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marzo 2018

Nel conflitto interiore il segreto dell’amore

conflitto interiore

Il conflitto interiore non è un inutile peso sull’anima, un sintomo di incompletezza, un incidente esistenziale. Il conflitto interiore, per quanto penoso, per quanto vorremmo farne a meno, è il vero motore dell’anima, è lo scrigno segreto, che paradossalmente, genera l’amore per se stessi e per gli altri.

Sappiamo che per amare occorre conoscere. Sappiamo della perfetta e vicendevole equivalenza tra conoscenza e amore. Amiamo solo quel che conosciamo e conosciamo solo quel che amiamo. Al contrario, non amiamo quel che non conosciamo, e non conosciamo, quel che non amiamo. Vale per ogni cosa, per ogni tipo di relazione, anche nella relazione con se stessi.

Quindi tutto parte dalla conoscenza. Ma c’è un problema: conosciamo il mondo, le cose, la realtà, solo per sottrazione, per distacco, per differenza, per opposizione. Conosciamo le cose sottraendoci dalle cose. Conosco una sedia, una penna, un’automobile, soprattutto perché io non sono una sedia, una penna, un’automobile.

Ogni cosa che conosciamo la determiniamo in quanto diversa da noi, in quanto contrapposta a noi. Qui sorge un problema. Se ciascuno fosse completamente e veramente se stesso, senza conflitti interiori, sarebbero guai. Applicando il criterio della sottrazione su se stessi, se fossimo aderenti, perfettamente coincidenti col nostro essere, sarebbe impossibile conoscersi. L’equazione io uguale me, porterebbe ad annullare la conoscenza. Io meno me, uguale zero. Accade verosimilmente ai fanatici, ai sedicenti puri, ai convinti di essere perfetti, perfettamente identificati in una idea assolutizzata.

Fortunatamente, nelle persone comuni l’io e il me, non coincidono. “io” non sono “me”, e pur nella sofferenza di non essere me stesso, posso conoscermi proprio perché sono “l’essere che non sono” (Jean Paul Sartre). Proprio perché sono contemporaneamente giusto ed ingiusto, paziente e irascibile, santo e perverso, umile e vanitoso, proprio per questo posso conoscermi. E se posso conoscermi, posso amarmi. La distanza tra l’io e me, tra la persona che sono e quella che vorrei essere, è la mia libertà, è la mia anima.

Solo le persone che percepiscono la propria controversa natura, che patiscono a volte il peso della propria incoerenza, il peso di essere di volta in volta sfuggenti a se stessi ed estranei  a se stessi, solo le persone così sviluppano un sincero amore di sé. Quell’amore di sé che estende spontaneamente la sua vocazione all’amore verso l’esterno, verso ogni cosa.

L’amore di sé non è una colpa, un peccato. L’amore di sé è la prima e autentica forma di vero amore, così vero, così autentico, da sentire l’irrefrenabile bisogno di estendersi verso confini sempre più ampi. L’odio antisociale così spontaneo, così diffuso, proviene dall’incapacità di conoscersi, dall’incapacità di amarsi, dall’incapacità di abbracciare e accogliere il mistero che è dentro di noi. L’odio per gli altri è solo un meccanismo di difesa, un espediente per distrarci dal disprezzo che proviamo per noi stessi.

Ecco perché solo le persone controverse, incoerenti, forse persino ambigue, solo le persone che sentono il peso di non essere come vorrebbero essere, solo quelle che patiscono il proprio conflitto interiore, sanno davvero amare, sanno davvero donarsi. Forse proprio per questo nel vangelo Cristo frequentava i peccatori, e si trovava perfettamente a suo agio con loro. Forse proprio per questo “Gli ultimi saranno i primi”. Forse proprio per questo “I pubblicani e le prostitute, vi passeranno davanti”.

 

Il populismo di oggi è quello di sempre

populismo

Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Declino occidentale e destino della nostra civiltà

declino occidentale

Siamo davvero prossimi al declino occidentale, e la nostra civiltà è destinata a ridurre nel tempo la sua importanza? Siamo talmente abituati a definirci di cultura europea, atlantica, moderna, cristiana, forse da aver dimenticato l’infausto presagio contenuto nel termine occidente. Esso significa letteralmente “dove cade il sole”, potremmo reinterpretarlo metaforicamente, come il luogo del tramonto.

Questo non è certo una realistica previsione né a maggior ragione un cattivo augurio. L’occidente crede ancora nei suoi valori, negli ideali alla base della cultura europea, radicati nel mondo greco e giudaico-cristiano, che hanno dato vita alla cosiddetta modernità e al progresso civile, come oggi comunemente viene inteso. Il vertice di questo progresso è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo ratificata a Parigi il 10 dicembre 1948, un evento voluto e progettato, proprio dall’occidente.

Il declino occidentale può essere inteso in diversi modi, ad esempio nella perdita del ruolo egemone dal punto di vista finanziario e militare. Che di per se stesso non sarebbe necessariamente un male, se non fosse per i rischi di pesanti ricadute dal punto di vista occupazionale annessi a questa progressiva marginalizzazione, ad opera delle emergenti economie e finanze orientali.

Temo tuttavia che il maggior sintomo di declino occidentale possa essere individuato nell’aumento delle fazioni populiste nei vari paesi del vecchio continente, aumento spontaneamente concorde ad una sempre maggiore insoddisfazione e paura da parte delle rispettive popolazioni. Paura del precariato, della sicurezza personale e sociale, paura dei flussi migratori e via dicendo.

Forse proprio l’incertezza e la paura per i cambiamenti su scala globale possono costituire la spia del malessere dell’occidente. Soprattutto la risposta naturale a questa paura, che come già detto viene intercettata dalle forze xenofobe, estremiste e populiste. La paura della diversità etnica, religiosa, culturale, genera atteggiamenti di chiusura, intolleranza, nazionalismo.

Valori opposti alla cultura dell’occidente, che è grande proprio per la sua capacità dialettica,  tendente al compromesso e al confronto, più che all’integralismo e alla chiusura. Come è già stato scritto, la figura che simboleggia meglio i valori dell’occidente è quella di Santa Maria Maddalena. Santa e meretrice, ambigua eppure grande, controversa e sublime al tempo stesso.

L’occidente è stato la culla della modernità non solo per le sua capacità di innovazione tecnologica, industriale, per le sue sanguinose rivoluzioni e per i suoi cambiamenti epocali. Il simbolo dell’occidente è la fede nella giustizia, nella dignità della persona, il simbolo dell’occidente è l’autonomia morale che pone l’uomo, tutti gli uomini, al centro dell’interesse generale, al centro della visione stessa della realtà e della storia.

Da questo punto di vista il declino occidentale rischia di concrettizzarsi per l’incapacità di portare a compimento i suoi valori, rischiando di chiudersi in essi quando i suoi stessi valori chiedono continua apertura e riadattamento alla realtà. La centralità della persona su cui si fonda la stessa nozione di occidente non può equivalere alla centralità dei “nostri” cittadini, contrapposti agli “altri” individui. I rischi di declino per l’occidente e per la civiltà occidentale passa da qui, dal non aver forse saputo portare a compimento la sua autentica missione storica ed etica.

L’occidente è nato, vissuto, si è rafforzato, tramite la sua capacità di adattamento alle nuove sfide, sapendo trasformare le pressioni, le tensioni, i problemi e persino i drammi, in linfa per la sua crescita e la sua stabilità.