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aprile 2017

Letteratura come macchina del tempo

letteratura

Cos’è la letteratura? Questa potrebbe in fondo sembrare la più strana delle domande, dal momento che tutti  hanno letto almeno un libro in vita loro.  Sappiamo tuttavia dalla filosofia, che ogni domanda sul “che cosa” sono le cose, ci mette in difficoltà. Se dovessimo chiederci cos’è la letteratura, faremmo fatica nel trovare una risposta secca ed univoca. Le nostre parole, in questo come in altri casi, indicano i concetti, li aggirano, li declinano, ma raramente li penetrano davvero in modo esauriente.

Qui  non si cercherà una definizione che soddisfi i canoni classici, accademici, ma si cercherà di oltrepassare la tradizione terminologica cercando il significato più profondo, oltre che pratico, della nozione di letteratura. Quindi non si tratterà di definire, classificare, dare un nome a tutto quel che può essere compreso dentro il concetto di letteratura, ma se ne sottolineerà la capacità di toccare l’anima, le corde più profonde dello spirito, sino a divenire l’essenza, della vita stessa.

Qui si cercherà di rispondere alla domanda sul cos’è la letteratura  ritenendola uno strumento per viaggiare. Viaggiare nel tempo e nello spazio, viaggiare dentro le culture dei popoli, fuori, in alto, in basso, attorno al pensiero e alla tradizione.  La letteratura è essenzialmente uno strumento per viaggiare nel tempo, e  come diceva il grande Umberto Eco, regala l’unica versione certa dell’immortalità. Leggere ci pone innanzi all’infinito.

Leggere permette di condividere un frazione di spirito, un pezzo di anima del narratore, del saggista o del romanziere.  Leggendo si diventa contemporanei dei più grandi uomini e dei più grandi eventi di ogni tempo, se ne condividono le emozioni, i sentimenti, le ragioni e le inquietudini. Leggere dilata lo spazio dell’anima, la arreda e la arricchisce di suoni, di immagini e di sapori.

Leggere non è mai banale. L’ascolto mentale delle parole allena il pensiero, gli conferisce corpo e sostanza, allena al ritmo, sviluppa la metrica e al pari della musica, pregusta la tesi conclusiva già nell’analisi introduttiva. La letteratura è un grande e gratuito dono, ed il suo contenuto non ha prezzo. La letteratura è per tutti, non pone limiti di estrazione sociale, di età, di sesso, di fede religiosa, di rilevanza pubblica. La letteratura è una forma di unione spirituale che attraversa lo spazio ed il tempo e ci pone in diretto contatto con l’eternità.

La letteratura ci scruta nell’anima

La dimensione eterna della letteratura non è un modo di dire, un trucco espressivo, una iperbole persuasiva. Leggendo Omero,  la bibbia, leggendo Platone, Aristotele, Seneca, se ne diventa contemporanei, e si beneficia della relazione privata ed esclusiva delle loro parole. Come avviene nella pittura, in cui lo sguardo ritratto insegue l’osservatore in ogni angolazione si sposti, così le parole dei grandi del passato sono un privilegio personale, individuale, immediato, cioè senza mediazione e mediatori.

La letteratura è un dono immenso dal passato che si riflette nel presente e costruisce il futuro. L’anima del mondo è nelle testimonianze degli uomini di ogni tempo, ed ogni parola scritta è già eterna, è giù una piccola frazione del libro della vita.

Il dovere del ringraziamento verso gli scrittori di ogni tempo ed ogni luogo colpisce  il lettore attento e sensibile. Leggere predispone al dovere di rendere grazie alla vita per quello che è.

Leggere spegne la rabbia e la paura, leggere ci culla dolcemente e dolcemente ci trasporta nei sentimenti più alti e fecondi. Se si riesce a cogliere la densità di tutto questo, si può comprendere come il viaggio mentale proposto dalle pagine dei libri, non possa conoscere deroghe e riserve.

Si può concedere un’unica riserva, un’unica deroga al diritto ed al dovere di leggere come strumento di estensione della comprensione, della accoglienza, della tolleranza. La letteratura richiede coraggio, perché i libri sono strumenti invasivi, a volte persino prepotenti. I libri ci valutano, ci scelgono, ci leggono, e si intromettono nei nostri pensieri, nel nostro tempo e nel nostro spazio.  La letteratura è una abisso di pensieri, di idee, di sentimenti e di emozioni, ed affacciarsi sull’abisso, parafrasando Friedrich Nietzsche, permette all’abisso, di affacciarsi dentro di noi.

La volontà come ostacolo alla conoscenza

La volontà

La volontà per la filosofia è il tema metafisico per eccellenza. Il vero mistero dell’animo umano consiste nella libertà del volere, nella libertà di scegliere cosa volere e cosa no. E’ giusto che del mistero della volontà si occupi la filosofia, dal momento che non esiste una “scienza” della volontà così come non esiste alcuna scienza della libertà. Per ovvi motivi.

La scienza riduce i fenomeni naturali riproducibili e quantificabili sul piano delle leggi matematiche che legano causa ad effetto. Pertanto la volontà, in quanto scelta libera da cause, producendo effetti autonomi rispetto ad esse, sfugge completamente al campo di indagine scientifico. Dunque la volontà è un problema spiccatamente filosofico, teoretico, radicale, universale. Tutto il nostro linguaggio tende a spiegare gli effetti in base alle cause, cioè il nostro linguaggio investiga la metodologia con cui avvengono i fatti. La volontà, in quanto indipendenza dei fatti dalle cause, sfugge persino al linguaggio.

Il linguaggio inoltre, trae il suo punto di origine nella personalità che consiste essenzialmente in una capacità di “intendere e di volere”. Pertanto, in quanto generate da una volontà, le nostre parole restano nude e disarmate quando cercassero,  con una prodigiosa inversione, di occuparsi del proprio punto di origine. Per mancanza di spazio questa introduzione sul tema filosofico della volontà dovrebbe essere sufficiente per comprendere la portata della questione in gioco, accontentandosi di queste scarne analisi

La volontà allora, in senso filosofico, può essere conosciuta,  tramite il meccanismo del distacco, della sottrazione, della negazione. Cioè si può cercare di stabilire un perimetro alla volontà, fornirle una veste, in funzione di ciò che la volontà non è. Tutta la nostra conoscenza si basa su questo metodo di classificazione e “nullificazione”, Conosciamo le cose stabilendo cosa non sono, molto più che sulla base, di quel che sono.

In questo senso la volontà, tema predominante anche e soprattutto nel nostro tempo, tempo di bulimia di libertà e volontà, tempo di abuso di volontà e di insolente e generale arroganza delle prerogative della volontà, può essere studiata nella sua opposizione. La volontà in questo senso, è l’opposto della conoscenza, la nega, vi si oppone, vi si sottrae. La volontà è il contrario della conoscenza, e per conoscere se stessi e il mondo, la filosofia insegna a depotenziarla, cederne un poco, ridurla, in cambio del premio, della conoscenza della cose.

La volontà si oppone alla conoscenza

Dunque la volontà si oppone incessantemente alla conoscenza. Questo può essere spiegato in molti modi, ma si sceglierà, coerentemente con la lettura filosofica del tema della volontà, di farlo analizzando il legame tra la conoscenza, la volontà, l’amore. La stessa nozione di filosofia, etimologicamente richiama l’amore per la conoscenza.

Ma la filosofia va oltre l’immediatezza del suo etimo, e ribadisce la vicendevole influenza tra conoscenza e amore. Amiamo quel che conosciamo, e conosciamo quel che amiamo. Non conosciamo quel che non amiamo, e non amiamo quel che non conosciamo. Alla luce di questo si può iniziare ad intuire, perché la volontà possa essere il principale freno, il principale ostacolo, alla conoscenza.

Per conoscere occorre amare. Amare le persone, le cose, i nostri oggetti di studio ed investigazione. Per poter amare occorre depotenziare la nostra soggettività a vantaggio della oggettività del nostro oggetto di conoscenza. Per poter conoscere occorre amare, e per poter amare occorre distaccarsi dalla nostra rappresentazione dei fatti derivante dalla nostra volontà.

La volontà di inganna, ci porta a credere che gli oggetti davanti ai nostri occhi, l’idealizzazione delle persone e delle cose, abbia qualcosa di oggettivo. Mentre spesso, si tratta solo del nostro personalissimo ed egocentrico trasporto verso una immagine delle cose. Per poter conoscere occorre superare l’immagine delle persone e delle cose inerenti alla nostra volontà.

Per conoscere occorre superare il velo che ci separa dalle persone e dalle cose, velo interposto tra noi e le cose, dalla nostra volontà. Il nostro linguaggio, i nostri sentimenti, le nostre attenzioni, la nostra sensibilità, sono deturpate, distorte, annichilite dalla volontà. Pertanto soltanto riducendo il nostro volere possiamo rendere meno immaginarie, più oggettive, più autonome rispetto a  noi stessi, quelle persone e quelle cose, che vorremmo conoscere, che vorremmo amare. Proprio per questo occorre ricordare, come diceva Arthur Schopenhauer, che:

“La volontà, giunta al culmine della consapevolezza di sé, si nega” (Il mondo come volontà e rappresentazione).

Integralismo e cinismo errori contrapposti

integralismo

Integralismo è un termine che satura lo spazio mediatico ad ogni livello. Ma in fondo quale può essere una definizione accettabile di integralismo? Un termine che non riguarda solo la religione, il fondamentalismo e le sue tristi affinità con la violenza. L’integralismo è uno stile, un modo di intendere la vita, le scelte, un modo di atteggiarsi e di porsi di fronte alla vita.

Una definizione di integralismo non può prescindere dall’inoltrarsi nella riflessione sulla sponda opposta, nell’atteggiamento contrario che trova nel cinismo il suo punto di arrivo. Nei confronti delle passioni, della concentrazione, dell’abbandono alle idee o alle ideologie, cinismo e integralismo si contendono l’anima dell’uomo, fino a divenirne la definitiva bussola di orientamento.

Cinico è colui che punta all’utile, a ciò che conviene, al vantaggio diretto in termini economici o di potere. Cinico è chi punta in direzione opposta all’integralismo che crede troppo, scegliendo di non credere in nulla. La fiducia nella religione, nelle idee, nell’etica, nella morale, può essere affrontata, potenziata o de-potenziata, con atteggiamenti opposti. Questo avviene perché scegliere come dosare il pragmatismo alla passione di volta in volta a seconda delle contingenze è troppo faticoso. Troppo dispersivo e forse persino controproducente. La vita è in salita per chi cerca equilibrio, e l’integralismo, come il cinismo, sono due scorciatoie sempre in discesa, per quanto pericolose.

Le regole, le idee, le passioni, per l’integralismo vanno seguite in modo integrale, costi quel che costi. Questa ne è la definizione più fedele e sostenibile, alla luce delle infinite modalità e versioni, con cui l’integralismo si esprime. Al suo opposto, il cinismo sceglie la pragmatica strada della finzione, della rimozione di ogni regola, di ogni sentimento, di ogni morale, pur di trarre il suo vantaggio, la sua vittoria il suo successo. Due opposti modi di intendere la vita. L’eccesso di regole, di idee, di passioni da un lato, la cancellazione, la rimozione, la finzione in nome del vantaggio, dall’altro. La definizione di integralismo si specchia fedelmente nel suo alter ego naturale, nella definizione di cinismo.

L’integralismo è peggiore del cinismo

Il cinismo per quanto disdicevole e moralmente a volte ripugnante, può produrre guai peggiori del suo opposto. Il cinismo è il disprezzo delle regole in nome del vantaggio ma anche del buon senso. La definizione di integralismo riguarda un morboso rispetto delle regole, un maniacale rispetto delle regole, sino a farne un modello di perfezione e di riferimento, pericoloso per il bene e per la vita stessa.  Il cinico vive di compromessi e di dissimulazioni. L’integralista è un fanatico che si identifica nelle sue idee sino ad assolutizzarle e a porle al di sopra di ogni regola e al di sopra di ogni buon senso. Anche perché la definizione di integralismo si avvicina pericolosamente alla nozione di integrità, così ammirata e presa a modello dal costume e dal linguaggio comune.

L’integralismo presenta rischi peggiori del cinismo, e la definizione conseguente non può non risentirne. Nella storia i soggetti più pericolosi per i popoli, spesso erano personaggi estremamente integri. Gli inquisitori, i peggiori fanatici, i più spietati rivoluzionari, erano personaggi spesso integerrimi. Hitler non beveva quasi mai, aveva un comportamento decisamente sobrio dal punto di vista sentimentale, era vegetariano, amava gli animali.  Al contrario Winston Churchill fumava oppio e beveva whisky come una spugna, ed era  noto per il suo sagace cinismo.

Per non parlare di grandi statisti come John Kennedy o Franklin Delano Roosevelt, entrambi con grossi problemi di infedeltà e compulsività sentimentale, al pari di Oskar Schindler, il famoso salvatore degli ebrei. La licenziosità o il lasciarsi andare ai vizi di ogni genere non è certamente lodevole, ma risalta  in modo strabiliante, la netta dissociazione tra integrità personale, e capacità di produrre iniziative positive, per la vita degli altri.

 

Apparenza e sostanza nel significato moderno

apparenza

Ogni cosa si riveste di apparenza. Siamo in grado di comprenderne appieno il significato di questo termine? Ogni cosa si manifesta nell’ambivalenza, ed ogni aspetto della vita, ogni tema, ogni fatto, ogni valore persino, vive nella sua duplice natura. In questo senso siamo abituati a dividere le cose in giuste o sbagliate, buone o cattive, utili o inutili, gradevoli o sgradevoli, e via dicendo.

La divisione in categorie è tipica della mente umana, e si tratta di un processo morale prima che cognitivo, nel senso che ci è necessario per fornire struttura, per collocare, per mettere in fila le nostre priorità. E questo è un problema etico, non solo organizzativo e pratico. Tra tutte le varie e possibili classificazioni, forse quella più pertinente, quella che più riecheggia nelle tradizioni della saggezza popolare, religiosa, filosofica, è la divisione tra la sostanza e l’apparenza.

Il significato stesso del vivere quotidiano, il senso del vivere, sta nel saper discernere cioè che è solo apparenza, e ciò che è sostanza. Ogni evento ha una manifestazione  che è solo apparente, la cui sostanza, la sua origine, il suo significato di fondo spesso ci sfugge. Il significato di fondo degli avvenimenti, delle decisioni, delle idee persino, molto spesso è lontano dalla nostra accessibilità concreta.

Il dualismo tra sostanza ed apparenza è alla radice di ogni cosa. In fondo le più grandi tradizioni di pensiero, siano religiose o filosofiche, si trovano concordi su questo punto: l’inganno del male si manifesta nella confusione tra apparenza e sostanza.

Sia per la filosofia che per la fede, come per la scienza, l’errore, il male,  consiste nello scambiare ciò che appare con ciò che realmente è.

Il motivo per cui sembra sempre più divenire importante l’apparenza della sostanza, è insito nel lento progresso cognitivo ed etico del nostro tempo, che fa una enorme fatica a trattare la sostanza delle cose. E’ difficile entrare nel merito della verità, nel cuore degli avvenimenti, risalirne le cause, declinarne la complessa articolazione.  E’ molto più semplice restare in superficie, nella apparente e rassicurante semplificazione, che a volte sfiora la semplicioneria.

Restare in superficie e nella semplicità sembra tanto rassicurante, mentre in realtà si tratta proprio di una apparenza, nella sua più sublime ed ingannevole veste, nella sua più subdola cornice. L’esteriorità è inevitabile. Di essa si occupano i nostri sensi, la nostra capacità di immaginazione, le categorie del pensiero scientifico.

Si potrebbe persino dire che l’apparenza ha, una sua sostanza, che è quella di rappresentare la forma visibile, concreta, di tutto quel che accade. Quindi il significato dell’apparenza non è di per se stesso negativo o oltraggioso della ragione e della morale. Bisogna solo fare attenzione a non confonderlo con la sostanza delle cose. Che è sempre dietro le cose, sempre al di là di una comoda intuizione, sempre al di là di una semplice conquista congetturale. Ma sempre acquisibile con rispetto, fatica, lavoro interiore.

La sostanza delle cose ne è l’essenza, l’idea di sintesi suprema, il significato e il simbolo più grande. In una parola, ne costituisce lo spirito, nel senso più alto e profondo del termine.

 

Contraddizioni e significato dei nostri valori

contraddizioni

Tutta la vita è un continuo tentativo di superare le contraddizioni poste sul nostro cammino, perché ogni cosa, ogni aspetto vitale è attraversato dalle contraddizioni. Occorre quindi comprendere il significato delle contraddizioni e trasformarlo in risorsa di crescita e soluzione dei problemi. Più il fenomeno in gioco è profondo e complesso, più la posta in palio nelle questioni è alta, e più se colgono gli aspetti ambivalenti e contraddittori.

La nostra esperienza di vita ci dice che noi stessi siamo  una contraddizione. La nostra biologia nasce in coerenza con i fenomeni naturali, ma anche nella totale negazione degli stessi.  Siamo vivi in conseguenza delle leggi della chimica e della fisica, ma siamo anche vivi nella decisa negazione di quegli stessi principi. Criteri che indurrebbero al caos e al ciclo dell’azoto, a renderci un fertilizzante, e non certo alla crescita tumultuosa delle facoltà elettive, della ragione, dell’arte, della spiritualità. Il corpo è l’espressione dell’anima e l’anima è l’espressione del corpo, eppure si negano, si ostacolano, a vicenda.

Le contraddizioni sorgono nella ragione. E’ nella funzione della ragione umana che ci si accorge quanto i propri valori, specie quelli più alti, possano avere significato contraddittorio. La giustizia si oppone al potere, c’è contraddizione tra istinti e sentimenti, tra ragione e sentimenti. C’è contraddizione persino tra intelletto e ragione, tra logica e razionalità. Più una persona è matura, e più ha dovuto attraversare più volte il significato della contraddizione, e meglio comprenderà quanto si sta affermando.

La dialettica per superare le contraddizioni

Dunque ogni tema, ogni mito, ogni valore, vive le sue contraddizioni, e dal modo come le gestisce misura la sua qualità. E’ una totale contraddizione ad esempio la morale, che vede nell’assassinio il suo massimo ostacolo. Vale certo la pena soffermarsi su questi significati. L’assassinio di massa che avviene nelle guerre, è il motore della storia e della civiltà. La nostra Carta Costituzionale ripudia la guerra ma è stata scritta solo dopo tre guerre di indipendenza e due guerre mondiali. Le costituzioni degli altri paesi del mondo sono scaturite da rivoluzioni sanguinose e terribili. Tutta la retorica istituzionale, ne cura coscienziosamente l’elaborazione e l’utile collocazione nella memoria storica.

Contiene contraddizioni la cristianità, che venera un Dio bambino, fatto di debolezza e fragilità, un Dio-uomo che  frequentava i maledetti dagli uomini e dalle leggi civili e religiose. Quella stessa religione ha dovuto cercare il potere, la forza, la solidità, e si è riaffidata alle regole, ai precetti. La più grande contraddizione attraversa l’opposizione irriducibile tra religione e fede.

E’ in contraddizione il diritto, che cavalca una necessariamente semplicistica e riduttiva nozione di giustizia, accontentandosi di circoscrivere i crimini e disincentivarli. Uno dei suoi motti più famosi recita: “Il massimo del diritto produce il massimo della ingiustizia”.

E’ in contraddizione l’economia, che è solo una forma di guerra a bassa intensità apparente, in cui i commerci, i dazi, i protezionismi, la proiezione di potenza basata sulla deterrenza e la credibilità, rappresentano il principale criterio di successo. Un successo spesso basato sul fallimento degli altri, come esibisce chiaramente la libera concorrenza. Anche questo merita riflessione sul significato della contraddizione.

E’ contraddittoria anche la nostra nozione di libertà, che nel nostro modo di intendere passa per una eccedenza di volontà, di ambizioni, di desideri, di appetiti, di aspettative. Condizioni che creano una volontà oppressiva proprio verso chi la esprime, sino a togliergli la libertà. Siamo schiavi di quel che vogliamo, siamo schiavi della nostra eccedenza di libertà che si chiude su se stessa sino ad esaurirsi nel nulla.

Superare le contraddizioni è l’arduo compito della ragione e della sua suprema arma: la dialettica. Etimologicamente dialettica significa “arte di attraversare gli opposti”. Essere ragionevoli significa essere saggi, comprendere la storia, comprendere il presente. Dare un significato alla storia ed al presente, dare un significa alla morale, al diritto, alla religione, alla democrazia. Senza la ragione, tutte questi fondamentali valori si presenterebbero solo in forme contraddittorie,  inutili, e anche molto pericolose.

Il dovere e il diritto di accettare ogni cosa

Diritti e doveri

Accettare la vita come viene, era il motto di Seneca, esponente della filosofia stoica, una delle tradizioni e delle saggezze antiche maggiormente  ricorrenti nella memoria popolare. Anche i nostri nonni, senza conoscere Seneca e gli stoici, avevano ben compreso l’importanza di accettare ogni evento, ogni situazione.

Del resto anche gli insegnamenti orientali della tradizione Zen sostengono più o meno la stessa cosa, in quel: “Non concentrarti mai, non rifiutare mai nulla”. Gli stoici e lo Zen, avevano ben chiara una nozione forse oggi dimenticata, consistente nella totale impossibilità di controllare e prevenire gli eventi.

Controllare e prevenire,  sono verbi accessori della grande illusione della modernità: il potere di dominio sul tempo, sullo spazio, sulla relazione tra cause ed effetti. E’ stato verosimilmente il razionalismo positivista a diffondere l’illusoria convinzione che si possano prevenire gli eventi in base alla conoscenza delle leggi causali presenti in ogni processo. L’occidente ed il nostro tempo in particolare, sono  pervasi dall’ansia di conoscere per prevenire, analizzare per comprendere e stabilire le soluzioni dei problemi.

Prevenire l’evoluzione degli eventi e controllarne il decorso presuppone una ossessiva relazione con la realtà che ci circonda, ed è un atteggiamento tipico delle nevrosi. Un disturbo che implica una relazione esasperata con ogni cosa, vissuta in modo compulsivo, oppressivo e doloroso. Per vivere sereni occorre sviluppare e mantenere una giusta distanza dagli avvenimenti.

Controllare i fatti, perdere la capacità di accettare il corso degli eventi, sotto intende la supponente e presuntuosa ambizione di poter tutto comprendere e tutto orientare. Gran parte del dolore psichico deriva dalla sconfitta della volontà di controllare il presente, superabile con la capacità di accettarlo qualunque esso sia. Una affermazione fatalista? Forse, ma uno stile che ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere in condizioni di estremo disagio e precarietà rispetto ai nostri giorni.

Accettare la vita è l’unico modo per essere felici

I nostri antenati hanno vissuto in totale indigenza, mancanza di cure mediche adeguate, bassa aspettativa di vita, sopraffazioni, violenze, angherie di ogni genere. Guerre, calamità naturali, epidemie, mortalità infantile elevatissima. Eppure i nostri nonni ricordano passato con leggerezza e serenità. Non occorrono studi sociologici per cogliere nel passato maggiore pace ed armonia, maggiore rassegnazione ma anche maggiore leggerezza e gioia.

Sono le ambizioni, i desideri, l’eccedenza di volontà, ad averci fatto smarrire la naturale difesa della psiche dalle avversità tramite il potere di accettare gli avvenimenti. La vita è più forte e caparbia di chiunque, persino degli uomini più potenti. Anzi, sono proprio coloro che cercano il potere con più ansia ad essere le prime vittime dell’infelicità perché nessuno è più potente della vita.

Forse è il nostro delirio di onnipotenza, a renderci ciechi di fronte alle fortune del nostro tempo, dei nostri luoghi, del nostro vissuto. Un vissuto straordinariamente ricco, quieto, rassicurante. Dovremmo riscoprire appieno il diritto ed il dovere di ringraziare sempre, ringraziare chi incontriamo, ringraziare ogni cosa. Ringraziare anche ciò che non ci piace e ci fa soffrire.  Un tributo di dignità e di rispetto, che presuppone ed attraversa l’arte di accettare tutto e non rifiutare mai nulla.