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Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

Democrazia incompiuta e fantasmi del passato

democrazia incompiuta

Riecheggia spesso nel dibattito sulla nostra storia repubblicana, la nozione di democrazia incompiuta. Proprio in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio del grande statista democristiano, Aldo Moro, può valer la pena riflettere sul legame profondo tra le tensioni, le guerre civili “fredde” o a “bassa intensità” che il nostro paese ha dovuto patire, rispetto alla incompiutezza del nostro percorso civile e democratico.

40 anni fa moriva Aldo Moro, e come dice suo figlio Giovanni “il suo fantasma ci perseguita ancora”. Il suo sangue, ci perseguita ancora come ci perseguita ogni sangue che scandisce sempre i momenti più drammatici della storia.  La nostra democrazia nasce nella guerra di liberazione, e subito dopo il suo insediamento, subisce enormi pressioni internazionali dovute alla guerra fredda: scatta il fattore K, l’impossibile alternanza, la democrazia è bloccata.

Poi gli scontri di piazza, poi gli anni di piombo, le brigate rosse. Il periodo in questione ha visto la morte di 450 persone e oltre mille feriti in circa 15 mila attentati. Ci sono a dir poco ombre anche da parte di pezzi dello stato.

Poi arriva la fase dei processi di “Mani pulite”,  e ne consegue la distruzione del quadro politico ereditato dalla seconda guerra mondiale.
Poi il berlusconismo e la nuova “guerra civile fredda”. Scontri istituzionali inediti, l’odio tra gli italiani viene alimentato tra chi è pro e tra chi è contro Berlusconi. Ora i “populisti” così definiti dai loro avversari, a loro volta considerati “vecchi”, “corrotti” e “superati”dai nuovi movimenti popolari.

Questo elenco non può né vuole essere una impossibile equiparazione tra questioni di gravità e qualità molto diverse. Tuttavia il filo conduttore tra i fenomeni descritti è la violenza, esplicita o implicita, spesso oscura, le cui trame non vengono mai definite una volta per tutte, con tutto ciò che questo implica sul piano della verità e dell’elaborazione degli avvenimenti presso il sentire comune.

La contrapposizione faziosa, pretestuosa, feroce, irriducibile, fa parte forse del nostro corredo antropologico. Un corredo che prevede lo scontro nascosto, fortunatamente nel recente senza vere rivoluzioni sanguinose vinte o perdute, ma al contrario striscianti, e quindi a loro modo comunque debilitanti per la salute del paese.

Lacerazioni sociali che spezzano il tessuto culturale, umano, politico, fratture in cui ogni fazione crede di essere nel giusto e si ritiene in doveroso diritto di giudicare l’altra corrotta e indegna. Questo accade nelle corporazioni professionali, accade tra aree geografiche, tra nord e sud, tra tifoserie sportive. Un retaggio che il passato rovescia sul presente e lo condiziona. La democrazia incompiuta deriva forse dall’incompiutezza di un vero processo di unificazione nazionale, qualcosa di fondamentale e che va ben oltre l’unità amministrativa e i confini politici.

I problemi sono molto profondi e sono figli del passato. Forse nessuna legge elettorale, nessuna legge sul conflitto di interessi, nessuna eliminazione dei vitalizi,  per quanto comprensibili e auspicabili, potranno mai sradicarli definitivamente.
Siamo un paese bellissimo, prospero, pieno storia, cultura, pieno di persone perbene. Ma la nostra repubblica non è mai stata davvero in pace.

La nostra democrazia incompiuta, è la diretta conseguenza del nostro incompiuto processo di pacificazione nazionale. Una mancata pacificazione che si manifesta come un fantasma, uno spettro che toglie il sonno, e che cerchiamo di esorcizzare nel comodo e vile alibi dell’odio e della paura verso gli stranieri.

Il problema raramente è fuori, molto più spesso è dentro, di qualsiasi processo si tratti. Nessuno, forse, mette davvero a repentaglio i nostri valori, la nostra integrità territoriale, la nostra incolumità personale. Forse è’ un autentico spirito di patria che ci manca. Quello spirito di patria conquistato da chi ha avuto il coraggio di regolare i conti con le proprie ombre, i propri errori , i propri fantasmi, riappacificandosi con la sua storia.

Il populismo di oggi è quello di sempre

populismo

Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Declino occidentale e destino della nostra civiltà

declino occidentale

Siamo davvero prossimi al declino occidentale, e la nostra civiltà è destinata a ridurre nel tempo la sua importanza? Siamo talmente abituati a definirci di cultura europea, atlantica, moderna, cristiana, forse da aver dimenticato l’infausto presagio contenuto nel termine occidente. Esso significa letteralmente “dove cade il sole”, potremmo reinterpretarlo metaforicamente, come il luogo del tramonto.

Questo non è certo una realistica previsione né a maggior ragione un cattivo augurio. L’occidente crede ancora nei suoi valori, negli ideali alla base della cultura europea, radicati nel mondo greco e giudaico-cristiano, che hanno dato vita alla cosiddetta modernità e al progresso civile, come oggi comunemente viene inteso. Il vertice di questo progresso è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo ratificata a Parigi il 10 dicembre 1948, un evento voluto e progettato, proprio dall’occidente.

Il declino occidentale può essere inteso in diversi modi, ad esempio nella perdita del ruolo egemone dal punto di vista finanziario e militare. Che di per se stesso non sarebbe necessariamente un male, se non fosse per i rischi di pesanti ricadute dal punto di vista occupazionale annessi a questa progressiva marginalizzazione, ad opera delle emergenti economie e finanze orientali.

Temo tuttavia che il maggior sintomo di declino occidentale possa essere individuato nell’aumento delle fazioni populiste nei vari paesi del vecchio continente, aumento spontaneamente concorde ad una sempre maggiore insoddisfazione e paura da parte delle rispettive popolazioni. Paura del precariato, della sicurezza personale e sociale, paura dei flussi migratori e via dicendo.

Forse proprio l’incertezza e la paura per i cambiamenti su scala globale possono costituire la spia del malessere dell’occidente. Soprattutto la risposta naturale a questa paura, che come già detto viene intercettata dalle forze xenofobe, estremiste e populiste. La paura della diversità etnica, religiosa, culturale, genera atteggiamenti di chiusura, intolleranza, nazionalismo.

Valori opposti alla cultura dell’occidente, che è grande proprio per la sua capacità dialettica,  tendente al compromesso e al confronto, più che all’integralismo e alla chiusura. Come è già stato scritto, la figura che simboleggia meglio i valori dell’occidente è quella di Santa Maria Maddalena. Santa e meretrice, ambigua eppure grande, controversa e sublime al tempo stesso.

L’occidente è stato la culla della modernità non solo per le sua capacità di innovazione tecnologica, industriale, per le sue sanguinose rivoluzioni e per i suoi cambiamenti epocali. Il simbolo dell’occidente è la fede nella giustizia, nella dignità della persona, il simbolo dell’occidente è l’autonomia morale che pone l’uomo, tutti gli uomini, al centro dell’interesse generale, al centro della visione stessa della realtà e della storia.

Da questo punto di vista il declino occidentale rischia di concrettizzarsi per l’incapacità di portare a compimento i suoi valori, rischiando di chiudersi in essi quando i suoi stessi valori chiedono continua apertura e riadattamento alla realtà. La centralità della persona su cui si fonda la stessa nozione di occidente non può equivalere alla centralità dei “nostri” cittadini, contrapposti agli “altri” individui. I rischi di declino per l’occidente e per la civiltà occidentale passa da qui, dal non aver forse saputo portare a compimento la sua autentica missione storica ed etica.

L’occidente è nato, vissuto, si è rafforzato, tramite la sua capacità di adattamento alle nuove sfide, sapendo trasformare le pressioni, le tensioni, i problemi e persino i drammi, in linfa per la sua crescita e la sua stabilità.

L’identità della sinistra e della destra nell’era della post verità

Destra e sinistra si sono contese il monopolio del mondo, eppure oggi secondo studi statistici, la stragrande maggioranza dei giovani non sa più individuare alcuna differenza tra le due opposte fazioni. Questo in parte è comprensibile, in positivo,  grazie alla fine delle ideologie in senso tradizionale, ma è altrettanto sintomatico, in negativo, del crescente disinteresse delle nuove generazioni alla idea di polis, di politica, come città della convivenza e del confronto.

Essere di destra o essere di sinistra non è mai stata la stessa cosa, e questo prescinde totalmente la collocazione politica dei due poli tradizionali, chiamati così, destra o sinistra, inizialmente solo in funzione della loro dislocazione logistica nelle aule parlamentari. Tradizionalmente, e forse un pò semplicisticamente, si ritiene che la sinistra si caratterizzi più in funzione della giustizia rispetto alla libertà, e che la destra, simmetricamente, punti sull’opzione opposta.

Altri pensano che la differenza consista nel primato del pensiero critico tipico della sinistra, che la destra ritiene meno importante e decisivo nelle questioni più vitali, preferendo alla speculazione analitica i valori tradizionali ed i cosiddetti “principi non negoziabili”. Tutto plausibile, tutto utile, ma piuttosto aleatorio e sfumato.

Aleatorio e sfumato specialmente se l’identità della destra e della sinistra si indagano in senso universale, molto meno se le si contestualizza ad una distanza più breve, ad una prossimità più adatta alla sintesi confortata dalla esperienza.

In ambito nazionale infatti, le differenze antropologiche e culturali relative al modo di essere e di intendere la convivenza  sono molto più precise e marcate. La sinistra nel nostro paese si è caratterizzata, specie dopo l’avvento della cosiddetta “democrazia compiuta” della seconda repubblica, secondo il principio della vocazione governativa e della assunzione della responsabilità.

Detto in altre parole, la sinistra è più decisionista, intraprendente, di campo. Decide e sbaglia, si posiziona e spesso perde, grazie al coraggio di scegliere. Un coraggio che può rivelarsi fatale per il suo successo elettorale in un paese tradizionalmente ingovernabile come il nostro, secondo la definizione di uno che di consenso un pochino se ne intendeva, e cioè Benito Mussolini.

La destra sembrerebbe essere immune dalla debolezza decisionista della sinistra, preferendo posizionarsi su questioni di principio, come i suoi attuali interpreti sulla scena pubblica, od orientarsi prevalentemente verso una campagna elettorale permanente, come accadeva negli anni del berlusconismo. In ogni caso il tratto saliente e caratteristico della destra italiana è stata l’inazione, un tratto che l’ha posta e la pone tutt’ora in una posizione privilegiata in termini di favore elettorale potenziale.

La sinistra nonostante una sua certa vetustà politica, si dimostra ingenua ed impreparata, al cospetto di un paese che preferisce non decidere, non riformarsi, non esporsi e non cambiare mai le regole del gioco.

Un un gioco tutto sommato così rassicurante e divertente, come il lamentarsi di tutto e di tutti senza spendersi mai troppo per cambiare. La cosiddetta Italia profonda, tradizionalmente di destra,  è ancora probabilmente pressoché invincibile, al netto del suo arroccarsi su tradizioni ma anche di privilegi, di aspettativa di sicurezza, ma anche di opacità.

Ogni cosa si ottiene grazie al sacrificio

sacrificio

Il sacrificio ha un profondo significato esistenziale, spirituale. Ci insegnano sin da piccoli che ogni cosa si ottiene solo tramite il sacrificio, il duro lavoro, l’impegno, la rinuncia. Tuttavia il sacrificio non è una parola da prendere alla leggera, perché essa proviene da molto lontano, e come ben si intuisce, ha a che fare col sacro.

Gli uomini hanno sempre sacrificato qualcosa sull’altare delle loro paure per poter usufruire della benevolenza degli dei. Proprio perché l’origine di ogni problema nasce nel potere della paura, gli uomini sin dalla notte dei tempi hanno cercato di esorcizzare la paura tramite l’offerta degli innocenti.

Lo facevano gli Indù, lo facevano i Maya e lo hanno fatto certamente altri popoli meno noti, nella convinzione che il sacrificio degli innocenti servisse a trattenere la collera delle potenze celesti.

Questo aspetto  ha origini dalla necessità di dare una risposta alle paure irrazionali, si è progressivamente trasferito in ogni vicenda laica e secolare. Il tempo stesso inteso come cronologia sequenziale, è una forma di ritualità sacrificale, il progresso comunemente inteso, è il sacrificio laico, potente ed assoluto, del nostro tempo.

Il progresso in senso generale non è avvenuto gratis, né sarebbe potuto avvenire se non al prezzo di un duro sacrificio. Il sacrificio, la distruzione, dei valori del mondo antico, della civiltà contadina, del rapporto diretto col territorio, con le persone. Il sacrificio delle comunità medievali, il sacrificio di un certo modo di essere genuini, sinceri,  umani.

Il volto oscuro del sacrificio

Il progresso economico ha preteso ed imposto una maggiore concentrazione di capitali e di risorse finanziarie, imponendo a quasi due miliardi di persone il costo diretto della crescita  di un dieci per cento della popolazione mondiale. Quando sentiamo evocare a proposito ed a sproposito la crescita, ricordiamo sempre che essa stessa prevede il sacrificio. Un grande sforzo di chi insegue la crescita, ed uno ancora maggiore, in chi è costretto ad inseguire la povertà.

Forse l’aspetto più inquietante della secolarizzazione, nella sua moderna ritualità sacrificale, risiede nella sua spersonalizzazione, nel suo disperdersi dietro meccanismi incontrollabili, in cui non vi è direttamente nessuno seduto a cospirare dietro le quinte. Non ci sono persone fisiche dietro la a globalizzazione all’origine di tutti i guai e le paure “liquide” del nostro tempo.

Al principio della crescita, della efficienza, della produttività, si sono sacrificati diritti, conquiste, fiducia, lealtà, razionalità. Pur di crescere, da molto tempo stiamo accettando ogni genere di sacrificio verso un decadimento delle nostre qualità più importanti.

In un certo senso ancora una volta sembrerebbe che il tempo sia circolare. Alla realtà dei misteri antichi a cui l’uomo si rivolgeva per sacrificare i suoi beni più preziosi pur di scacciare le sue peggiori paure, oggi corrisponde ancora una volta un nemico ignoto.

C’è un nemico senza volto dietro le paure dell’uomo post moderno, che non sa più se scappare in avanti o fuggire all’indietro, pur di sfuggire ai sacrifici della sua mala tempora. Pur di sfuggire dalla sua  idolatria nei falsi dei del denaro e del potere, che gli si rivoltano contro ogni giorno di più, e sembrano esigere, sacrifici sempre maggiori.

In un certo senso, è come se l’umanità non riesca a liberarsi dal suo fanatismo, dal suo fondamentalismo. Dall’impero romano, alla religiosità medievale, sino allo stato nazione, e oggi alla legge del mercato, l’uomo ha sempre sacrificato i suoi simili, sull’altare delle sue ideologie.

La suggestione tra retorica e demagogia

Demagogia

Quale è il senso sociale, oltre che psicologico, della suggestione? E che cosa significa nel concreto, Suggestione? Il potere del linguaggio sta nella capacità di affascinare, persuadere, raccogliere consenso attorno alle opinioni. Nelle relazioni pubbliche, luogo per eccellenza della ricerca del successo e del prestigio, l’abilità è deposta nel raccogliere i favori della maggioranza delle persone.

Una condizione utile nella professione, nei ruoli amministrativi, in ogni tipo di organizzazione. Il potere della suggestione è grande, perché la mente si chiama così proprio perché  viene stimolata quanto sente mentire. La suggestione non è necessariamente una menzogna, ma un metodo, uno strumento per convincere.

Per convincere, per persuadere,  per suggestionare la psicologia della masse, ci sono essenzialmente due metodi: quello retorico e quello demagogico. Nel metodo retorico le opinioni vengono accompagnate da tecniche linguistiche in cui l’ascoltatore si trova a suo agio. La retorica insegna l’adulazione del pubblico, la proposta di asserzioni ovvie e condivisibili, il ritmo, la passione oratoria.

La retorica è essenzialmente un metodo finto per dire cose vere. La veste formale della retorica è discutibile dal punto di vista della verità che contiene, ma i suoi contenuti restano spesso validi.

La demagogia al contrario della retorica non cerca di convincere tramite mezze verità facili e comode da accettare, ma al contrario si basa sul potere del paradosso. Affermare violentemente il falso, pronunciare termini  inaccettabili in altri contesti, abusare della paura e della rabbia, sono tecniche demagogiche.

La forza del paradosso è grande perché destabilizza gli ascoltatori, li confonde, ed al tempo stesso li trascina. La tecnica del paradosso è tipica dei ciarlatani, dei fanatici, degli imbonitori in genere, perché la mente travolta dall’assurdo risponde con una forma piacevole di sottomissione. Sentirsi travolti dalle assurdità produce un piacere fisico, induce grande rispetto ed apprezzamento. La suggestione svolge una funzione psicologica fondamentale nel fornire senso all’assurdo che ci circonda.

Anche la religione rischia di riprodurre questo equivoco, perché le persone sono normalmente più attratte da tutto ciò che  è più assurdo, pagano, irrazionale, spaventoso. Il contenuto di pietà, di compassione, di tolleranza, di perdono, di condivisione, tutto ciò che è eticamente più rilevante, attrae la ragione, il buon senso,  ma molto meno gli istinti e persino i sentimenti.

E’ il meccanismo della sindrome di Stoccolma, o dell’innamorarsi intenso e folle, dei soggetti più squilibrati, come se la mente umana sentisse un formidabile pathos verso tutto ciò che è più dannato e pericoloso.

Tutto questo ha molto a che fare con la nostra vita di tutti i giorni, perché usiamo continuamente il linguaggio e ne restiamo in qualche modo sempre vittima. Resta vittima della suggestione retorica o demagogica il pubblico che ascolta, il cittadino che vota, il soldato che combatte, il dipendente che lavora, forse persino il medico che partecipa alla conferenza.

Ma resta ancor più vittima della suggestione del linguaggio, la suggestione psicologica della parole, lo stesso soggetto che ne fa uso. Le parole ci portano dove vogliono, orientano i nostri pensieri, li costruiscono, li determinano e ci determinano. Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà dei fatti ma la polarizza, la distorce, la costruisce. Tutto quel che diciamo ha spesso il potere di suggestionarci e di plasmarci in modo concorde alle parole del nostro discorso. Per questo è così importante usare bene le parole, non abusarne, rispettarne il significato, rispettare chi ascolta, rispettare le giuste regole del linguaggio.

 

 

Tra cittadini e stranieri

stranieri

Quanti sono gli stranieri, e quale è il loro impatto sociale nel nostro paese? Fonti Istat ci dicono che gli stranieri residenti in Italia sono circa 5 milioni, e che i flussi migratori in ingresso non compensano il saldo negativo tra mortalità e natalità. L’Italia perde, al netto dei flussi in ingresso e in uscita, tra nascite e morti, circa 100 mila residenti ogni anno.

E’ diffusa la convinzione che gli stranieri abbiano innalzato il numero dei reati, e che la loro presenza sia intollerabile e pericolosa per gli equilibri sociali della nazione. In realtà i reati violenti e gli omicidi, femminicidi compresi, sono in costante diminuzione, e l’aumento della popolazione straniera non ha intaccato questo decremento.

Prendendo in esame gli ultimi dieci anni, Sono in aumento solo i reati annessi allo spaccio e ai furti in appartamento, quest’ultimo tipo di reato spesso non affatto riconducibile alla popolazione in arrivo dalle coste africane. Quello che rende opprimente la sensazione di assedio deriva dalla velocità del fenomeno migratorio, dalla crisi economica, dalla paura generalizzata per il futuro, da una certa inclinazione mediatica a raccogliere consenso su questi sentimenti negativi, coadiuvati da interessi di elettorali.

Davvero crediamo che lo slogan “Rimandiamo ciascuno a casa sua” sia applicabile, giusto, o razionale? E se lo stesso imperativo categorico fosse rivolto ai nostri connazionali nel mondo, che succederebbe?

Solo in Argentina gli oriundi italiani sono circa venti milioni, venticinque milioni in Brasile, diciotto milioni negli stati uniti, quattro milioni in Francia, un milione e mezzo in Canada, solo per citare i paesi con la maggiore presenza di nostri connazionali. Risulta del tutto evidente che l’idea di generalizzare il “rimandiamoli tutti a casa” forse non sarebbe troppo pratica e conveniente, proprio per quanto ci riguarda. I discendenti dei nostri connazionali nel mondo sono oltre 80 milioni.

Del resto sia dal punto di vista genetico, che sopratutto culturale, economico, imprenditoriale e sociale, la fusione tra i popoli è la normalità oltre che il segreto del successo. Gli stati  più ricchi tendono sempre più ad essere multi etnici. Il concetto di identità nazionale non va mai confuso con l’ideologia nazionalista, sua forma purtroppo spontanea di degenerazione.

L’identità è argomento delicato e complesso, ed è una nozione che attraversa i valori di riferimento dei popoli, più che questioni somatiche o legate ai paesi di origine. Il dualismo tra cittadino e straniero non può riguardare il colore della pelle, le convinzioni religiose, o le origini dei propri antenati.

Ogni uomo cerca la vita, la pace per sé ed i propri cari, il sostentamento, la sicurezza, la felicità. Ogni uomo teme l’insicurezza, l’emarginazione, l’indigenza, la guerra, la malattia, la pazzia e la morte. Pertanto ciascuno si sente cittadino del primo elenco e straniero del secondo.  Alla politica, alla cultura, alle religioni, il difficile compito di realizzare le speranze insite nei cuori di tutti.

Una idea espressa con grande efficacia da don Lorenzo Milani nel 1965:

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso,  io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù).

Nella fiducia sta il segreto dell’armonia

fiducia

Tutta la vita è un grande atto di fede, riporre fiducia in qualcosa o in qualcuno. Occorre fiducia verso gli altri, verso il futuro, verso noi stessi. La fiducia nasce come tema spirituale, ma in quanto tale non appartiene affatto alla ristretta dimensione confessionale, ma attraversa la vita intera. Quello che siamo, quello che diventiamo, quello che ci succede, è per gran parte dipendente dal grado di fiducia di cui disponiamo.

Dalla fiducia in qualcosa, o fiducia in qualcuno, deriva il coraggio di vivere, dal coraggio derivano i progetti, le speranze, lo slancio per inseguire i sogni. La fiducia riguarda ogni aspetto ed ogni cosa, dalle più piccole alle più grandi. Tutto in fondo è un grande atto di fede. Occorre fiducia nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, persino nell’aria che respiriamo.

Occorre fiducia nei farmaci che assumiamo, fiducia negli esami diagnostici, fiducia nei vaccini che somministriamo ai nostri figli. Occorre fiducia nel denaro, nell’economia, nelle banche, nelle aziende e nei lavoratori. Le più drammatiche crisi si instaurano proprio quando viene meno la fiducia negli uomini e nelle cose, fidarsi di qualcuno è necessario come l’aria che respiriamo.

Senza fiducia si può solo fare la guerra

Anche in economia occorre fiducia in qualcuno e in qualcosa. Il denaro che ci consente di vivere perderebbe di colpo ogni valore se il terrore della crisi finanziaria degenerasse e spingesse tutti a ritirare i propri depositi bancari. L’economia è di per se stessa una proiezione virtuale basata sulla fiducia. Il concetto stesso di credito che permette di finanziare gli investimenti e creare la circolazione del denaro tramite i consumi, è sinonimo diretto di fiducia.

Chi crede che il proprio lavoro e la propria fatica siano indipendenti rispetto alla credibilità generale nel sistema economico vive nel medioevo, in cui l’auto consumo prevedeva fatica enorme con l’unico scopo di non morire di fame.

Occorre fidarsi del proprio inquilino, del venditore che ci propone l’auto, nel datore di lavoro e persino nel sindacato. Non è ironia, è pragmatismo. Nessuno su questa terra ha il potere di controllare, governare, sapere esattamente, nulla. E’ nell’investitura della fiducia che si concede forza ai vincoli che instauriamo, ed è la fiducia che scatena le nostre migliori energie. Senza fede, si muore.

I neonati non cullati e coccolati rifiutano il cibo e si lasciano morire. Lo fanno pure gli animali domestici, la cui continua offerta di fiducia corrisponde ad una cieca scommessa sulle nostre premure nei loro confronti. Chi ci ama e vive di questo amore, sente continuamente il bisogno di rinnovare il patto di fiducia nei nostri riguardi.

La mancanza di credito distrugge ogni rapporto, spegne ogni speranza, la mancanza di fede annichilisce l’anima personale, le toglie linfa vitale, la depotenzia e la uccide. La prudenza è un’altra cosa rispetto alla mancanza di stima, di apertura, di speranza. La prudenza è necessaria, ma essa stessa è un grande atto di fede nel compromesso tra diffidenza e coraggio. Fidarsi di qualcuno è indispensabile.

La mancanza di fiducia nel particolare come nel generale, la mancanza di fiducia in qualcuno e in qualcosa,  è la principale causa della guerra permanente in cui la vita rischia di ridursi.  E’ la sfiducia negli altri che ci toglie una quantità immensa di energie. E’ la sfiducia nelle nazioni a costringere ad armarsi fino ai denti, ed a cercare continuamente risorse in giro per il mondo, dopo aver esaurito tutte le proprie nella ricerca della superiorità militare.

 

Il trionfo del centrismo nelle elezioni francesi

La vittoria di Emmanuel Macron nel secondo turno  delle presidenziali francesi, ha dato per il momento respiro al centrismo dei moderati europei. La Francia è tra i paesi fondatori dell’Unione Europea, ed ha un ruolo economico, morale e politico, di notevole rilevanza nelle vicende dell’intero continente.

Quello che accade alla Francia si riflette inevitabilmente sull’Europa nel suo insieme, almeno nei tre aspetti elencati. Economicamente i francesi, al pari degli italiani, sono i più ricchi in termini di patrimonio privato. Al pari della situazione italiana questa ricchezza fatica nel rimettere in moto i consumi e l’occupazione, ma sempre di ricchezza si tratta e questo pesa eccome in termini di credibilità e legittimità nelle relazioni commerciali e finanziarie.

In senso morale la nazione francese è forse una delle più rappresentative in termini di modernità, dato che siamo tutti in qualche modo figli dell’illuminismo e delle rivoluzioni politiche da esso derivate. In senso politico è tangibile il peso e al solidità dell’asse franco-tedesco nel suo ruolo egemone di guida di tutta l’eurozona.

Deriva da tutto questo, che le vicende politiche francesi assumano una funzione emblematica, simbolica, con sviluppi in grado di anticipare le tendenze del continente europeo nel suo insieme.

Dunque il centrismo ha vinto nettamente il ballottaggio contro la destra nazionalista euroscettica, ed i moderati rilanciano legittimamente le proprie ambizioni nel porsi anche come modello presso le situazioni degli altri paesi. Il centrismo si è dimostrato vincente grazie ad innovazioni tattiche, tra cui anche l’energia e la biografica personale di Macron, ma forse anche per motivi strategici.

Il centrismo ha sconfitto nettamente le sue ali estreme, tagliando fuori la sinistra tradizionale e l’estrema destra. La prima cerca consenso nel popolo che non rappresenta più, e la seconda cavalca l’onda populista contro l’immigrazione, la crisi, l’ egemonia continentale sugli interessi nazionali. Il centrismo ha sconfitto entrambe forse per due motivi essenziali, rappresentando una specie di laboratorio politico per le altre nazioni.

Il centrismo è risultato vincente verosimilmente per due motivi. Ha vinto in senso geometrico, in quanto  al centro tra destra e sinistra. Ha dimostrato come la popolazione chieda fermezza, energia, ma anche democrazia, libertà, tolleranza, europeismo.

Il centrismo è tale anche e soprattutto in senso cronologico, Nè troppo sbilanciato in avanti nè troppo all’indietro. Il centro è soprattutto una nozione temporale, tra l’utopia della sinistra tradizionale con le sue  scommesse su un futuro impossibile, ed il rifiuto della modernità tipico dell’estrema destra, che vorrebbe  ripiegarsi in un passato improbabile e sconfitto dalla storia.

La popolazione chiede energia politica ma anche sobrietà, chiede sviluppo ma anche sostenibilità, chiede crescita ma anche distribuzione della ricchezza. Il popolo ha paura della crisi, dell’immigrazione, del terrorismo come paure nuove ed ancora purtroppo non definitamente vinte. Ma il popolo ha paura anche del nazionalismo, della semplificazione, della xenofobia, dell’omofobia, ha paura di valori ancorati ad un passato inadeguato per affrontare efficacemente le sfide che abbiamo innanzi.