Il desiderio: tutti ne parlano, ma qual’è il suo significato profondo? Può capitare di chiedersi cosa ci sia dietro quella spinta irresistibile che ci induce ad esigere con intensità prossima al dolore una persona, un successo, , qualunque cosa divenga l’oggetto dei nostri sogni.

Già nell’etimologia, de-sidera rimanda alle stelle, agli astri, e nel desiderio si nasconde quel bisogno di infinito che contraddistingue l’essere umano come se si sentisse a casa solo nel cielo, tra gli astri e la loro sublime bellezza. Tra il desiderio, inteso spesso in maniera morbosa e riprovevole, e il cielo come luogo ideale della perfezione e della grazia, vi è immediata e duplice interdipendenza.

Molte tradizioni insegnano a dominare il desiderio come se esso fosse il principale freno della perfezione e della gioia, ma i due poli si determinano e si misurano a vicenda, in un rapporto dualistico in cui nessuno esiste senza l’altro. Questa  dicotomia, tipica delle tradizioni medievali, è insufficiente per cercare di approfondire l’origine del desiderio stesso. Per andare alla radice della questione e risponde alla domanda iniziale, occorrono altre discipline, altre strutture di pensiero, altre categorie di indagine.

La filosofia insegna che la libertà è una azione di annientamento di sé, è l’atto in cui ci si annulla  (Jean Paul Sartre). Per poter essere liberi occorre rinunciare al proprio essere determinato dall’istante precedente e dalla somma delle loro cause  per tuffarsi una esperienza inedita e sconosciuta. La filosofia chiama tutto questo come un passaggio nel nulla, il niente che l’uomo, nell’intimo della sua coscienza, percepisce come l’origine profonda di sé e di tutte le sue angosce.

Ogni paura è in fondo un surrogato dell’angoscia primordiale, basata sulla percezione del proprio niente, del proprio nulla, e del ritorno a questo nulla e a questo niente, che incombe su ciascuno come spada di Damocle, che polarizza ogni nostro altro orizzonte, ogni nostra altra attenzione.

La libertà fa paura, a tutti, sempre. L’angoscia della libertà è l’angoscia del niente, ma per poter vivere, per poter andare avanti, l’uomo ha continuamente bisogno di piccolo o grandi risultati tangibili, di piccole o grandi vittorie basate su un qualche cosa di oggettivo che lo distolga dall’angoscia del suo niente. Nel calcolo matematico esiste un’unico valore capace di strappare al nulla una quantità reale, e questo è l’infinito.

Ogni desiderio è desiderio di infinito, in cui per scappare dal niente si cerca di perdersi nella speranza di un tutto. La forza irresistibile del desiderio è commisurata alla posta in palio che si prefigge di raggiungere, e cioè l’infinito, la dimensione totale dell’essere e della comprensione delle cose. Anche per questo il suo fine è irraggiungibile in questa vita, in cui la finitudine, la dimensione piatta, numerica, quantificabile, mal si concilia con il cielo, con la sete perpetua di infinito a cui il desiderio sempre, implicitamente rimanda.

Ogni ambizione umana parte dunque dal bisogno di superare l’angoscia primordiale, e sembra destinata a fallire se misurata con le categorie di calcolo e di pensiero del nostro presente. Nulla sarà mai sufficiente, nessun risultato, nessuna impresa, nessun amore, saranno mai paragonabili alla sete di totalità che il desiderio prevede.

Anche questo è il peso di vivere, anche questo è il fardello dell’essere che ci portiamo costantemente dietro, e che con mirabile intuizione ha espresso un grande poeta:

“Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo…”

(Fernando Pessoa)