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Metafisica

Il desiderio di infinito che portiamo nel cuore

il desiderio

Il desiderio: tutti ne parlano, ma qual’è il suo significato profondo? Può capitare di chiedersi cosa ci sia dietro quella spinta irresistibile che ci induce ad esigere con intensità prossima al dolore una persona, un successo, , qualunque cosa divenga l’oggetto dei nostri sogni.

Già nell’etimologia, de-sidera rimanda alle stelle, agli astri, e nel desiderio si nasconde quel bisogno di infinito che contraddistingue l’essere umano come se si sentisse a casa solo nel cielo, tra gli astri e la loro sublime bellezza. Tra il desiderio, inteso spesso in maniera morbosa e riprovevole, e il cielo come luogo ideale della perfezione e della grazia, vi è immediata e duplice interdipendenza.

Molte tradizioni insegnano a dominare il desiderio come se esso fosse il principale freno della perfezione e della gioia, ma i due poli si determinano e si misurano a vicenda, in un rapporto dualistico in cui nessuno esiste senza l’altro. Questa  dicotomia, tipica delle tradizioni medievali, è insufficiente per cercare di approfondire l’origine del desiderio stesso. Per andare alla radice della questione e risponde alla domanda iniziale, occorrono altre discipline, altre strutture di pensiero, altre categorie di indagine.

La filosofia insegna che la libertà è una azione di annientamento di sé, è l’atto in cui ci si annulla  (Jean Paul Sartre). Per poter essere liberi occorre rinunciare al proprio essere determinato dall’istante precedente e dalla somma delle loro cause  per tuffarsi una esperienza inedita e sconosciuta. La filosofia chiama tutto questo come un passaggio nel nulla, il niente che l’uomo, nell’intimo della sua coscienza, percepisce come l’origine profonda di sé e di tutte le sue angosce.

Ogni paura è in fondo un surrogato dell’angoscia primordiale, basata sulla percezione del proprio niente, del proprio nulla, e del ritorno a questo nulla e a questo niente, che incombe su ciascuno come spada di Damocle, che polarizza ogni nostro altro orizzonte, ogni nostra altra attenzione.

La libertà fa paura, a tutti, sempre. L’angoscia della libertà è l’angoscia del niente, ma per poter vivere, per poter andare avanti, l’uomo ha continuamente bisogno di piccolo o grandi risultati tangibili, di piccole o grandi vittorie basate su un qualche cosa di oggettivo che lo distolga dall’angoscia del suo niente. Nel calcolo matematico esiste un’unico valore capace di strappare al nulla una quantità reale, e questo è l’infinito.

Ogni desiderio è desiderio di infinito, in cui per scappare dal niente si cerca di perdersi nella speranza di un tutto. La forza irresistibile del desiderio è commisurata alla posta in palio che si prefigge di raggiungere, e cioè l’infinito, la dimensione totale dell’essere e della comprensione delle cose. Anche per questo il suo fine è irraggiungibile in questa vita, in cui la finitudine, la dimensione piatta, numerica, quantificabile, mal si concilia con il cielo, con la sete perpetua di infinito a cui il desiderio sempre, implicitamente rimanda.

Ogni ambizione umana parte dunque dal bisogno di superare l’angoscia primordiale, e sembra destinata a fallire se misurata con le categorie di calcolo e di pensiero del nostro presente. Nulla sarà mai sufficiente, nessun risultato, nessuna impresa, nessun amore, saranno mai paragonabili alla sete di totalità che il desiderio prevede.

Anche questo è il peso di vivere, anche questo è il fardello dell’essere che ci portiamo costantemente dietro, e che con mirabile intuizione ha espresso un grande poeta:

“Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo…”

(Fernando Pessoa)

Il niente è la manifestazione dell’essere

Il niente

Ricorrenti nel nostro linguaggio le frasi che si riferiscono al niente. Spesso in senso negativo, dispregiativo, come fuga dalla realtà, come fuga dall’essere. Tutto il mondo ricco accumula soldi, accumula paura per evitare l’inferno del Niente. Il niente fa molta paura al mondo che cerca di possedere e comprendere il tutto.
Il Niente ci sembra spaventoso, nel nostro linguaggio è indice di irrilevanza e inconsistenza (non contare niente, non fare niente, di lui non si sa niente ecc).

Eppure il niente è l’essenza di ogni cosa. Essere e Niente si completano e si costituiscono ciascuno su misura dell’altro. 
Questo riguarda in particolar modo la conoscenza, che è sempre una tecnica di confronto per sottrazione. E’ il niente, che ci fa conoscere le cose. Conosciamo le cose e gli altri per sottrazione.

Io “non” sono gli altri e le cose è un processo di conoscenza tramite una tecnica di annullamento, o se si vuole di “nientificazione”.
Il niente è l’altra polarità dell’Essere in quanto anche grammaticalmente è il Ni-Ente. Cioè il niente nega l’ente, non l’essere.
Nemico dell’essere non è il ni-ente ma l’ente.

Le frasi sul niente che spesso usiamo nel nostro intercalare quotidiano, non tengono conto che il niente, anche grammaticalmente, è la struttura portante dell’essere.  Semmai l’errore sta nell’ente, nell’entità, confusa nel nostro linguaggio nel nostro modo di pensare, con l’essenza delle cose. Questo comporta una distorsione qualitativa profonda, un fraintendimento gravido di conseguenze.

L’ente è la dimensione fisica, cartesiana, dell’essere, ma non é l’essere e anzi piuttosto lo nasconde.  Se l’essere è sostanza, l’ente è la sua apparenza.
L’occidente de-spiritualizzato confonde purtroppo molto spesso l’essere con l’ente, e dato che l’ente è materiale e calcolabile, l’occidente pretende che l’essere corrisponda alla quantità. L’essere, confuso con l’ente, viene misurato, calibrato, configurato e celebrato, tramite le sue coordinate numeriche.
Conta sapere quanti sono i soldi incassati, quanti  i voti presi, quanti sono i clienti, quanti i like ricevuti, quante le copie vendute, quanti gli amori vissuti.

Ma l’ente è solo il fantasma dell’essere, non la sua identità, spesso nemmeno la sua emanazione.
L’essere di ogni cosa, lo spirito di ogni cosa, è dietro l’apparenza dell’ente.
L’essere è nella negazione dell’ente. L’essere vero e puro é senza ente. È ni-ente, è assenza. L’assenza non indica l’inesistenza, ma l’attesa “tradita” di una presenza richiesta, forse cercata nel posto sbagliato.

Le frasi sul niente che siamo abituati a pronunciare, il nostro linguaggio che usa il niente in senso spregevole, deformano anche il rapporto tra l’Essere più importante per definizione, Dio stesso. Proprio per quanto si è detto Dio è Ni-Ente, proprio per quanto si è detto Dio è l’assente per antonomasia. Questo non significa affatto che Dio non esista, ma che al contrario, dal punto di vista dell’Essere, è più reale e concreto di tutti gli enti materiali che incontriamo.
È assente, solo perché lo cerchiamo invano, nella dimensione dell’Ente.

La speranza è un sentimento legittimo

La speranza

La speranza non è  un sentimento futile e screditato dagli eventi sfavorevoli. La speranza è un sentimento più che legittimo, a cui gli uomini si rivolgono per attingere il meglio delle proprie energie, il meglio delle proprie forze, il meglio di se stessi. Sperare il bene non riguarda solo lecite aspettative sul destino, sul futuro benevolo. Sperare è un sentimento interiore, che si rivolge legittimamente verso se stessi.

La speranza non riguarda quel che succede solo nel mondo, ma riguarda il diritto di aspettare da se stessi una realtà psicologica e spirituale in divenire. Riguarda il diritto di attendersi di essere migliori, migliori di quanto sembriamo, o di quanto realmente, attualmente siamo. Ogni uomo non è quel che fa. Ogni uomo non è le sue azioni, ma ogni uomo è quel che sa sperare per se stesso e per gli altri. Per le persone che ama.

Noi non siamo le nostre azioni. Le nostre azioni sono frutto della nostra identità. Ma noi non siamo la nostra identità, e proprio per questo siamo liberi. Proprio in questo consiste la libertà, nella facoltà di non essere vincolati al principio di identità, ma di essere sempre distanti, sempre in divenire, sempre in fuga, rispetto a quel che siamo. Le nostre gesta sono vincolate alla nostra identità. Facciamo quel che siamo.

Per nostra fortuna noi non siamo “solo” noi stessi. Per l’uomo il principio di identità “io uguale me” non vale. Tra l’io e il me c’è distanza, e nessuno è la persona che vorrebbe essere. Non è un incidente esistenziale, è la semplice manifestazione di quello che chiamiamo libertà. O che chiamiamo comunemente anima. Noi non siamo quel che facciamo semplicemente perché tra azione e identità vi è stretta conseguenza, come per gli animali, come tutto quello che avviene in natura.

La distanza tra l’io e il me, la distanza esistenziale la nostra identità e quello che vorremmo essere è la manifestazione eloquente della nostra libertà. Pertanto ogni uomo non è quello che fa, che è la stessa cosa che dire che “è quello che è”. Ogni uomo non è le sue azioni, naturalmente conseguenti alla sua identità, ma ogni uomo è il suo divenire, la sua speranza, il suo futuro, la sua traiettoria esistenziale più profonda.

Ogni uomo appartiene al suo essere naturale solo nel tempo passato. Nel tempo presente ogni uomo fronteggia la sua identità, e la oltrepassa definitivamente nel suo tempo futuro. Il tempo, in quando fenomeno naturale, funge da piedistallo al fenomeno sovrannaturale della libertà. Il tempo ci permette di sperimentare i nostri possibili, le nostre possibili identità future, ancora da sperimentare, ancora in divenire.

Quindi la speranza è un sentimento legittimo, è la tensione esistenziale verso il nostro migliore modo futuro di esistere, è come se la nostra anima cogliesse la sua legittimazione, la sua credibilità, nella traiettoria temporale protesa verso il futuro, liberandosi magicamente dalle scorie del passato.

Questo è il motivo per cui la speranza come sentimento legittimo si coniuga necessariamente con il perdono, con la tolleranza, con l’accettazione e l’accoglienza. Se ogni uomo beneficia del diritto di sperare come sentimento di proiezione verso il suo futuro, ogni uomo ha il diritto di essere perdonato per il male che commette conformemente alla sua natura presente.

Ogni uomo deve perdonare i suoi simili per permettere ai suoi simili di giungere ad essere quel che ancora non sono, e che sono chiamati ad essere, dalle loro più profonde speranze.

Nel conflitto interiore il segreto dell’amore

conflitto interiore

Il conflitto interiore non è un inutile peso sull’anima, un sintomo di incompletezza, un incidente esistenziale. Il conflitto interiore, per quanto penoso, per quanto vorremmo farne a meno, è il vero motore dell’anima, è lo scrigno segreto, che paradossalmente, genera l’amore per se stessi e per gli altri.

Sappiamo che per amare occorre conoscere. Sappiamo della perfetta e vicendevole equivalenza tra conoscenza e amore. Amiamo solo quel che conosciamo e conosciamo solo quel che amiamo. Al contrario, non amiamo quel che non conosciamo, e non conosciamo, quel che non amiamo. Vale per ogni cosa, per ogni tipo di relazione, anche nella relazione con se stessi.

Quindi tutto parte dalla conoscenza. Ma c’è un problema: conosciamo il mondo, le cose, la realtà, solo per sottrazione, per distacco, per differenza, per opposizione. Conosciamo le cose sottraendoci dalle cose. Conosco una sedia, una penna, un’automobile, soprattutto perché io non sono una sedia, una penna, un’automobile.

Ogni cosa che conosciamo la determiniamo in quanto diversa da noi, in quanto contrapposta a noi. Qui sorge un problema. Se ciascuno fosse completamente e veramente se stesso, senza conflitti interiori, sarebbero guai. Applicando il criterio della sottrazione su se stessi, se fossimo aderenti, perfettamente coincidenti col nostro essere, sarebbe impossibile conoscersi. L’equazione io uguale me, porterebbe ad annullare la conoscenza. Io meno me, uguale zero. Accade verosimilmente ai fanatici, ai sedicenti puri, ai convinti di essere perfetti, perfettamente identificati in una idea assolutizzata.

Fortunatamente, nelle persone comuni l’io e il me, non coincidono. “io” non sono “me”, e pur nella sofferenza di non essere me stesso, posso conoscermi proprio perché sono “l’essere che non sono” (Jean Paul Sartre). Proprio perché sono contemporaneamente giusto ed ingiusto, paziente e irascibile, santo e perverso, umile e vanitoso, proprio per questo posso conoscermi. E se posso conoscermi, posso amarmi. La distanza tra l’io e me, tra la persona che sono e quella che vorrei essere, è la mia libertà, è la mia anima.

Solo le persone che percepiscono la propria controversa natura, che patiscono a volte il peso della propria incoerenza, il peso di essere di volta in volta sfuggenti a se stessi ed estranei  a se stessi, solo le persone così sviluppano un sincero amore di sé. Quell’amore di sé che estende spontaneamente la sua vocazione all’amore verso l’esterno, verso ogni cosa.

L’amore di sé non è una colpa, un peccato. L’amore di sé è la prima e autentica forma di vero amore, così vero, così autentico, da sentire l’irrefrenabile bisogno di estendersi verso confini sempre più ampi. L’odio antisociale così spontaneo, così diffuso, proviene dall’incapacità di conoscersi, dall’incapacità di amarsi, dall’incapacità di abbracciare e accogliere il mistero che è dentro di noi. L’odio per gli altri è solo un meccanismo di difesa, un espediente per distrarci dal disprezzo che proviamo per noi stessi.

Ecco perché solo le persone controverse, incoerenti, forse persino ambigue, solo le persone che sentono il peso di non essere come vorrebbero essere, solo quelle che patiscono il proprio conflitto interiore, sanno davvero amare, sanno davvero donarsi. Forse proprio per questo nel vangelo Cristo frequentava i peccatori, e si trovava perfettamente a suo agio con loro. Forse proprio per questo “Gli ultimi saranno i primi”. Forse proprio per questo “I pubblicani e le prostitute, vi passeranno davanti”.

 

La libertà di volare fuori dal tempo

La libertà di volare

Quando parliamo di libertà e di tempo, sappiamo a cosa ci riferiamo? Ogni avvenimento è spontaneamente legato all’esperienza temporale. Si svolge nel tempo, in un dato luogo, secondo cause ben precise, senza alcun nesso apparente con la libertà. In natura nulla è libero, ma corrisponde fedelmente al flusso del tempo condizionato dall’equilibrio delle forze coinvolte.

Il tempo è un fenomeno psicologico.

Esso è la somma degli istanti catturati dalla memoria inerenti ai cambiamenti durante il loro svolgimento e causati da stimoli precisi.  Dunque memoria, cambiamento, causa, sono i tre momenti dell’esperienza del tempo in cui si svolge ogni avvenimento. Parlare degli avvenimenti significa mettere in moto la memoria dei cambiamenti  svoltisi secondo leggi razionali.

Gli avvenimenti sorgono nella mente, ed è grazie alla memoria che essi acquisiscono corpo e sostanza emergendo dalle impressioni ricavate dai sensi. La perdita della memoria fa sparire il presente e con esso ogni razionale concetto di tempo. Perdere la memoria significa perdere l’anima, e con essa smarrire ogni tipo di realtà esterna.

Essendo un fenomeno mentale, gli avvenimenti ci fanno litigare più delle bugie o delle cose immaginate, perché anche gli avvenimenti hanno ben poco di oggettivo ma molto di soggettivo, proprio come le bugie o le favole.

Ogni avvenimento ha delle cause a loro volta prodotte come effetto di cause precedenti. Spesso nella mente  le cause acquisiscono una motivazione dolosa, come colpa, specie quando non sia possibile individuarle, come incapacità di accettare il caso. Gli stimoli di azione e reazione che regolano il flusso degli eventi, nella dimensione umana spesso si riducono ad azioni di forza, spesso anche di prepotenza, sopraffazione, sopruso, pressione sulla libertà altrui fino ad estinguerla.

Trascorriamo la vita nell’attribuire colpe a questo o a quello, magari a noi stessi, e a intendere ogni cosa come motivata da una lotta tra il bene e il male. Eppure esiste una opzione capace di uscire da tutto questo, in grado di arrestare il tempo, e consiste nell’esperienza della libertà.

L’autonomia

L’autonomia da ogni principio di azione e reazione è l’esperienza che ferma il tempo, che spezza la catena di causa ed effetto nel naturale flusso degli avvenimenti che conduce sempre alla lotta senza quartiere. Non è solo per un eccesso di sintesi se la storia si riduce ad essere l’articolazione degli eventi bellici. La vita è solo un sinonimo del tempo, e il tempo coincide con la incessante serie di momenti di lotta che la memoria ci ha tramandato.

Gli unici momenti realmente liberi sono quelli in cui per scelta ci rendiamo autonomi dal fluire del tempo, ci rendiamo autonomi dalle offese, dai torti, dal fango che ci circonda, dal male che ci sovrasta. Per essere liberi occorre la forza e il coraggio di cancellare gli scampoli di memoria infettati dal male. La libertà può allora diventare una vera macchina del tempo, capace di arrestarlo fuoriuscendo dal suo sentiero apparentemente obbligato.

La libertà nasce nella coscienza, come capacità di bloccare la successione degli istanti impressi nella memoria, decidendo di spezzarne la concatenazione.

La libertà nasce nel perdono, nell’amore autentico, nella pietà, che sceglie di arrestarsi, di spezzare la sequenza logica del tempo. Il perdono e la pietà conducono realmente ad istanti senza tempo, cioè alla vita eterna. Una esperienza concreta, che abbiamo già fatto molte volte magari a nostra insaputa, se solo avessimo avuto il “tempo” di accorgercene.

Il significato della colpa

Il significato della colpa

Eccoci al tema principale della coscienza, il senso, il significato della colpa. Ciascuno nel suo cuore cerca la pace, ma deve confrontarsi in ogni istante con il conflitto. L’antagonismo che regge la personalità pone a confronto le scelte della volontà con il giudizio della coscienza. Nessuno è mai la persona che vorrebbe essere, e la coscienza chiede un alto prezzo a tutto questo, il prezzo della colpa. Ci sentiamo in colpa, inadeguati, incompleti, per una infinità di motivi diversi, sia si tratti di rimorsi che di rimpianti. Occorre indagare il senso, il significato, di tutto questo.

La competizione del nostro tempo in particolare, avvelena l’anima tramite il miraggio del successo, creando di fatto le condizioni per far sentire tutti dei falliti.

Il rimorso resta ancora più grave e insidioso del rimpianto, ci chiedo conto di scelte di cui ci vergogniamo ma di cui non abbiamo una spiegazione, come se la volontà salisse misteriosamente in noi da una origine sconosciuta e distruggesse ogni possibilità di azione libera e consapevole.

“L’uomo non è padrone nemmeno a casa sua”,

scriveva Freud intendendo per “casa” la sua stessa personalità.

Il mistero della volontà libera, si scontra in modo irriducibile con la nozione culturale della colpa.  Il significato della colpa varia nel tempo e nella geografia. Uccidere uno schiavo non era male fino a pochi secoli fa, mentre una relazione carnale tra due persone dello stesso sesso comporta ancora oggi la pena capitale in diverse nazioni del mondo.

Il significato della colpa dipende dal contesto, dal comune sentire, dai miti, dalla somma dei miti che appunto costituisce la cultura. La coscienza non è mai una fonte sicura per misurare la colpa, e ci si può rovinare la vita per rimorsi verso piccole cose, così come si possono commettere crimini consigliati proprio dalla “buona” coscienza.

Tra volontà libera e giudizio della coscienza non vi è mai pace.

Il senso di colpa è il vero peso sul cuore, il rumore di fondo  che svilisce ogni concerto, ogni sinfonia, ogni nostra poesia interiore. Un dolore a cui si fatica a conferire un senso, un significato.

Il dolore della colpa precipita nell’inconscio, nella parte occulta, irrazionale, per riemergere sotto forma di disturbi di ogni genere, ma soprattutto sotto forma di odio verso il mondo esterno. Il senso della colpa, il suo significato, si riflette nell’odio per gli altri.

L’odio antisociale trae soprattutto origine da qui,  dal tentativo di rimozione, dalla battaglia per cercare di sopprimere la colpa. Ogni motivazione logica e plausibile per giustificare l’odio verso soggetti sconosciuti che spesso non ci hanno ancora fatto nulla di male è solo un pretesto, un espediente, il più sublime escamotage per cercare di sopportare il disprezzo occulto verso se stessi.

Tutto ciò che per ignoranza, superstizione, immaturità spirituale, accresce il senso di colpa, fornisce i peggiori pretesti ai demagoghi, alla cattiva politica, sempre pronta come insegnava Aristotele a

“Scagliare la folla contro un bersaglio, per dominarne l’anima tramite il controllo della paura, della rabbia e dell’odio, che restano le emozioni di base per plagiare i popoli”.

Proprio per questo la più meritevole azione morale che si possa compiere deve essere finalizzata a ridurre i sensi di colpa. Occorre allentare la corda dell’arco del cuore, sempre teso, sempre pronto a scagliare le sue frecce avvelenate nella propria vita e in quella degli altri. Per questo è così importante sapersi perdonare e aiutare gli altri a perdonarsi.

E’ in paradiso, cioè vive nella gioia, chi sa perdonare se stesso e gli altri. Vive all’inferno, cioè disperato, chi non ha ancora imparato a farlo.

La gioia di riscoprire l’essenziale

gioia

Tutti parlano di felicità, ma forse non ci siamo chiesto il vero significato della gioia, e in che cosa essa consista. Viviamo un presente molto più preoccupato della quantità che della qualità, molto più preso dall’apparenza che dalla sostanza, o in termini ancora più lucidi, più concentrato sull’entità che sull’essenza. Anche questo ci allontana dalla gioia, dalla felicità.

La confusione tra entità ed essenza,  genera il velo che copre  ogni cosa, lasciandone intravvedere solo la forma esteriore, la manifestazione apparente. La contemporaneità insegue un materialismo che cerca  nell’entità la completa conoscenza degli avvenimenti, come se dominarne i numeri, tracciarne gli andamenti, equivalga a possederne i contenuti, comprenderne i significati.

L’entità è il prodotto dalla classificazione meccanica dei fatti e delle cose, dove prevale l’aspetto quantitativo rispetto ad ogni valutazione  qualitativa. Ma è nella qualità che trova ristoro l’anima, che si specchia lo spirito, che risiede la gioia.

L’entità insegue la legge del numero, la legge della forza, del principio razionale che lega causa ed effetto, e che orienta verso la valorizzazione del molto rispetto al poco, del potere rispetto all’irrilevanza, della ricchezza rispetto alla povertà.

Nel regno dell’entità  tutto è convertibile in numero e quindi  in denaro, che è il risvolto più diretto e concreto cui tende ogni nozione numerica. Nel nostro pensiero la qualità, l’essenza, il significato, lo scopo, il fine, sono stati progressivamente sostituiti dalla più subdola legge numerica che misura le cose in base alla loro formulazione estetica.

Si tratta, rispetto al passato,  di una inversione formidabile nella valutazione della realtà, nel proporre e di fatto imporre nel pubblico come nel privato, criteri di valutazione unicamente mirati su ciò che possiede un controvalore quantitativo. Tutto è finalizzato e soppesato in base al costo, alla dimensione, alla durata, a criteri economici, ad una dissociata idea di valore e di finalità spesso in conflitto permanente con se stessa fino ai risultati più paradossali.

Nella contemporaneità contano il prodotto interno lordo, gli indici di borsa, il deficit, il disavanzo, lo spread, i tassi di interesse e via dicendo.

Persino un certo malinteso senso della democrazia contribuisce al materialismo numerico che opprime il valore spirituale della civiltà. La democrazia a volte sembra così grigia, così infelice, forse anche per questo.

Sembrano contare solo i denari, i beni immobili, le auto, il numero di amici, i like sui social, i  voti presi nei collegi, la quantità di dipendenti, insomma tutto ciò che può essere pesato dalla bilancia del potere, unico valore assoluto del nostro tempo.

In questa distorsione  viene perduto tutto ciò che ci rende degni di stima e rispetto, come le qualità personali, la lealtà, il merito, il sacrificio,  la solidarietà, la tolleranza, la pietà. Tutto quello che possiede maggiore rilevanza ed è quindi più essenziale, viene come defilato, sospeso, annullato, dalla subdola e tirannica legge del numero e del confronto.

Eppure se la vita merita di essere vissuta, e se i nostri valori rendono ancora sensato il nostro destino collettivo e le nostre biografie personali,  lo si deve a tutto quello che occupa spazi spirituali essenziali. Parlare di spirito e di essenza significa dire la stessa cosa, come parlare di arte e di verità significa ripetere la stessa nozione percorrendo tragitti linguistici solo formalmente differenti. Lo spirito, l’essenza, l’arte, sono in simbiosi con la gioia, con il suo profondo significato.

Nell’essenza e non nell’entità sta la fonte della gioia, dell’incanto, della meraviglia, il più alto significato esistenziale.

L’ambiguità definizione etica della forza

forza

La forza in senso lato, è  positiva oppure no? C’è una definizione della forza in senso lato, cioè al di là della meccanica classica ma in senso sociologico, psicologico? Abbiamo sempre a che fare con la forza, non solo nei motori, nello sport, nelle gare tra ragazzi, ma soprattutto nella vita di ogni giorno, nel rapporto con gli altri e con noi stessi. La forza è necessaria in ogni aspetto del vissuto quotidiano, ed essere forti è sinonimo di virtù.

Ma se essere forti è un bene, perché nella  narrazione degli eventi avvertiamo il dovere morale di stare coi deboli? Una decisiva questione  che attraversa il cuore del linguaggio, del nostro modo di intendere le cose.

Dato che è il linguaggio a costruire le nostre idee e ad orientare i nostri giudizi,  occorre addentrarsi nel linguaggio per definire una volta per tutte cosa si intenda per forza, e cosa si intenda per debolezza. Definire la forza, fornire una definizione esaustiva, anche e soprattutto in ambito esistenziale non è così facile come potrebbe sembrare.

Prendendo un qualsiasi vocabolario per capire come venga intesa l’una, e come venga intesa l’altra. I sinonimi della debolezza sono sempre e soltanto negativi: difetto, pecca, fiacchezza, volubilità. Al contrario quelli relativi alla forza sono ambivalenti.

La forza viene tradotta come energia, vigore, vitalità, virilità, sanità, ma contiene anche significati riprovevoli. La forza trova infatti come sinonimo anche la cattiveria, la prepotenza, la brutalità e la furia. La debolezza non corre mai il rischio di essere fraintesa, e nel vocabolario della lingua italiana essa è associata a mancanze, squilibri, vulnerabilità, patologie.

Nella lingua italiana la forza presenta significati duplici e contraddittori, mentre la debolezza è sempre e solo negativa. Una disparità, una asimmetria, che può essere esemplare per comprendere come la forza in assoluto sia sempre preferita rispetto alla debolezza. La capacità di immaginazione accessoria al linguaggio, concede alla forza la chance di essere usata bene o di essere usata male, mentre alla debolezza questa opzione viene negata.

Il linguaggio si limita a far emergere ciò che è radicalmente implicito nei nostri valori: la cultura, la storia, i valori, i sentimenti persino, sembrano scommettere sulla forza ritenendo sconveniente  la debolezza. O meglio, il linguaggio sembrerebbe inequivocabilmente costruito sulla celebrazione della forza, mentre i veri sentimenti per niente.

Il linguaggio sembrerebbe generato dalle ragioni della forza, mentre i sentimenti sembrerebbero più affini alla forza della ragione. La definizione della forza oltrepassa il giudizio della ragione e le consegna lo scettro della verità. Dato che quando amiamo qualcuno esprimiamo il meglio di noi stessi, e nell’ amore autentico ci mostriamo fragili come peluche, arrendevoli e dolci, disarmati come bimbi, allora possiamo ricavarne un terribile dilemma.

Se l’amore è reale, se l’amore esiste,  allora la debolezza è l’essenza di ogni cosa e la forza è la sua apparenza, il suo inganno, la sua ombra, il suo equivoco originale. Il suo peccato irredento. Al contrario, se la forza è l’essenza, se la forza è il fondamento della vita e della storia, allora quando amiamo ci inganniamo, perché l’amore non esiste se non come sublime illusione e divertente accessorio. Scusate se è poco. La definizione della forza e la definizione, cioè la determinazione dei contenuti del tema della forza e di quello della debolezza, attraversa tutto ciò che ci è più caro, e che conta di più, nei nostri cuori.

L’arte è più vera della vita

arte

Urgente per la nostra difficile epoca saper riscoprire l’autentico significato dell’ arte. A scuola si insegna forse poco ai ragazzi quanto sia importante l’arte nella cultura, nella comprensione del presente. Certo si insegna l’importanza della pittura, della musica, della scultura, del teatro, del cinema. Forse sarebbe meglio insegnare che tutte le forme artistiche contengono più verità della realtà stessa.

Tutto quello che riteniamo reale è una rappresentazione cognitiva dei nostri sensi unita al potere della mente di immaginare. Le cose che riteniamo concrete dunque, sono solo una raffigurazione intellettuale, e del mondo fisico altro non ci è dato.

L’arte parte da questa consapevolezza, ed artificialmente, ma consapevolmente, cerca una idea di verità che oltrepassi l’esperienza e le fornisca una chiarezza maggiore.

La verità contenuta nella musica, nella pittura, nel cinema, nel teatro, in ogni espressione e forma artistica, è l’espressione di una idea di verità spirituale perfetta e completa. Assoluta ed immediata, come non è possibile sperimentare in nessun altro modo.

L’arte è così perfetta e completa, da spezzare l’incantesimo latente che ci lega al mondo, quel velo interposto fra noi ed il presente, che lo allontana e lo distorce. L’arte spezza l’incantesimo del controllo, del dominio, del governo della realtà che è solo l’ansia della volontà umana che distoglie ed acceca dalla piena conoscenza.

In quanto forma di piena conoscenza, l’arte spegne la volontà individuale e le consegna integro il palcoscenico del mondo finalmente libero dal velo. Finalmente liberato dal diaframma che ci rende abitualmente ciechi rispetto alle cose per quello che sono, nel loro volto reale ed autentico.

Le nostre vite sono ottenebrate, oscurate dal mito del potere, della competizione, del culto dell’ego. Davanti ai capolavori dell’arte, nella infinita e struggente bellezza che tramite la commozione tocca direttamente lo spirito, la volontà di competere, di dominare, l’ansia del controllo, svaniscono.

L’arte realizza così la sua magia,  termine inerente al potere delle immagini, ponendo in contato  l’anima con l’estetica  al punto  da  provocare l’ estasi:  due parole  già  poste in  perfetta connessione dalla comune radice etimologica.

L’estasi è la più alta forma di conoscenza, una forma di conoscenza talmente grande che contiene dentro di sé tutto quello che lo spirito umano può comprendere di più alto, luminoso e profondo. Anche per questo un dipinto contiene più verità di una foto, un film contiene più verità di un racconto, una poesia contiene più verità di una cronaca.

Può capitare di piangere senza controllo di fronte alla bellezza  di un brano musicale. Si prova profonda commozione davanti allo spettacolo della verità, che solo la musica può esprimere a livelli così perfetti ed assoluti.  Nulla come l’arte sembra come ricordarci, che solo attraverso di essa si completa la nostra sete di verità. Abbiamo bisogno di arte più dell’aria, dell’acqua e del cibo. Abbiamo assoluto bisogno della bellezza.

Satira e potere persuasivo oggi

satira suggestione

Esiste oggi una vera satira, ed essa ha ancora la funzione di libera lettura della realtà che ha sempre avuto? Le persone normalmente sono più sincere quando scherzano. E’ ridendo che diciamo quello che abbiamo dentro, e risultano sempre goffe le scuse o le giustificazioni, che adduciamo quando qualcuno si sente  insultato dalla nostra ironia. Diciamo quello che pensiamo più profondamente proprio con il sorriso, mentre quando siamo adirati ed urliamo, diciamo cose che non pensiamo affatto. Per non parlare di quando siamo seri e concentrati, preoccupati di indossare la maschera di ipocrisia quotidiana. Queste cose la satira le conosce, le conosceva in passato, le conosce oggi.

La risata, lo scherno, è la veste formale del potere della satira, della capacità di esprimere sotto forma comica qualcosa di profondamente vero. Qualcosa di talmente vero che risulterebbe inaccettabile se espresso seriamente. Tutte le più grandi verità non possono essere dette seriamente, e la nostra vita attraversa perennemente una serie complessa e calibrata di ipocrisie. La risata spezza la fatica della recita, e ci consegna per un istante magico, alla leggerezza della verità.

Persino i re medievali consentivano al giullare di corte di riportare notizie che fuori dallo spettacolo gli sarebbero costate la testa. La satira, l’ironia, la comicità, permettono a tutti di comprendere la verità e celebrarla sotto l’egida dello scherzo. Grande risorsa dello spirito umano, la satira sta infatti al di là della logica, della ragione, che deducono i concetti con passaggi cognitivi complessi, spesso controproducenti. La satira oggi conserva intatto il suo potere e il suo significato.

La satira che cerca il potere tradisce la sua missione

In quanto espressione dello spirito, la satira parte dallo spirito ed allo spirito ritorna scavalcando la ragione e la logica della ragione. Infatti la satira è una forma espressiva meta-logica, cioè al di là, oltre, le strutture linguistiche logiche.

La satira si definisce tecnicamente come figura retorica metalogica, uno strumento di comunicazione speciale che oltrepassa i filtri della ragione e si dirige direttamente ai sentimenti e all’intuito. La satira è da sempre un grande strumento di denuncia del potere, ma in quanto potente, ne subisce le stesse contraddizioni.

In quanto formidabile alter ego del potere, anche la satira in quanto contro-potere possiede una grande forza. Ed è quindi dovere della satira, sapersi distaccare anche da se stessa e dal suo potere, perché questa è la sua unica vocazione intellettuale e morale. La satira ha il dovere di mettere a nudo tutti i paradossi del potere ed i lati oscuri naturali del potere. Come la corruzione, l’ingiustizia, la protervia, l’abuso. Questo era necessario nel medioevo, è necessario nella satira di oggi.

La più sfrontata negazione della missione della satira, consiste nel  ritorcerla contro la sua vocazione naturale, che resta la denuncia del potere. La peggiore corruzione della satira consiste nell’usarla per il plagio ed il controllo delle masse.

Molte forme di populismo moderne che cercano il potere tramite il consenso elettorale,  sono costruite sul culto della personali di attori, comici, personaggi dello spettacolo, soggetti particolarmente a proprio agio sul palcoscenico. La satira oggi rischia di essere divenuta uno strumento per la conquista del potere.

La satira usa il paradosso comico per persuadere, e molti politici contemporanei usano il paradosso per sedurre il pubblico. Il pubblico del resto assume volentieri un ruolo passivo, perché fa parte della mente  umana godersi la piacevolissima sensazione  di essere persuasi. La mente accetta di buon grado di lasciarsi sedurre e persuadere,  perché come diceva un cardinale nel XVI secolo, Carlo Carafa: “Il mondo vuole essere ingannato, dunque, che lo si inganni“.