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marzo 2017

Il misterioso vincolo del carisma

Il carisma non è tutto

Le crisi, specie quelle più gravi, inducono a cercare condottieri dotati di grande carisma. Nei passaggi più  delicati, ci si rammenta dei piaceri derivanti dal porsi al seguito degli uomini più forti.  Gli uomini adorano essere sedotti, affascinati, suggestionati dal potere del carisma. Nei momenti di grande crisi si rinuncia alla libertà in luogo della sicurezza, e nulla rende sicuri come l’impressione di essere condotti e guidati da un vero leader dotato di carisma.

Questa richiesta proveniente dal basso trova puntuale riscontro nella naturale selezione delle personalità apparentemente più forti ed autorevoli. La mente, che si chiama così perché mente ed ama chi le mente, trova pace e ristoro al riparo dell’egolatria dei grandi . Grandi non perché dotati di luce propria ma in quanto adatti all’instaurazione del vincolo del carisma. Un legame fondato sulla richiesta di aderire al copione previsto, che richiede energia, capacità di fascinazione, uso metalogico del paradosso. Metalogica è la comunicazione che sorpassa la logica basata sui significati, preferendole il fascino immediato dell’assurdo. Le  tecniche di comunicazione più efficaci prevedono una massiccia dose di assurdità perché l’assurdo rende la mente più vulnerabile e penetrabile.

La maschera che il leader carismatico deve indossare prevede la sua spersonalizzazione. Dietro le quinte del palcoscenico della campagna permanente per la conquista del consenso, il leader è vuoto. Egli ricava energia  dal consenso, e senza la piaggeria dei  seguaci si smarrirebbe. La caratteristica principale del vincolo del carisma, è l’incarnazione da parte del leader, di tutte le illusioni provenienti dalla sua base, dal suo bacino di consenso.

Il leader assume su di sé le colpe e le paure

Il leader deve saper pronunciare  quelle esatte parole attese, pur sapendole per gran parte illusorie, esagerate, ingiuste. Egli deve saper trovare soluzioni giuste a falsi problemi, e rimedi fatiscenti a problemi veri, perché solo in questo modo potrà risultare credibile. Come è noto, la verità, che consiste nel trovare i giusti rimedi ai problemi più grandi, è pressoché introvabile e proprio per questo nessuno la richiede mai. Chi dice troppa verità non farà mai carriera presso nessun contesto, una riflessione che meriterebbe maggiore menzione presso la pedagogia degli educatori.

Tuttavia il vincolo del carisma, non si perfeziona nella necessità di disporre di una personalità mediocre, da sostituire con quella ben più rassicurante della finzione scenica, ma deve andare ben oltre. Il leader deve anche espiare le colpe dei propri sostenitori, le deve assorbire, deve alleggerire la coscienza dei seguaci appesantendo la propria. Proprio per questo la cattiveria, l’insolenza, la prepotenza del leader sembrano restare sempre invisibili agli occhi del pubblico. Il vincolo del consenso  si raggiunge solo quando si percepisce che il  leader è disposto a caricare su di sé tutte le  ombre, le  ambiguità, le  oscurità, sei suoi sostenitori.

Il leader carismatico in questo senso assume un ruolo espiatorio, capace di far sue, come nel ritratto di Dorian Gray, tutte le nefandezze e tutte le incoerenze, nascoste tra le pieghe di un egoismo senza coraggio. Come nel ritratto, potrà lasciare ai suoi seguaci la confortevole illusione del candore e dell’onestà. Sino ad espiare da solo, eventualmente,  il totale fallimento della missione intrapresa, in cui i sostenitori si sentiranno salvi e sollevati, nel potersi finalmente dichiarare ingannati da un impostore.

La pericolosa forbice tra sogni e possibilità

Sogno

La nostra idea di benessere si fonda sulla prosperità economica, e questa, come è noto, sulla alimentazione dei sogni dei cittadini in quanto consumatori. Il commercio dei sogni, è il carburante dello sviluppo e della crescita economica del nostro tempo. Sognare successo, carriera, accumulo, possibilità di divertirsi e di viaggiare.

La crisi profonda del nostro tempo non consiste tanto nella impossibilità di far fronte ai bisogni primari, quanto nella sempre meno reale capacità di dar seguito alle ambizioni, ai desideri, su cui si fonda il mito del progresso e del benessere. La pubblicità occulta nei retaggi popolari, nei libri persino, nei media, nei social, prevede la dignità di vivere come il riflesso del successo. Sognare è percepito come un dovere, non solo come un diritto. Senza sogni si fermerebbe la macchina dei consumi, e sono propri i consumi ad assicurare il buon funzionamento dell’economia che è l’unica madre della democrazia.

Un equilibrio instabile e pericoloso, che richiede sogni sempre più grandi con risorse e possibilità sempre più evanescenti. La democrazia in quanto regno delle pari e totali opportunità è sempre stata una utopia, ma il rimescolamento della ricchezza e delle egemonie geopolitiche, rischiano di far scoppiare il delicato equilibrio tra i sogni ed i progetti attuabili. I modelli di realizzazione prevedono prosperità, accesso ad un elevato grado di istruzione, rilevanza sociale. C’è una costante crescita delle aspettative a fronte di una sostanziale stasi della crescita economica ed un lentissimo recupero dei posti di lavoro.

Quel dolore subdolo che ci avvelena

La crescita viene assicurata con rimodulazione dei contratti che prevedono sostanziali riduzioni dei diritti e del salario reale, in un mondo in cui vengono offerti modelli che prevedono risorse sempre maggiori. Questa forbice produce  dolore e frustrazione. Questa è la forbice che induce depressione ed inadeguatezza rispetto alle aspettative di un mondo sempre meno umano ed accogliente.

Questa forbice incrementa il dolore esistenziale  latente in occidente, che esorta alla felicità personale tramite la competizione, in cui vincono pochissimi e tutti gli altri perdono. Questa forbice favorisce le semplificazioni e le esortazioni all’odio antisociale tipico dei populismi, che traggono sempre fonte dal dolore privato dei cittadini. I sostenitori dei populisti si illudono di partecipare a campagne nel nome dei giovani e del futuro, nel nome della nobile e retorica causa dell’onestà e del cambiamento. Essi debbono solo dar sfogo al proprio  dolore personale, altrimenti inespresso ed insopportabile.

Dolore, paura, rabbia, si auto alimentano purtroppo vicendevolmente, in una spirale al momento non facilmente superabile con tocchi di bacchetta magica, che contrariamente a quanto lasciato intendere dalla propaganda populista, nessuno possiede. Non la posseggono nemmeno i leaders, tanto meno gli uomini forti. Tanto meno gli uomini apparentemente forti solo perché cinici e spregiudicati.

Per analogia con la psicologia e la teologia ogni tanto alleate,  per lenire il dolore occorre riconoscere i propri errori ed i circoli viziosi che essi producono. Occorre spezzare la spirale tra dolore rabbia e paura, ed abbassare il livello delle aspettative. Innalzare la consapevolezza di sé e del proprio ruolo sociale  in quanto persone non in quanto vincenti. Occorre sognare davvero in grande. Occorrono cioè sogni etici, occorre sognare la cultura, l’umanità, la compassione.

Il capolinea di un mondo fondato sulla crescita

La crescita che non c'è

L’economia del nostro tempo è costruita sulla crescita e su di essa ha calibrato ogni suo parametro ed ogni sua efficienza. Quel che accade alla crescita della produzione e dei consumi, si riflette nei servizi essenziali, nel clima sociale, nelle speranze, nella progettualità per le nuove generazioni. Il nostro mondo è fondato sull’economia e nella grammatica dell’economia crescere è il verbo da cui deriva tutta la sua organica articolazione generale.

La democrazia è vincolata alla crescita: più crescita significa più solidità economica a cui corrisponde più fiducia nel riformismo, nel pluralismo, nella tolleranza e nel dialogo. Minore crescita significa meno lavoro, meno investimenti, meno gettito fiscale, meno servizi, più rabbia sociale, più credito alle forze estremiste e populiste. 

La modernità fondata sul progresso economico non è mai riuscita ad emanciparsi dal suo vizio iniziale, e dalla rivoluzione industriale in poi ha sempre avuto bisogno di aumentare costantemente i consumi a cui sono legati direttamente la pace sociale e i posti di lavoro. La repentine decrescite rischiano di portare al collasso le democrazie più fragili, come accadde alla repubblica di Weimar negli anni successivi alla grave depressione del 1929. Gli attuali interpreti del populismo, rappresentano la versione aggiornata  del reflusso nei valori tradizionali di rifugio: nazionalismo, semplificazione, intolleranza.

Il destino della crescita è segnato

La crescita è intuitivamente fragile in quanto insostenibile. Nulla può indefinitamente continuare a crescere senza consumare le risorse in maniera scriteriata, senza produrre disarmonie. La crescita è la diretta conseguenza della cultura moderna, di cui l’economia è solo un surrogato, una veste formale. La cultura moderna fonda se stessa sul criterio scientifico e matematico della quantità.  Divora numeri per sopravvivere. Ma queste non sono le prerogative di un organismo sano, ma al contrario di un apparato complesso e condannato.

La crescita costante e tumultuosa, oltre che ostacolata dai limiti oggettivi dei suoi contesti di applicazione (le risorse, il denaro, il tempo, lo spazio, i consumi, non sono infiniti), presenta i sintomi patologici di un qualcosa che non cerca equilibrio ma può solo produrre devastanti squilibri. Per fare una analogia con gli organismi viventi, nell’esperienza biologica la crescita come unico criterio indipendente dal  contesto è quella delle neoplasie.

Come nelle gravi patologie, la crescita sembra sfuggire ad ogni progetto che non sia quello dell’auto estinzione. A questo dovrebbero pensare le classi dirigenti di oggi e di domani. Dovrebbero saper pensare e progettare un mondo diverso , un mondo che vive ancora troppo di abbrivio, di inerzia, di antichi slanci mai sostenuti da nuove idee all’altezza.

La vera crisi del nostro tempo non è economico-finanziaria ma culturale, è una crisi di pensiero, una crisi di idee, una crisi di visione del presente, una crisi di valori. Negli ultimi secoli siamo stati bravissimi a produrre, generare, moltiplicare, calcolare, estrarre, trasportare. Sarebbe ora  di riscoprire la capacità di pensare, di ridistribuire, di accogliere, di accettare, di tollerare, di convivere.  Occorre progettare un mondo che non c’è e che forse nessuno sa nemmeno come possa essere. Di sicuro occorre inventare un mondo nuovo, che sia fondato più sull’etica che sul denaro. Più costruito sulla responsabilità che sul potere. Non ci siamo riusciti in millenni. Speriamo bene.

 

Il dovere di essere eretici

Ad ogniuno la sua strada

Oggi più che mai, nell’era della massificazione e della omologazione culturale, essere eretici è divenuto  un dovere morale oltre che un tratto distintivo della dignità personale. Eretici, come molti sanno, non significa in senso religioso essere blasfemi e apostati, o in senso laico irriguardosi del costume e licenziosi rispetto ad ogni regola comportamentale.  Eretici secondo l’etimologia, significa essere indipendenti, autonomi, rispetto alla propria  cornice di valori e di regole che li sorreggono.  Le regole sono per l’uomo, e non l’uomo per le regole.

Essere eretici è  rischioso.  Ogni forma di potere è fondato soprattutto sull’intimidazione, la facoltà di esporre a pubblico ludibrio coloro che siano fuoriusciti dai canoni e dai vincoli stabiliti. Il dovere di essere eretici, non riguarda  il disprezzo delle regole vigenti nel proprio contesto sociale o culturale, così come non riguarda il gusto sottile di ribellarsi per per un piacere fine a se stesso.

Il dovere di essere eretici  riguarda la dignità, riguarda la possibilità di contribuire al bene comune. Solo le persone davvero libere dagli schemi, dalla rigidità delle regole, possono essere davvero giuste, oneste e responsabili. Perché credono nei propri valori al punto da  poterli sottoporre a continuo giudizio critico.

Il dissenso misura la solidità dei propri valori

Il rigido rispetto delle regole può produrre molti più danni della assoluta anarchia.  I peggiori genocidi della storia sono stati svolti in maniera impeccabile dal punto di vista dell’obbedienza delle regole e delle gerarchie. I popoli più propensi all’obbedienza ed al rispetto delle leggi si sono dimostrati i più pericolosi. Crede nei propri migliori valori solo chi sa rimetterli ogni volta in discussione.

Spesso il destino delle persone si contrappone al rispetto delle regole. Chi ama le leggi e le regole più dei propri simili ama più la sicurezza che la giustizia, che si coniuga solo con la libertà. E’ il tipico profilo dei servi,  non certo dei cittadini, degli uomini liberi e responsabili.

Ogni forza politica, ogni struttura sociale, ogni organizzazione professionale che si affida al rigido rispetto delle norme si trova nella sua fase discendente, nel suo manifesto declino. Al contrario, il simbolo più efficace di rilancio è la concessione di autonomia, di indipendenza, di responsabilità.

L’indipendenza reciproca tra i poteri dello stato è l’essenza della democrazia. L’ autonomia dal vincolo di mandato dei parlamentari ribadisce la centralità del potere legislativo. La  flessibilità dell’orario di lavoro è sintomo di efficienza professionale. Una sufficiente autonomia dei giornalisti rispetto alla linea del proprio editore è indispensabile per la libertà di stampa che sostiene le liberal democrazie.

L’uso della ragione e del discernimento nasce solo come atto di ribellione, e non come gesto di sottomissione ed obbedienza. Si diventa uomini nel momento in cui si diventa capaci di dissentire, se necessario,  da chiunque. Dissentire dai propri maestri, dai propri padri. Quando si diventa capaci di contraddire persino i propri valori e la propria storia.

 

La ricerca della felicità allontana dalla gioia

Il dovere di essere felici

Piacere, felicità, gioia, tre diverse espressioni del benessere, diverse nella forma, nella sostanza, nella tipologia del coinvolgimento.  Diverse qualitativamente, dove il piacere è una forma di appagamento fisico, la felicità è la soddisfazione della mente, e la gioia la completezza dello spirito. Spesso le si confonde, mentre è bene tenerle distinte perché spesso ciascuna intralcia lo sviluppo delle altre.

Il piacere riguarda ogni stimolo gradevole che coinvolge il corpo, come il buon cibo, il sesso, lo sport. Caratteristica del piacere, in quanto inerente alla sfera biologica è la tendenza all’eccesso, perché il piacere non trova mai ristoro durevole, ma si nutre di continua ricerca. L’appetito vien mangiando dice il proverbio, ed il rischio è ammalarsi di bulimia. Ogni desiderio non può trovare mai definitivo ristoro.

La felicità è  legata alle ambizioni, ed essa è il traguardo della volontà. La felicità è una contraddizione intrinseca perché la volontà, come il piacere,  non conosce ristoro. Durante l’attesa per l’appagamento del desiderio  si prova dolore, quel dolore sotterraneo, indefinito ed insolubile, che accompagna l’ansia per la vittoria e la paura per la sconfitta. Ottenuto l’appagamento della volontà, caso tutto sommato anche abbastanza raro, si è felici per un istante. La felicità brucia come un fiammifero, ed il suo brillare coincide con la sua stessa estinzione.

Il grande equivoco tra libertà e volontà

Lottare per ottenere risultati alterna il dolore alla noia. Il dolore per la paura di perdere, l’ansia per la voglia di vincere, la noia per l’assoluta inconsistenza di ogni successo. Le vittorie possono farci invidiare, possono attirare il  sordo rancore degli altri, ma non potranno mai portare felicità stabile e duratura. La ricerca della felicità induce nell’anima l’oscillazione inquieta tra dolore e noia. La ricerca della felicità consuma inoltre il piacere. Spesso per il successo lavorativo, accademico, sentimentale, ci si priva del riposo, del cibo, dell’equilibrio. La ricerca della felicità distoglie dai piaceri e non porta alla gioia.

La gioia è lo stadio più alto rispetto ai precedenti, ed essa indica il maggior grado di completezza e pienezza  della natura umana. A differenza del piacere e della felicità, essa dimora nella quiete e nella stasi. La sua casa è nella pace dello spirito, e non nel dinamismo centrifugo e fatuo, tipico dei suoi stadi inferiori. La gioia presuppone non l’appagamento della volontà ma la sua rimozione, perché la specificità della volontà, è condurre al dolore. 

L’equivoco tra la felicità e la gioia è lo stesso che intercorre tra la volontà e la libertà. Per essere autenticamente liberi occorre essere indipendenti  da ogni forma di volontà. L’atto della volontà esprime una condizione che vincola gli eventi alle aspettative, ed in quanto vincolo, in quanto atto di forza, esso non è mai libero. Gioia e libertà seguono la strada passiva della accettazione, dell’accoglienza, dell’abbandono. Gioia e libertà non passano per la strada attiva della volontà che pretende di modificare e controllare, l’immodificabile e l’incontrollabile.

La regola del sospetto che avvelena la fiducia

Il coraggio di vivere ogni giorno

Coerenti con la regola secondo cui avere fiducia è bene ma non fidarsi è meglio, affrontiamo ogni evento sempre con un retro pensiero costruito sul sospetto. Del resto un celeberrimo politico  amava dire che “A pensar male è peccato ma ci si azzecca”.  L’istinto conservativo, difensivo, che induce alla regola del sospetto è in piccola parte naturale e congenito, ma in gran parte innaturale ed immorale, frutto di un cattivo rapporto con la memoria e con la vita.

Il grande pensatore greco Aristotele sosteneva che la viltà e la sfiducia fossero prerogative specifiche delle persone a lungo vissute, tante volte tradite, tante volte sconfitte. I giovani sarebbero invece più fiduciosi, aperti, naturalmente più curiosi ed entusiasti delle novità. Essere attenti nelle scelte, ponderare le aperture di credito, valutare bene prima di investire energie e destino nelle mani degli altri, è perfettamente lecito ed è sinonimo di saggezza.

Tuttavia è evidente come la totale mancanza di fiducia  sia non solo indice di cattiveria e di una certa perversione interiore, ma un qualcosa di ben poco utile in termini anche soltanto utilitaristici. In primo luogo la fiducia è necessaria perché nessuno controlla e domina realmente nulla. E’ illusorio credere di sapere abbastanza sul  cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo. E’ un atto di fede assumere farmaci, investire denaro, firmare contratti, guidare per strada, vivere relazioni sentimentali.

FEDE E BENESSERE SI CERCANO A VICENDA

La mancanza di fiducia crea una rappresentazione del mondo pieno di pericoli ed insidie, rende cattivi, giustifica il pregiudizio e ne cerca invano una legittimazione estetica inesistente e fatua. La mancanza di fiducia è la prima causa del conflitto ad ogni livello perché auto avvera le nostre peggiori previsioni, in quanto manifesta aperta ostilità verso tutto ciò che ci circonda. La mancanza di fede è sinonimo di malvagità, perché proietta sugli altri il lato oscuro del nostro cuore.

Senza fiducia non potremmo nemmeno respirare, camminare per strada, svolgere le più elementari funzioni sociali, porci in contatto con il mondo. Vivere è un grande atto di coraggio, ma questo coraggio non è folle e temerario, ma scaturisce come atto di rispetto e riconoscenza verso la vita stessa. Avere fiducia negli altri, credere che le persone in fondo siano più buone che cattive, credere che non vi siano oscuri cospiratori dietro i nostri rovesci esistenziali, è un atto di amore verso la vita. Tutti coloro che ci amano nutrono il meglio di noi trasmettendoci fiducia. Offrire fiducia offre la vita, toglierla è come uccidere.

Del resto la nostra scienza, il nostro sapere, il nostro impegno, i nostri meriti, cosa valgono rispetto alla ricchezza del dono della vita? Avere fede, cioè avere fiducia, è innanzi tutto un atto di umiltà, significa riconoscersi piccoli e riconoscenti rispetto al meraviglioso dono della vita, significa lasciarsi prendere ed attraversare dall’energia amorevole che ci attraversa in ogni istante, in quelli più nobili, ed in quelli più oscuri, perché la meraviglia è dietro ogni angolo, ed ogni ombra presuppone la luce.

 

 

Quelle volontà malvagia che non sappiamo spiegare

La domanda sulla volontà malvagia è vecchia quanto la storia, come vecchia quanto la storia è l’inquietante domanda sull’origine del male.  Famosa la frase di S. Paolo:

“…io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La domanda sulla cattiveria, e quindi sull’origine del male, entra diretta nel merito del problema della libertà e della volontà. Siamo realmente liberi di scegliere cosa volere? Oppure le volontà salgono impetuose dentro di noi e ci costringono a fare “..il male che non vorremmo”? Domande che entrano direttamente nelle dinamiche dello spirito, cioè l’essenza che ci anima nell’intimo più profondo. Il linguaggio attuale è in grossa difficoltà non tanto nel rispondere a queste domande, ma anche solo nel concepirle, derivato com’è, dal presupposto scontato del libero arbitrio.

Cattiveria, volontà e libertà, restano sconosciute

Il tema della libertà e della volontà è talmente grande, che nessuna disciplina  sa spendersi in risposte definitive. La scienza declina i fenomeni naturali in cui la libertà è totalmente assente, quindi si dichiara di fatto incompetente in materia.  La giurisprudenza fonda il diritto sulla forza coercitiva dello stato nell’imporre il rispetto delle regole sanzionandone la trasgressione, ma si dichiara incapace di definire in assoluto la giustizia che presuppone più di ogni altra il discernimento e la volontà del male. La teologia tratta il male come derivato della tentazione. La filosofia ritiene la libertà dinamicamente sia reale che irreale (Terza antinomia della Critica della ragion pura di Immanuel Kant).

La cattiveria come volontà malvagia che agisce cercando piacere nel provocare dolore, è un fenomeno frequente e raro nello stesso tempo. E’ frequente nel sentimento dell’invidia, ma è raro come volontà di progettare davvero il male.

Per fare danni una volontà malvagia non serve. Per provocare il male basta la la competizione sfrenata,  basta l’indifferenza, basta creare la povertà come presupposto per la ricchezza. Per provocare il male è sufficiente combattere guerre in nome del bene, sganciando, per sbaglio,  qualche bomba di troppo su civili inermi.

Nell’indole delle persone c’è spesso narcisismo, arroganza, istinto di prevaricazione, delirio di onnipotenza, egolatria. Nelle strutture sociali, nelle istituzioni, nei meccanismi nazionali ed internazionali c’è la formidabile logica della convenienza. Bene e male, bontà e cattiveria possono essere definizioni fuorvianti. Ogni singolo individuo ed ogni singola organizzazione persegue ciecamente i suo vantaggi, i suoi successi, le sue affermazioni. Questo è più che sufficiente per spiegare il mare di dolore in cui il mondo annega.

Il nostro linguaggio rappresenta i fatti derivandoli dalle nostre volontà. La malvagità che pure esiste, è un espediente dialettico per nasconderne gli aspetti più oscuri. Non abbiamo un linguaggio che indaghi adeguatamente la volontà, perché essa esprime la più alta realtà metafisica da cui nasce la parola. Il linguaggio pertanto, in quanto strumento, non può investigare la sua origine risalendola a ritroso. Le nostre parole possono viaggiare in ogni direzione ma non così in profondità dentro la nostra anima, che resta oggetto misterioso ed oscuro, affascinante e tremendo, come la vita stessa.

 

La perfetta equivalenza tra conoscenza e amore

Molta gente in perfetta buona fede disdegna la conoscenza in senso universale, e ritiene che l’ignoranza sia una specie di salvacondotto dai problemi. “Occhio non vede, cuore non duole” cita del resto un noto proverbio. Il filosofo Giordano Bruno sosteneva che la conoscenza portasse dolore, e del resto la sua traiettoria umana e culturale è il monumento stesso di questa sua affermazione. Conoscere significa entrare nella vita e quindi essere assorbiti dai problemi, anche e soprattutto da quelli più grandi di noi.

Conoscere significa sfuggire al comodo e rassicurante uso pratico della ragione. ed essere rapiti in questioni universali, eterne, forse irrisolvibili. Amare la conoscenza significa abbandonarsi al mare eterno ed infinito, significa scontrarsi col vuoto e rischiare di perdersi in esso. La conoscenza non porta ristoro in quanto conquista ma solo come tensione morale. Porta ristoro  come risposta alla richiesta di senso che la vita ci chiede. Noi e solo noi, possiamo fornire un senso all’esistenza, che per suo conto forse, non ne possiede  alcuno. Forse in questo consiste la saggezza popolare, che nel gergo delle discipline teoretiche, si chiama filosofia.

La filosofia non è una forma specialistica di conoscenza, ma la consapevolezza che tra conoscenza ed amore vi sia stretta e reciproca interdipendenza. Philo-sophare significa amare il sapere, ma vicendevolmente, significa riconoscere l’amore per la vita implicita nella conoscenza. Amiamo solo quello che conosciamo, e conosciamo solo quello che amiamo. L’amore, espressione onnicomprensiva di sentimenti anche vaghi ed opposti, trova nella conoscenza il suo perfetto corrispondente cognitivo. L’amore è la più alta e profonda forma di conoscenza. Nessuna scienza potrà conoscere un bambino, quanto il cuore della sua mamma.

Se conoscenza sincera ed autentica fa rima con amore, allora l’ignoranza fa rima con il male. Gran parte del male che commettiamo nel corso della vita è provocato dal non conoscere, o se si preferisce, dal non amare. L’ignoranza non è mai innocente, essa è il primo gradino verso il male. L’ignoranza porta alla paura, la paura all’odio, l’odio è il veicolo del male.

La maggior parte del male che arrechiamo agli altri scaturisce dall’odio derivato dalla paura provocata dall’ignoranza. Essere ignoranti significa essere pericolosi. La più grave forma di ignoranza non è intellettuale ma emotiva. Ignorare col cuore, è ben più grave che ignorare con l’intelletto. Amare  è la più alta forma di conoscenza e completezza, ed il cuore nulla ignora, ed al cuore nulla sfugge.

 

L’etica del lavoro nella post modernità

L' etica today

Il principale motivo generale di preoccupazione riguarda il lavoro. Se si facesse un sondaggio che chiedesse ai nostri connazionali di indicare una priorità, essi probabilmente individuerebbero nell’occupazione la principale aspettativa per il futuro. Del resto anche la nostra carta costituzionale individua nel lavoro il fondamento stesso del patto di cittadinanza. Democrazia significa opportunità di crescita e sviluppo personale, e questa occasione di realizzazione passa necessariamente tramite un lavoro stabile ed adeguatamente retribuito. Senza lavoro manca la dignità, viene meno la speranza, viene meno la progettualità.

 Per una vita piena e degna occorre una occupazione adeguata. Deriva immediatamente da questo, che chi detiene il potere di creare ed offrire lavoro si colloca immediatamente al centro di tutti i processi. Chi può creare ed offrire lavoro detiene il vero potere. Un potere solo parzialmente mantenuto nelle mani delle istituzioni o della politica in genere, che al massimo può solo tentare di scrivere regole in grado di favorire l’occupazione, ed il costante compromesso tra oneri e diritti ad essa accessori. Una questione molto delicata e mai risolta.

Nelle società di mercato il potere di creare e distribuire lavoro non ce l’hanno le istituzioni ma i circuiti della finanza internazionale, e già questo da solo dovrebbe far riflettere sulla debolezza implicita nelle amministrazioni pubbliche, che avrebbero bisogno di gigantismo e non di localismo. Oltre questo, altro andrebbe forse detto a proposito della cristi interna e perpetua inerente all’occupazione.

Nessuno conosce la soluzione al problema del lavoro

Il lavoro come indica la lingua francese è un “travaglio”, cioè fatica e dolore. Si è sviluppato nei secoli grazie all’utilizzo della schiavitù, grazie al sangue, al sudore, alla infinità di vite umane sacrificate. E’ stato in gran parte il lavoro degli schiavi a realizzare le più grandi meraviglie architettoniche di ogni genere. Nella rivoluzione industriale il progresso è stato realizzato grazie ad enormi sacrifici da parte di immensa disponibilità di manodopera.  La crescita tumultuosa dei paesi emergenti è oggi veicolata da sfruttamento, orari impossibili, ritmi infernali di produzione, totale mancanza di tutele. Qualcosa di molto simile alla schiavitù è ancora nella prassi.

Anche la crescita dei paesi occidentali viene mantenuta rivedendo al ribasso ogni tipo di accordo contrattuale. Si vive di inerzia e conservazione, sperando di riuscire a coniugare il massimo sviluppo possibile con un minimo di ricaduta in termini di diritti e tutele. Tutti parlano facendo finta di avere la soluzione in tasca, ma la soluzione al problema della piena e dignitosa occupazione di fatto non esiste.

La crescita dei consumi come prerequisito fondamentale su cui appoggiare la crescita dell’occupazione è un meccanismo instabile e rischioso. I consumi non possono continuare a crescere all’infinito, così come le ambizioni personali indotte dal contesto generale dovranno necessariamente essere riviste.  Troppe parole ambigue gravano sul destino lavorativo dei nostri giovani e del nostro futuro. Parole come successo, meritocrazia, efficienza, produttività, managerialità, nascondono spesso un vuoto di significato e di situazioni concrete.

Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi, ma incentivare la cultura, il pensiero critico, il coraggio di rischiare, dovrebbe costituire una base indispensabile per trattare la delicata e strategica questione del lavoro.

Restare in Europa per non sparire

Europa Unita

L’attuale euro scetticismo è forse solo la conseguenza della grave crisi economica ancora in corso, e che la paura e la rabbia diffusa ricollegano ad elementi ritenuti ancora estranei ai sentimenti popolari.  Si è diffidenti e sospettosi verso ciò in cui non si crede. L’ Europa e le sue istituzioni non sono mai entrate nel favore dei rispettivi popoli.

Nei momenti di crisi economiche e sociali, le persone tendono ad assumere atteggiamenti conservativi, reazionari, dove la restaurazione è la spinta propulsiva più naturale. Già, ma restaurazione di cosa? Qui sta il punto critico di ogni riflessione attorno alla questione se rimanere o meno dentro l’Unione Europea per i vari stati membri. Al momento non sono previsti consultazioni popolari in merito, nei paesi più importanti come il nostro o tra i fondatori. Tuttavia la domanda resta, perché prima o poi la si dovrà affrontare probabilmente sul serio.

Il solco che allontana le forze politiche rispetto ai sentimenti popolari, e che sta progressivamente consegnando il consenso verso forse populiste anti europeiste,è dovuto  alla domanda di restaurazione di valori  di rifugio. Valori come la nazionalità, l’etnia, i simboli di appartenenza,  la religione, la famiglia. 

Non si tratta solo di derive xenofobe, omofobe, nostalgiche del fascismo e dell’estrema destra, anche se per metodi e violenza verbale, l’errore di  confondere i fenomeni in gioco meriterebbe comunque  indulgenza.  Il punto è che le sfide come la globalizzazione, l’immigrazione, il terrorismo internazionale, stanno scompaginando tutti i rapporti tra i cittadini e le istituzioni.

Indietro nel tempo non si torna

L’ Europa in questo senso sembra troppo lontana per le paure popolari, e per poter meritare la reiterazione del patto di civile appartenenza,  sino ad ora ben poco convincente in termini di convenienza pratica percepita. Eppure è da qui che occorre ripartire per comprendere meglio il rapporto tra rischi e benefici quando ci si riferisce ai vincoli comunitari. L’istinto di ritornare allo stato nazione, a ripiegarsi all’interno dei confini, la tentazione di costruire muri materiali o commerciali, presenta forse più insidie che opportunità.

Il passato a cui queste tentazioni si riferiscono è ormai superato e non può tornare. I muri e i confini rievocano un mondo medievale o premoderno, totalmente improponibile politicamente e socialmente, al cospetto dello strapotere finanziario dei nuovi attori sulla scena internazionale.

Se c’è un punto di debolezza delle istituzioni continentali questo sta proprio nella loro consistenza e dimensione. L’Europa va potenziata ed allargata, vanno rese più forti le sue istituzioni anche al prezzo di sovrapporle e sostituirle a quelle nazionali, sempre meno tempestive ed efficaci. Certo occorre un atto di fiducia forte, ma probabilmente remunerativo nei confronti del futuro nostro e di quello delle prossime generazioni. Tornare nel comune, nello stato nazione, nella contea, nelle allegoriche caverne della preistoria del progresso,  non potrà minimamente proteggerci da nulla. Gli avversari contro coi confrontarci sono “liquidi”, penetrano ogni muro e sono trasparenti ad ogni confine.

L’interdipendenza tra i popoli e le istituzioni, l’interdipendenza tra le economie di tutti i soggetti in gioco sulla scena mondiale, tenderanno sempre più ad accentuarsi. Presentarsi piccoli, impauriti, con uno stile puramente difensivo, ostili ed isterici, non costituirà minimamente uno scudo sufficientemente protettivo dei nostri interessi e della nostra sicurezza.