Destra e sinistra si sono contese il monopolio del mondo, eppure oggi secondo studi statistici, la stragrande maggioranza dei giovani non sa più individuare alcuna differenza tra le due opposte fazioni. Questo in parte è comprensibile, in positivo,  grazie alla fine delle ideologie in senso tradizionale, ma è altrettanto sintomatico, in negativo, del crescente disinteresse delle nuove generazioni alla idea di polis, di politica, come città della convivenza e del confronto.

Essere di destra o essere di sinistra non è mai stata la stessa cosa, e questo prescinde totalmente la collocazione politica dei due poli tradizionali, chiamati così, destra o sinistra, inizialmente solo in funzione della loro dislocazione logistica nelle aule parlamentari. Tradizionalmente, e forse un pò semplicisticamente, si ritiene che la sinistra si caratterizzi più in funzione della giustizia rispetto alla libertà, e che la destra, simmetricamente, punti sull’opzione opposta.

Altri pensano che la differenza consista nel primato del pensiero critico tipico della sinistra, che la destra ritiene meno importante e decisivo nelle questioni più vitali, preferendo alla speculazione analitica i valori tradizionali ed i cosiddetti “principi non negoziabili”. Tutto plausibile, tutto utile, ma piuttosto aleatorio e sfumato.

Aleatorio e sfumato specialmente se l’identità della destra e della sinistra si indagano in senso universale, molto meno se le si contestualizza ad una distanza più breve, ad una prossimità più adatta alla sintesi confortata dalla esperienza.

In ambito nazionale infatti, le differenze antropologiche e culturali relative al modo di essere e di intendere la convivenza  sono molto più precise e marcate. La sinistra nel nostro paese si è caratterizzata, specie dopo l’avvento della cosiddetta “democrazia compiuta” della seconda repubblica, secondo il principio della vocazione governativa e della assunzione della responsabilità.

Detto in altre parole, la sinistra è più decisionista, intraprendente, di campo. Decide e sbaglia, si posiziona e spesso perde, grazie al coraggio di scegliere. Un coraggio che può rivelarsi fatale per il suo successo elettorale in un paese tradizionalmente ingovernabile come il nostro, secondo la definizione di uno che di consenso un pochino se ne intendeva, e cioè Benito Mussolini.

La destra sembrerebbe essere immune dalla debolezza decisionista della sinistra, preferendo posizionarsi su questioni di principio, come i suoi attuali interpreti sulla scena pubblica, od orientarsi prevalentemente verso una campagna elettorale permanente, come accadeva negli anni del berlusconismo. In ogni caso il tratto saliente e caratteristico della destra italiana è stata l’inazione, un tratto che l’ha posta e la pone tutt’ora in una posizione privilegiata in termini di favore elettorale potenziale.

La sinistra nonostante una sua certa vetustà politica, si dimostra ingenua ed impreparata, al cospetto di un paese che preferisce non decidere, non riformarsi, non esporsi e non cambiare mai le regole del gioco.

Un un gioco tutto sommato così rassicurante e divertente, come il lamentarsi di tutto e di tutti senza spendersi mai troppo per cambiare. La cosiddetta Italia profonda, tradizionalmente di destra,  è ancora probabilmente pressoché invincibile, al netto del suo arroccarsi su tradizioni ma anche di privilegi, di aspettativa di sicurezza, ma anche di opacità.