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maggio 2018

Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

Democrazia incompiuta e fantasmi del passato

democrazia incompiuta

Riecheggia spesso nel dibattito sulla nostra storia repubblicana, la nozione di democrazia incompiuta. Proprio in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio del grande statista democristiano, Aldo Moro, può valer la pena riflettere sul legame profondo tra le tensioni, le guerre civili “fredde” o a “bassa intensità” che il nostro paese ha dovuto patire, rispetto alla incompiutezza del nostro percorso civile e democratico.

40 anni fa moriva Aldo Moro, e come dice suo figlio Giovanni “il suo fantasma ci perseguita ancora”. Il suo sangue, ci perseguita ancora come ci perseguita ogni sangue che scandisce sempre i momenti più drammatici della storia.  La nostra democrazia nasce nella guerra di liberazione, e subito dopo il suo insediamento, subisce enormi pressioni internazionali dovute alla guerra fredda: scatta il fattore K, l’impossibile alternanza, la democrazia è bloccata.

Poi gli scontri di piazza, poi gli anni di piombo, le brigate rosse. Il periodo in questione ha visto la morte di 450 persone e oltre mille feriti in circa 15 mila attentati. Ci sono a dir poco ombre anche da parte di pezzi dello stato.

Poi arriva la fase dei processi di “Mani pulite”,  e ne consegue la distruzione del quadro politico ereditato dalla seconda guerra mondiale.
Poi il berlusconismo e la nuova “guerra civile fredda”. Scontri istituzionali inediti, l’odio tra gli italiani viene alimentato tra chi è pro e tra chi è contro Berlusconi. Ora i “populisti” così definiti dai loro avversari, a loro volta considerati “vecchi”, “corrotti” e “superati”dai nuovi movimenti popolari.

Questo elenco non può né vuole essere una impossibile equiparazione tra questioni di gravità e qualità molto diverse. Tuttavia il filo conduttore tra i fenomeni descritti è la violenza, esplicita o implicita, spesso oscura, le cui trame non vengono mai definite una volta per tutte, con tutto ciò che questo implica sul piano della verità e dell’elaborazione degli avvenimenti presso il sentire comune.

La contrapposizione faziosa, pretestuosa, feroce, irriducibile, fa parte forse del nostro corredo antropologico. Un corredo che prevede lo scontro nascosto, fortunatamente nel recente senza vere rivoluzioni sanguinose vinte o perdute, ma al contrario striscianti, e quindi a loro modo comunque debilitanti per la salute del paese.

Lacerazioni sociali che spezzano il tessuto culturale, umano, politico, fratture in cui ogni fazione crede di essere nel giusto e si ritiene in doveroso diritto di giudicare l’altra corrotta e indegna. Questo accade nelle corporazioni professionali, accade tra aree geografiche, tra nord e sud, tra tifoserie sportive. Un retaggio che il passato rovescia sul presente e lo condiziona. La democrazia incompiuta deriva forse dall’incompiutezza di un vero processo di unificazione nazionale, qualcosa di fondamentale e che va ben oltre l’unità amministrativa e i confini politici.

I problemi sono molto profondi e sono figli del passato. Forse nessuna legge elettorale, nessuna legge sul conflitto di interessi, nessuna eliminazione dei vitalizi,  per quanto comprensibili e auspicabili, potranno mai sradicarli definitivamente.
Siamo un paese bellissimo, prospero, pieno storia, cultura, pieno di persone perbene. Ma la nostra repubblica non è mai stata davvero in pace.

La nostra democrazia incompiuta, è la diretta conseguenza del nostro incompiuto processo di pacificazione nazionale. Una mancata pacificazione che si manifesta come un fantasma, uno spettro che toglie il sonno, e che cerchiamo di esorcizzare nel comodo e vile alibi dell’odio e della paura verso gli stranieri.

Il problema raramente è fuori, molto più spesso è dentro, di qualsiasi processo si tratti. Nessuno, forse, mette davvero a repentaglio i nostri valori, la nostra integrità territoriale, la nostra incolumità personale. Forse è’ un autentico spirito di patria che ci manca. Quello spirito di patria conquistato da chi ha avuto il coraggio di regolare i conti con le proprie ombre, i propri errori , i propri fantasmi, riappacificandosi con la sua storia.