L’economia del nostro tempo è costruita sulla crescita e su di essa ha calibrato ogni suo parametro ed ogni sua efficienza. Quel che accade alla crescita della produzione e dei consumi, si riflette nei servizi essenziali, nel clima sociale, nelle speranze, nella progettualità per le nuove generazioni. Il nostro mondo è fondato sull’economia e nella grammatica dell’economia crescere è il verbo da cui deriva tutta la sua organica articolazione generale.

La democrazia è vincolata alla crescita: più crescita significa più solidità economica a cui corrisponde più fiducia nel riformismo, nel pluralismo, nella tolleranza e nel dialogo. Minore crescita significa meno lavoro, meno investimenti, meno gettito fiscale, meno servizi, più rabbia sociale, più credito alle forze estremiste e populiste. 

La modernità fondata sul progresso economico non è mai riuscita ad emanciparsi dal suo vizio iniziale, e dalla rivoluzione industriale in poi ha sempre avuto bisogno di aumentare costantemente i consumi a cui sono legati direttamente la pace sociale e i posti di lavoro. La repentine decrescite rischiano di portare al collasso le democrazie più fragili, come accadde alla repubblica di Weimar negli anni successivi alla grave depressione del 1929. Gli attuali interpreti del populismo, rappresentano la versione aggiornata  del reflusso nei valori tradizionali di rifugio: nazionalismo, semplificazione, intolleranza.

Il destino della crescita è segnato

La crescita è intuitivamente fragile in quanto insostenibile. Nulla può indefinitamente continuare a crescere senza consumare le risorse in maniera scriteriata, senza produrre disarmonie. La crescita è la diretta conseguenza della cultura moderna, di cui l’economia è solo un surrogato, una veste formale. La cultura moderna fonda se stessa sul criterio scientifico e matematico della quantità.  Divora numeri per sopravvivere. Ma queste non sono le prerogative di un organismo sano, ma al contrario di un apparato complesso e condannato.

La crescita costante e tumultuosa, oltre che ostacolata dai limiti oggettivi dei suoi contesti di applicazione (le risorse, il denaro, il tempo, lo spazio, i consumi, non sono infiniti), presenta i sintomi patologici di un qualcosa che non cerca equilibrio ma può solo produrre devastanti squilibri. Per fare una analogia con gli organismi viventi, nell’esperienza biologica la crescita come unico criterio indipendente dal  contesto è quella delle neoplasie.

Come nelle gravi patologie, la crescita sembra sfuggire ad ogni progetto che non sia quello dell’auto estinzione. A questo dovrebbero pensare le classi dirigenti di oggi e di domani. Dovrebbero saper pensare e progettare un mondo diverso , un mondo che vive ancora troppo di abbrivio, di inerzia, di antichi slanci mai sostenuti da nuove idee all’altezza.

La vera crisi del nostro tempo non è economico-finanziaria ma culturale, è una crisi di pensiero, una crisi di idee, una crisi di visione del presente, una crisi di valori. Negli ultimi secoli siamo stati bravissimi a produrre, generare, moltiplicare, calcolare, estrarre, trasportare. Sarebbe ora  di riscoprire la capacità di pensare, di ridistribuire, di accogliere, di accettare, di tollerare, di convivere.  Occorre progettare un mondo che non c’è e che forse nessuno sa nemmeno come possa essere. Di sicuro occorre inventare un mondo nuovo, che sia fondato più sull’etica che sul denaro. Più costruito sulla responsabilità che sul potere. Non ci siamo riusciti in millenni. Speriamo bene.