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dicembre 2017

La libertà di volare fuori dal tempo

La libertà di volare

Quando parliamo di libertà e di tempo, sappiamo a cosa ci riferiamo? Ogni avvenimento è spontaneamente legato all’esperienza temporale. Si svolge nel tempo, in un dato luogo, secondo cause ben precise, senza alcun nesso apparente con la libertà. In natura nulla è libero, ma corrisponde fedelmente al flusso del tempo condizionato dall’equilibrio delle forze coinvolte.

Il tempo è un fenomeno psicologico.

Esso è la somma degli istanti catturati dalla memoria inerenti ai cambiamenti durante il loro svolgimento e causati da stimoli precisi.  Dunque memoria, cambiamento, causa, sono i tre momenti dell’esperienza del tempo in cui si svolge ogni avvenimento. Parlare degli avvenimenti significa mettere in moto la memoria dei cambiamenti  svoltisi secondo leggi razionali.

Gli avvenimenti sorgono nella mente, ed è grazie alla memoria che essi acquisiscono corpo e sostanza emergendo dalle impressioni ricavate dai sensi. La perdita della memoria fa sparire il presente e con esso ogni razionale concetto di tempo. Perdere la memoria significa perdere l’anima, e con essa smarrire ogni tipo di realtà esterna.

Essendo un fenomeno mentale, gli avvenimenti ci fanno litigare più delle bugie o delle cose immaginate, perché anche gli avvenimenti hanno ben poco di oggettivo ma molto di soggettivo, proprio come le bugie o le favole.

Ogni avvenimento ha delle cause a loro volta prodotte come effetto di cause precedenti. Spesso nella mente  le cause acquisiscono una motivazione dolosa, come colpa, specie quando non sia possibile individuarle, come incapacità di accettare il caso. Gli stimoli di azione e reazione che regolano il flusso degli eventi, nella dimensione umana spesso si riducono ad azioni di forza, spesso anche di prepotenza, sopraffazione, sopruso, pressione sulla libertà altrui fino ad estinguerla.

Trascorriamo la vita nell’attribuire colpe a questo o a quello, magari a noi stessi, e a intendere ogni cosa come motivata da una lotta tra il bene e il male. Eppure esiste una opzione capace di uscire da tutto questo, in grado di arrestare il tempo, e consiste nell’esperienza della libertà.

L’autonomia

L’autonomia da ogni principio di azione e reazione è l’esperienza che ferma il tempo, che spezza la catena di causa ed effetto nel naturale flusso degli avvenimenti che conduce sempre alla lotta senza quartiere. Non è solo per un eccesso di sintesi se la storia si riduce ad essere l’articolazione degli eventi bellici. La vita è solo un sinonimo del tempo, e il tempo coincide con la incessante serie di momenti di lotta che la memoria ci ha tramandato.

Gli unici momenti realmente liberi sono quelli in cui per scelta ci rendiamo autonomi dal fluire del tempo, ci rendiamo autonomi dalle offese, dai torti, dal fango che ci circonda, dal male che ci sovrasta. Per essere liberi occorre la forza e il coraggio di cancellare gli scampoli di memoria infettati dal male. La libertà può allora diventare una vera macchina del tempo, capace di arrestarlo fuoriuscendo dal suo sentiero apparentemente obbligato.

La libertà nasce nella coscienza, come capacità di bloccare la successione degli istanti impressi nella memoria, decidendo di spezzarne la concatenazione.

La libertà nasce nel perdono, nell’amore autentico, nella pietà, che sceglie di arrestarsi, di spezzare la sequenza logica del tempo. Il perdono e la pietà conducono realmente ad istanti senza tempo, cioè alla vita eterna. Una esperienza concreta, che abbiamo già fatto molte volte magari a nostra insaputa, se solo avessimo avuto il “tempo” di accorgercene.

Il significato della colpa

Il significato della colpa

Eccoci al tema principale della coscienza, il senso, il significato della colpa. Ciascuno nel suo cuore cerca la pace, ma deve confrontarsi in ogni istante con il conflitto. L’antagonismo che regge la personalità pone a confronto le scelte della volontà con il giudizio della coscienza. Nessuno è mai la persona che vorrebbe essere, e la coscienza chiede un alto prezzo a tutto questo, il prezzo della colpa. Ci sentiamo in colpa, inadeguati, incompleti, per una infinità di motivi diversi, sia si tratti di rimorsi che di rimpianti. Occorre indagare il senso, il significato, di tutto questo.

La competizione del nostro tempo in particolare, avvelena l’anima tramite il miraggio del successo, creando di fatto le condizioni per far sentire tutti dei falliti.

Il rimorso resta ancora più grave e insidioso del rimpianto, ci chiedo conto di scelte di cui ci vergogniamo ma di cui non abbiamo una spiegazione, come se la volontà salisse misteriosamente in noi da una origine sconosciuta e distruggesse ogni possibilità di azione libera e consapevole.

“L’uomo non è padrone nemmeno a casa sua”,

scriveva Freud intendendo per “casa” la sua stessa personalità.

Il mistero della volontà libera, si scontra in modo irriducibile con la nozione culturale della colpa.  Il significato della colpa varia nel tempo e nella geografia. Uccidere uno schiavo non era male fino a pochi secoli fa, mentre una relazione carnale tra due persone dello stesso sesso comporta ancora oggi la pena capitale in diverse nazioni del mondo.

Il significato della colpa dipende dal contesto, dal comune sentire, dai miti, dalla somma dei miti che appunto costituisce la cultura. La coscienza non è mai una fonte sicura per misurare la colpa, e ci si può rovinare la vita per rimorsi verso piccole cose, così come si possono commettere crimini consigliati proprio dalla “buona” coscienza.

Tra volontà libera e giudizio della coscienza non vi è mai pace.

Il senso di colpa è il vero peso sul cuore, il rumore di fondo  che svilisce ogni concerto, ogni sinfonia, ogni nostra poesia interiore. Un dolore a cui si fatica a conferire un senso, un significato.

Il dolore della colpa precipita nell’inconscio, nella parte occulta, irrazionale, per riemergere sotto forma di disturbi di ogni genere, ma soprattutto sotto forma di odio verso il mondo esterno. Il senso della colpa, il suo significato, si riflette nell’odio per gli altri.

L’odio antisociale trae soprattutto origine da qui,  dal tentativo di rimozione, dalla battaglia per cercare di sopprimere la colpa. Ogni motivazione logica e plausibile per giustificare l’odio verso soggetti sconosciuti che spesso non ci hanno ancora fatto nulla di male è solo un pretesto, un espediente, il più sublime escamotage per cercare di sopportare il disprezzo occulto verso se stessi.

Tutto ciò che per ignoranza, superstizione, immaturità spirituale, accresce il senso di colpa, fornisce i peggiori pretesti ai demagoghi, alla cattiva politica, sempre pronta come insegnava Aristotele a

“Scagliare la folla contro un bersaglio, per dominarne l’anima tramite il controllo della paura, della rabbia e dell’odio, che restano le emozioni di base per plagiare i popoli”.

Proprio per questo la più meritevole azione morale che si possa compiere deve essere finalizzata a ridurre i sensi di colpa. Occorre allentare la corda dell’arco del cuore, sempre teso, sempre pronto a scagliare le sue frecce avvelenate nella propria vita e in quella degli altri. Per questo è così importante sapersi perdonare e aiutare gli altri a perdonarsi.

E’ in paradiso, cioè vive nella gioia, chi sa perdonare se stesso e gli altri. Vive all’inferno, cioè disperato, chi non ha ancora imparato a farlo.

La gioia di riscoprire l’essenziale

gioia

Tutti parlano di felicità, ma forse non ci siamo chiesto il vero significato della gioia, e in che cosa essa consista. Viviamo un presente molto più preoccupato della quantità che della qualità, molto più preso dall’apparenza che dalla sostanza, o in termini ancora più lucidi, più concentrato sull’entità che sull’essenza. Anche questo ci allontana dalla gioia, dalla felicità.

La confusione tra entità ed essenza,  genera il velo che copre  ogni cosa, lasciandone intravvedere solo la forma esteriore, la manifestazione apparente. La contemporaneità insegue un materialismo che cerca  nell’entità la completa conoscenza degli avvenimenti, come se dominarne i numeri, tracciarne gli andamenti, equivalga a possederne i contenuti, comprenderne i significati.

L’entità è il prodotto dalla classificazione meccanica dei fatti e delle cose, dove prevale l’aspetto quantitativo rispetto ad ogni valutazione  qualitativa. Ma è nella qualità che trova ristoro l’anima, che si specchia lo spirito, che risiede la gioia.

L’entità insegue la legge del numero, la legge della forza, del principio razionale che lega causa ed effetto, e che orienta verso la valorizzazione del molto rispetto al poco, del potere rispetto all’irrilevanza, della ricchezza rispetto alla povertà.

Nel regno dell’entità  tutto è convertibile in numero e quindi  in denaro, che è il risvolto più diretto e concreto cui tende ogni nozione numerica. Nel nostro pensiero la qualità, l’essenza, il significato, lo scopo, il fine, sono stati progressivamente sostituiti dalla più subdola legge numerica che misura le cose in base alla loro formulazione estetica.

Si tratta, rispetto al passato,  di una inversione formidabile nella valutazione della realtà, nel proporre e di fatto imporre nel pubblico come nel privato, criteri di valutazione unicamente mirati su ciò che possiede un controvalore quantitativo. Tutto è finalizzato e soppesato in base al costo, alla dimensione, alla durata, a criteri economici, ad una dissociata idea di valore e di finalità spesso in conflitto permanente con se stessa fino ai risultati più paradossali.

Nella contemporaneità contano il prodotto interno lordo, gli indici di borsa, il deficit, il disavanzo, lo spread, i tassi di interesse e via dicendo.

Persino un certo malinteso senso della democrazia contribuisce al materialismo numerico che opprime il valore spirituale della civiltà. La democrazia a volte sembra così grigia, così infelice, forse anche per questo.

Sembrano contare solo i denari, i beni immobili, le auto, il numero di amici, i like sui social, i  voti presi nei collegi, la quantità di dipendenti, insomma tutto ciò che può essere pesato dalla bilancia del potere, unico valore assoluto del nostro tempo.

In questa distorsione  viene perduto tutto ciò che ci rende degni di stima e rispetto, come le qualità personali, la lealtà, il merito, il sacrificio,  la solidarietà, la tolleranza, la pietà. Tutto quello che possiede maggiore rilevanza ed è quindi più essenziale, viene come defilato, sospeso, annullato, dalla subdola e tirannica legge del numero e del confronto.

Eppure se la vita merita di essere vissuta, e se i nostri valori rendono ancora sensato il nostro destino collettivo e le nostre biografie personali,  lo si deve a tutto quello che occupa spazi spirituali essenziali. Parlare di spirito e di essenza significa dire la stessa cosa, come parlare di arte e di verità significa ripetere la stessa nozione percorrendo tragitti linguistici solo formalmente differenti. Lo spirito, l’essenza, l’arte, sono in simbiosi con la gioia, con il suo profondo significato.

Nell’essenza e non nell’entità sta la fonte della gioia, dell’incanto, della meraviglia, il più alto significato esistenziale.