica della ragione. Infatti la satira è una forma espressiva meta-logica, cioè al di là, oltre, le strutture linguistiche logiche.

La satira si definisce tecnicamente come figura retorica metalogica, uno strumento di comunicazione speciale che oltrepassa i filtri della ragione e si dirige direttamente ai sentimenti e all’intuito. La satira è da sempre un grande strumento di denuncia del potere, ma in quanto potente, ne subisce le stesse contraddizioni.

In quanto formidabile alter ego del potere, anche la satira in quanto contro-potere possiede una grande forza. Ed è quindi dovere della satira, sapersi distaccare anche da se stessa e dal suo potere, perché questa è la sua unica vocazione intellettuale e morale. La satira ha il dovere di mettere a nudo tutti i paradossi del potere ed i lati oscuri naturali del potere. Come la corruzione, l’ingiustizia, la protervia, l’abuso. Questo era necessario nel medioevo, è necessario nella satira di oggi.

La più sfrontata negazione della missione della satira, consiste nel  ritorcerla contro la sua vocazione naturale, che resta la denuncia del potere. La peggiore corruzione della satira consiste nell’usarla per il plagio ed il controllo delle masse.

Molte forme di populismo moderne che cercano il potere tramite il consenso elettorale,  sono costruite sul culto della personali di attori, comici, personaggi dello spettacolo, soggetti particolarmente a proprio agio sul palcoscenico. La satira oggi rischia di essere divenuta uno strumento per la conquista del potere.

La satira usa il paradosso comico per persuadere, e molti politici contemporanei usano il paradosso per sedurre il pubblico. Il pubblico del resto assume volentieri un ruolo passivo, perché fa parte della mente  umana godersi la piacevolissima sensazione  di essere persuasi. La mente accetta di buon grado di lasciarsi sedurre e persuadere,  perché come diceva un cardinale nel XVI secolo, Carlo Carafa: “Il mondo vuole essere ingannato, dunque, che lo si inganni“.

Cambiamento e paura nel nostro tempo

Cambiamento

Vivere significa attraversare il cambiamento, cogliere gli aspetti psicologici e gli impatti sociologici di ogni cambiamento. E’ nelle trasformazioni che si manifesta la vita, che si manifesta la storia. Pertanto, avere paura del cambiamento significa avere paura della vita. Ogni cosa cambia, e la velocità con cui cambia si riflette nella nostra psicologica percezione delle cose. Più delle variazioni politiche, delle fluttuazioni finanziarie, più di ogni altra cosa, oggi ci spaventa la velocità del fenomeno della immigrazione.

I flussi migratori sono sempre avvenuti e sono stati gestiti geograficamente e temporalmente nei modi più disparati. Il fenomeno massiccio della immigrazione a cui è sottoposta oggi l’Europa, produce un drastico cambiamento nelle idee politiche, umanitarie, economiche, nella pubblica opinione.

E’ un cambiamento speciale,  un cambiamento che ci spaventa perché “cambia” continuamente di intensità, perché sembra fuori controllo e influenzato da interessi sotterranei pericolosi per la pace sociale e per i diritti conquistati dalle generazioni precedenti. Come ogni aspetto dell’esistenza, tutto questo è in parte reale e in parte immaginato. Il cambiamento è sempre e soprattutto psicologico, nel senso che dipende dalla nostra capacità di immaginare quel che accade.

Quello che ci spaventa di più, a proposito della grande accelerazione dei flussi migratori, è la loro apparente e totale ingestibilità. Non sapendo prevedere limiti e termini della questione siamo presi da sconcerto, inquietudine. Paura che diventa rabbia e presta il fianco ai rigurgiti nazionalisti e populisti che ben conosciamo.

I cambiamenti fanno parte della storia, anche quelli imprevedibili ed ingestibili. L’accelerazione dei processi è esso stesso un cambiamento dentro il cambiamento, e nel caso in oggetto ancora ampiamente dentro margini tollerabili. La quantità di persone immigrate è ancora gestibile a livello economico e sociale nei paesi europei. L’Italia ha l’8,3 percento di immigrati, un dato tra i più bassi del continente, e i nuovi arrivi non riescono nemmeno a compensare il tasso di denatalità. Il numero complessivo di abitanti continua a diminuire.

I nostri valori sono legittimati dal cambiamento

I dati statistici mostrano chiaramente che l’aumento di immigrati non produce affatto aumento di crimini. I grandi crimini nel nostro paese sono in costante decrescita, basti pensare che nei primi anni ’90 avevamo circa tremila omicidi annui ed oggi siamo scesi sotto i 500 casi. Sono arrivati 5 milioni di stranieri e gli omicidi si sono ridotti ad un sesto. Si tratta di un problema di percezione, a cui ovviamente la politica cerca di porre rimedio data la sua grande rilevanza in termini di consenso elettorale.

Non si tratta di benedire a priori flussi sempre più massicci con la leggerezza di un irresponsabile ottimismo. Si tratta di guardare in faccia il fenomeno nella sua realistica dimensione, senza dimenticare che sono in gioco i nostri più profondi valori. I nostri valori non sono solo legati alla difesa delle tradizioni e degli status quo. I nostri valori traggono legittimità dal loro riflesso nei basilari diritti umani. Il primo di questi diritti è quello alla vita, ad una vita degna di essere vissuta.

Occorrerà tenere sempre più presente che il concetto di confine, di competenza, di responsabilità, di perimetro giurisdizionale, sarà sempre più debole rispetto alla forza dei cambiamenti in atto. Ogni decisione dipende dalla nostra visione delle cose quindi quella che chiamiamo realtà e che ci fa spesso paura, è solo una versione psicologica di quel che accade.

Occorre anche ricordare che la difesa degli status preesistenti è il tipico sintomo della decadenza. Se il nostro mondo è davvero in crisi, non lo è solo in virtù di pressione esterne, ma soprattutto in conseguenza dei suoi gravi disagi interni, derivanti dal collasso di molti suoi contraddittori valori. Significa stiamo perdendo la fiducia in quel che crediamo, in quel che guida il nostro pensiero, la nostra visione delle cose.

Accettare il cambiamento è il primo passo per cercare di rigenerare i nostri valori, conferire loro linfa e renderli credibili presso le nuove generazioni.

La complessità è la sfida del nostro tempo

la complessità

La complessità è la vera sfida del nostro tempo. Ma come dominarla, svelarla, e quale è in fondo la sua definizione?  Complessità è sinonimo sia di qualcosa di difficile da comprendere, ma anche di qualcosa di complesso in senso strutturale, qualcosa di ampio, di organizzato.

In fondo ogni cosa con cui abbiamo a che fare è complessa. La vita è complessa, la realtà è complessa, noi stessi siamo complicati e ogni vicenda che ci riguarda ha una sua ampiezza, profondità, i suoi lati oscuri e ambigui. La definizione della complessità, la sua comprensione, è una sfida al presente, ai problemi, al vivere quotidiano.

Accettare la complessità è anche esprimere umiltà, sentirsi piccoli, parziali, limitati, rispetto ai grandi problemi che riguardano il mondo. La vita sociale, la conflittualità sociale, i problemi inerenti al lavoro, l’occupazione, in una parola le questioni politiche, etiche, economiche, necessitano di essere affrontate nella loro ampia e complessa articolazione. Questo non significa che occorre provare soddisfazione nel “complicare” le cose o sfruttare le difficoltà per sollevare nubi di incomprensione dietro cui nascondere la propria ignoranza o peggio, il proprio tornaconto.

Accogliere la complessità significa al contrario accettare le sfide del presente partendo dal presupposto che in ogni problema, data la complessità delle questioni, occorre sospettare di ogni eccesso di semplificazione nelle soluzioni. Il bene e il male, il bianco e il nero, il giusto e lo sbagliato, non sono categorie adatte per affrontare le questioni di ogni giorno, dalle più personali alle più generali.

Tutto si con-fonde nelle sfide di ogni giorno, e ogni persona buona e giusta si trova ad affrontare dilemmi in cui sembra che qualsiasi scelta possa essere quella sbagliata al saldo del conto tra i rischi e i benefici. Ecco la definizione di complessità, nella presa di coscienza che la realtà è sempre ambigua, ambivalente, contraddittoria. E questo è tanto più reale quanto più importanti sono le questioni affrontate e quanto più grande e la sensibilità di chi le affronta.

La complessità sinonimo di conoscenza

La complessità non è quindi solo nelle cose, nei problemi concreti, nelle scene che la vita ci pone innanzi, ma la complessità è un modo di stare al mondo, un modo di stare qui come in punta di piedi comprendendo la grandezza di tutto quel che ci sta davanti, rispetto alla nostra piccolezza. L’accoglienza della complessità è indici di umiltà, intelligenza, conoscenza, volontà di comprendere davvero le cose, al meglio delle nostre possibilità, per sbagliare meno sia possibile.

Il contrario dell’accoglienza della complessità, trova nella semplificazione l’alleata principale della retorica e della demagogia. L’articolazione del pensiero, l’accettazione della difficoltà di comprendere le cose, non sono popolari, non portano consenso, sono il contrario dei ogni regola inerente alla propaganda in generale. Chi cerca di semplificare le cose le svilisce nella illusione di poterle governare, manipolare e controllare meglio.

Cercando di esibire la propria forza, il proprio talento, tramite la capacità di sciogliere le questioni che sarebbero, in base a questo atteggiamento, solo apparentemente complesse. Non c’è solo faciloneria nella negazione della complessità, c’è la volontà di negare la forza stessa della vita, che sopravvive benissimo anche senza la nostra arroganza e la nostra sete di dominio e controllo sulla realtà.  La definizione della complessità urta con i luoghi comuni più in auge, con il bisogno di scovare cospirazioni, con la faziosità a buon mercato. L’impopolarità dell’offerta di pensieri complessi sulla vita, e l’estrema popolarità della semplificazione dei problemi, è il vero scoglio, il nocciolo della questione sociale, politica, culturale, del nostro tempo.

Le masse, le folle, la gente, comunque vogliamo chiamare il popolo, hanno bisogno in larga misura di semplicità, e di fronte alla complessità delle sfide, tendono a rivolgersi a chi cerca di spiegare il mondo in dieci minuti, con tutte quel che ne consegue in termini di attendibilità e realismo. Questa, è la grande difficoltà, del nostro tempo.

 

 

 

La democrazia diretta antica questione

La democrazia

La democrazia diretta è argomento politico attuale, questione ricorrente, tema che richiama la centralità della sovranità popolare. Una questione mai superata e sempre rievocata per celebrare la nascita stessa del concetto di democrazia. Molti possono essere gli esempi di democrazia diretta nella storia. Tra questi gli esempi più famosi nell’Atene di Pericle, nell’antica Roma, In India, durante la rivoluzione francese.

Oggi si usa questo termine come per contrapporlo alla democrazia rappresentativa in auge nelle liberal democrazie occidentali, come a rappresentarne il tentativo di superamento, vista l’eclissi del mito appunto liberal democratico, nel mondo intero. Si intende oggi, con democrazia diretta, la speranza di sostituirsi alle classi dirigenti accusate di essere diventate unicamente “caste” nemiche del popolo e del bene comune. La democrazia diretta quindi, come forma di rivoluzione incruenta che riconsegni al popolo il suo scettro usurpato dalla corruzione dell’intellighenzia.

La forma diretta della democrazia crea oggettivi problemi di partecipazione, equilibrio ed omogeneità in termini di accesso alle decisioni. Essa assomiglia fatalmente ad una questine per tribù, crea spontaneamente “cerchi magici”, piramidi di potere centrale e marginalità nei cittadini periferici. Genera oggettivi problemi inerenti alla parità di trattamento nella libera espressione della volontà. Nei casi e negli esempi storici riportati, greco, romano, francese, i partecipanti alle decisioni non erano certo membri del popolo ma comunque figure di primo piano, nobili, aristocratici, personaggi potenti.

Creare, regolamentare, i presupposti per una vasta partecipazione popolare diretta alle decisioni è questione alquanto complessa. Una questione che la modernità ha affrontato e negato, tramite la soluzione della democrazia rappresentativa.

La democrazia è giudizio popolare

La maggiore vicinanza dei cittadini rispetto al potere deliberativo non è affatto sinonimo di maggiore tutela dei loro interessi. Il popolo è solo una vaga evocazione spirituale, perché nella realtà esistono le masse, le folle, la gente. Esistono una variegata e confusa somma di interessi particolari e contrapposti, disparità culturali ed economiche significative. In democrazia, tre persone mediocri metterebbero in minoranza due premi nobel, tanto per essere chiari. La democrazia diretta è un metodo spericolato di utilizzo della sovranità, e piaceva tanto, guarda caso, a Karl Marx.

La democrazia diretta, tanto per fare altri esempi, non piaceva affatto ad Alexis de Tocqueville, uno dei padri della democrazia moderna, perché vi individuava il germe della cosiddetta “dittatura della maggioranza”. La democrazia non deve consegnare il potere senza filtri nelle mani nel popolo, e anzi deve tenerlo adeguatamente a distanza di sicurezza, altrimenti il popolo, col potere, ha dimostrato di potersi fare molto male. La democrazia è il giudizio del popolo sul potere. Se popolo e potere coincidono, tra essi esplode un fragoroso e irriducibile conflitto di interessi.

Diceva il altro celebre pensatore Karl Popper:

… il compito della democrazia non è decidere se far comandare  i più poveri, il ceto medio, o l’intellighenzia. La democrazia deve solo assicurare l’avvicendamento pacifico nelle fazioni al potere. La democrazia è un meccanismo di tutela nella gestione del potere e soprattutto nella gestione dei rapporti tra i poteri. Un meccanismo plurimillenario, fragile, complicato, che trova nelle istituzioni l’unica fonte certa di riferimento.

C’è poi il problema delle maggioranze e della loro pericolosità implicita. Benjamin Franklin, padre della democrazia americana, diceva che la democrazia è “Due lupi e un agnello che votano per decidere cosa mangiare per pranzo. Solo lo stato di diritto è il fucile dell’agnello”.

Tutti esempi di denuncia dei limiti della democrazia diretta come rischio naturale nella deriva della dittatura della maggioranza è la prima stridente e ovvia contraddizione di principio. Anche perché civiltà significa prendersi cura di chi è al di fuori di ogni accesso al potere, al di fuori di ogni maggioranza. Come i malati, gli immigrati, le persone improduttive in genere. Diceva Giovanni Spadolini che la democrazia è “Tutela delle minoranze”, normalmente sotto scacco dai rischi della dittatura del branco, che la democrazia rischia sempre di esprimere.

La democrazia conoscendo il nesso paradossale tra potere e giustizia, deve creare vincoli di autorità che impediscono l’anarchia o l’immobilismo da un lato, e la naturale fascinazione popolare per i tiranni dall’altro. La macchina del consenso è l’anello debole della civiltà democratica, e le strutture e le istituzioni democratiche hanno il compito di sbarrare la strada alla tirannide, che si avvale sempre del potere seduttivo e demagogico dei leader dotati di più carisma.  Proprio per questo tiene il popolo prudentemente al riparo, dal potere diretto.