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febbraio 2017

Non siamo dominati dalla ragione

La ragione che comanda

La nostra epoca figlia del razionalismo e delle categorie di pensiero scientifiche, crede di poter tradurre ogni avvenimento nella sua formulazione consona alla ragione. Anche quando si pensa alle cose assurde, alle irresponsabilità, alla banalità del male, alla imponderabilità degli eventi, si pensa sempre ci sia comunque una causa che la ragiona prima o poi riuscirà ad individuare. Purtroppo l’esperienza storica e personale dimostra il contrario.

Pensando alle vittorie dei leaders populisti, pensando alla brexit, alla bufale sui complotti, pensando alla razzismo dilagante, alle discriminazioni, si cerca sempre una ragione dietro le rispettive fenomenologie, spesso cercando una spiegazione attingendo alla ragione e peggiorando la confusione. C’è un equivoco culturale dietro tutto questo, un errore di prospettiva, che attribuisce alla ragione un ruolo diverso da quello che occupa nello spazio reale dei comportamenti e dei giudizi.

Ragionare spesso si riduce ad analizzare i fatti, ma analizzare non significa entrare dentro i fatti e comprenderli, significa soltanto indagare la validità dei propri strumenti di riflessione, significa approfondire il metodo usato per studiare il mondo, ma su di esso ci dice sempre molto poco. Quello che vediamo e comprendiamo del mondo è ciò che scaturisce dalla nostra volontà, o meglio da una insieme di volontà, spesso sotterranee, inconsapevoli.

La nozione di colpa è più sfumata ed equivoca di quanto si vorrebbe

Le volontà sorgono dentro di noi e non sappiamo bene nemmeno perché. Siamo dominati dall’irrazionale, il nostro mondo interiore è per gran parte oscuro a noi stessi e ci spinge a compiere azioni o ad assumere atteggiamenti che solo successivamente sapremo giudicare in base ai nostro modelli ed alla nostra sensibilità. La vita delle persone buone è piena di rimorsi scaturiti dal potere sempre tardivo della coscienza di valutare a posteriori, mai  prima, il valore morale delle  scelte.

Siamo fatti così, siamo soliti dire di noi stessi quando ripetiamo sempre gli stessi errori, quando trattiamo male che non lo merita, quando tendiamo a sopraffare i deboli, quando ci disinteressiamo di chi aveva bisogno di noi.

“Vedo il bene e lo approvo, ma faccio il male. Sicché io non faccio il bene che vorrei, ma il male, che non vorrei”.

Questo ha scritto San Paolo, una delle figure di maggior peso, più luminose nella storia del cristianesimo, il punto di contatto tra la religiosità orientale cristiana, e la cattolicità greca e romana successiva.

Le volontà sorgono in noi spesso fuori controllo. I criteri di valutazione della responsabilità penale introdotte dal diritto sono un tentativo di protezione delle vittime da tutti i possibili reati futuri, ma non potranno mai essere una legittima forma di punizione delle effettive colpe compiute dai condannati.

La giurisprudenza cerca di dissuadere il male non ancora compiuto creando dei contro-moventi che sconsiglino la sua attuazione, che lo rendano sconveniente.

Nessuna forma di giurisprudenza può legittimarsi come interprete assoluta della giustizia, che riguarda il giudizio di merito sui contenuti degli atti morali compiuti dagli uomini. Anche da questo deriva l’inaccettabilità della pena capitale.

La salute dell’anima è nella bellezza

Cosa c'é di più bello?

Molto si è scritto e letto sul ruolo fondamentale della bellezza per la salute fisica e mentale. La città degli uomini, prima che regno delle regole e della convivenza, dovrebbe presidiare e trasmettere a ciascuno dei suoi abitanti l’invitante e rassicurante immersione nella grazia e nell’eleganza.

Il bello come il giusto ed il vero, sono l’alimento naturale dello spirito, rappresentano il cibo dell’anima ed il suo nutrimento fondamentale. Non servono spiegazioni a questo. E’ però interessante cercare di capire come agisce il potere della bellezza, e come esso modifichi il rapporto con noi stessi e con tutte le cose che ci circondano.

Il mondo che ci raccontiamo e che sentiamo raccontare non è  quello vero. Ciascuno capisce e coglie del mondo quella parte confacente alle sue più volontà più o meno palesi. Ogni singola persona ed ogni società parla del mondo esterno costruendone una immagine artificiale, coerente con le sue ambizioni, i suoi progetti, i suoi desideri. Relazionarsi con un mondo finto è la condanna della volontà a cui manca la grazia.

La conoscenza delle cose è mediata dalla volontà di dominarle, l’incontro con ogni cosa ne risulta filtrato e spesso persino oscurato. Ad una grande volontà corrisponde normalmente una scarsa attitudine all’incontro incantevole con la conoscenza. Più una persona è dominata dalla sua volontà e meno conosce la realtà esterna, verso cui  per altro, nutre scarso interesse.

Il potere delle ambizioni, dei desideri, delle volontà, induce dolore perché allontana la felicità anziché avvicinarla,  perché ci allontana dall’incontro con tutte le cose incantevoli che ci circondano. La pace è nella relazione, e la relazione ideale e perfetta trova nella conoscenza il suo più alto significato. La volontà disarma la conoscenza ed annulla la relazione impoverendo lo spirito.

La pace e la gioia sorgono dalla relazione priva di volontà

La bellezza ha il potere di spezzare l’incantesimo indotto dalla volontà, questo spontaneo incidente della frustrazione del desiderio. La bellezza spezza il rituale della volontà, la defila, toglie ansia alla brama di controllo e ci consegna all’incanto ed al mistero. E’ il potere della meraviglia, che ha sempre qualcosa di enigmatico e misterioso, per quanto affascinante e piacevole.

Proprio perché immediata, cioè senza mediazione, la forza della bellezza non ha bisogno di chiacchiere e di ragionamenti. Essa colpisce direttamente l’intuito, la più sicura ed affidabile forma di conoscenza ci sia concessa. Nell’incontro con la grazia ed il fascino del bello la volontà si arrende, e nel retrocedere dalle sue ansie e dalle sue brame, essa dischiude allo spirito spazi di pace e di ricchezza inediti ed insospettabili.

La musica, la pittura, la scultura, la letteratura, la cinematografia, le bellezze paesaggistiche, il volto splendente delle persone buone, tutte le forme di bellezza, portano grande ristoro interiore. Ogni forma di grazia autentica incarna istantaneamente tutta la realtà del mondo trascinandola dentro di noi. L’anima si nutre di bellezza, e la bellezza è la cosa più vera che c’è. Se l’anima cerca la verità, è nella bellezza che trova la sua perfetta dimora. In questo consiste la corrispondenza terminologica, tra estetica, ed estasi.

 

L’arte retorica e persuasiva dei populisti

Che cosa è un populista?

E’ sotto gli occhi di tutti come una parte cospicua della lotta politica dei nostri tempi, si combatta nella retorica della propaganda,  cavalcando la rabbia e la paura. Del resto paura e rabbia sono strettamente connesse e la prima conduce facilmente alla seconda. Tuttavia, a prescindere dalle oggettive situazioni difficili e preoccupanti, manovrare la rabbia non è mai casuale, e fa parte di uno schema persuasivo noto sin dalla retorica greca.

Lo schema della retorica si basa sempre su gradi progressivi. Si inizia guadagnando la fiducia degli ascoltatori fornendo loro argomenti facilmente condivisibili. Si cerca di far identificare progressivamente il pubblico nelle ovvietà. Si descrivono cose facilmente riconoscibili come belle e le si definisce belle, si descrivono poi cose facilmente riconoscibili come brutte e le si definisce brutte.

Dalla ovvietà si passa alla giustizia stuzzicando i nervi scoperti degli ascoltatori in base ai loro bisogni, alle loro preoccupazioni. Si va in val Susa a sottolineare i rischi dell’alta velocità, si va nelle zone dove più alta è l’evasione e si critica Equitalia, si va nelle città del sud e si critica l’assenza dello stato. Conquistata la fiducia si passa a solleticare l’ira.

Si offrono al pubblico bersagli facili e  sicuri, come gli immigrati, oppure gli statali, le banche, le multinazionali. E’ relativamente semplice aizzare la popolazione contro nemici perfetti, oscuri, distanti, diversi. La paura sottostante trova nell’ira il suo sbocco ideale opportunamente guadagnato dalle tecniche retoriche.

La persuasione è tanto più grande quanto più assurdi i suoi contenuti

Scatenata la rabbia si è ottenuto il controllo delle emozioni, e si è ormai all’interno del fenomeno persuasivo. Il passaggio successivo della rabbia è l’odio, e quello successivo il dolore, la sofferenza. La persuasione si perfeziona quando si offre una opportunità apparentemente concreta per porre fine al dolore nato dalla paura e veicolato dalla rabbia.

La persuasione si perfeziona quando l’oratore viene accolto come rimedio del dolore, come liberatore delle frustrazioni, come terapia del male. Più l’oratore si presenta con formule e contenuti assurdi  e più forte sarà il vincolo della suggestione che si instaura col pubblico.

E’ per questo che occorre avere fiducia nella vita, avere speranza, essere comunque ottimisti e positivi. E’ per questo che occorre non ascoltare le cassandre ed i profeti di sventura.  Le loro profezie oltre che sgradevoli, non sono mai innocenti. Non ascoltarli e pensare positivo, oltre che una sana abitudine, è un dovere morale  per restare uomini liberi,  senza il bisogno di  odiare per conto terzi.

Perché non si può comandare di amare

Amare per sempre

Amare esprime un sentimento o una volontà? E se è una volontà, che significa scegliere di amare qualcuno o qualcosa? Domande a cui nessuno sa rispondere, perché ogni risposta passa per il linguaggio, e il nostro linguaggio si riferisce alle immagini della realtà,  mai alla sua essenza.

L’amore è l’essenza della vita, e proprio per questo è così difficile descriverlo.

Tutte le religioni, e il cristianesimo in particolare, esortano ad amare. Tutte le religioni dicono di non rispondere al male col male, ma il cristianesimo giunge allo scandaloso invito di amare i propri nemici. Tutti capiscono cosa questo significhi a livello di esortazione e di immagine, ma nessuno riesce a tradurlo in pratica anche per un errore linguistico.

Se l’amore è un sentimento che sorge nell’animo esso non potrà mai essere comandato, perché al di fuori di ogni volontà e di ogni discernimento.

Forse converrebbe tradurre il termine specifico inerente all’amore, con tutti i suoi importanti e specifici accessori. Se alla parola amore si sostituiscono i suoi tanti possibili sinonimi e corollari, allora forse la questione pratica diventa più accessibile. Amore è anche perdono, tolleranza, accoglienza, inclusione, fiducia. Perdonare i propri nemici, tollerare i propri avversari, accoglierli e fidarsi, per quanto difficile, è qualcosa di  più comprensibile ed attuabile.

La personalità vive nella relazione, e scommettere sui frutti delle relazioni fa crescere la speranza e le possibilità concrete che esse portino frutto. Il nostro tempo apparentemente senza speranza è forse un tempo apparentemente senza amore. Questa apparenza di mancanza di amore e di speranza è un errore linguistico che parte da ingenuità cognitive e culturali.

La generalizzata compulsività delle relazioni, l’amore come raptus, gli sbalzi di umore che alternano tenerezza a violenza, derivano dalla involuzione dei sentimenti declinati sempre più spesso in formato istintivo, impulsivo, immediato.

Le persone vorrebbero vivere solo di emozioni e sempre meno di significati razionali, come se le prime non esistessero per infondere energia vitale ai secondi e viceversa. 

Abbiamo bisogno di imparare ad amare declinando l’ amore in tutti i suoi aspetti poliedrici che attraversano l’anima. Abbiamo bisogno di fidarci, tollerare, perdonare, includere, accogliere, perché  è solo questo che rende possibile la nostra pace e il nostro più profondo benessere.

Il misterioso mondo percepito dai sensi

I sensi

Quando intendiamo qualcosa di certo e definitivo, ci appelliamo al fatto che lo abbiamo visto, sentito, toccato con mano. Ci affidiamo cioè alla cosiddetta esperienza concreta, alla esperienza ricavata dai sensi. Quello che l’occhio vede e le orecchie sentono, la mente crede vero. E si inganna.

Come tutti sanno, i suoni, gli odori, i colori, non esistono. Essi sono la riproduzione interiore, la rappresentazione interiore, della ricettività chimica e biologica indotta nei sensi. E’ la mente che colora il mondo, lo riempie di suoni e di sapori, ogni esperienza concreta è solo un viaggio mentale generato da stimoli fisici. Il mondo che emerge dai sensi non è il mondo vero, ma solo quella piccola parte di realtà predisposta ad essere catturata dal nostro sistema nervoso.

La mente ha il compito di supplire ai grandi spazi vuoti creati dai sensi, e di costruire quella scenografia interna che riteniamo reale, e di cui sappiamo molto poco. Quello che la mente non riesce a immaginare e surrogare, resta sempre al di là di ogni orizzonte percepito. Inesistente anche se realissimo. Un piccolo esempio pratico:

Ogni abitante della terra ruota ad una velocità tangenziale attorno al centro del pianeta di oltre mille chilometri l’ora, variabile ovviamente dal polo all’equatore,  ma l’ordine di grandezza rimane. Ogni abitante della terra ruota attorno al sole alla velocità di centomila chilometri l’ora. Ogni abitante della terra ruota attorno al centro della galassia alla velocità di un milione di chilometri orari, eppure ogni abitante della terra è assolutamente certo di stare fermo.

L’illusione della realtà

Gli illusionisti sfruttano le debolezze dei sensi per costruire le fortune dei propri spettacoli. I sensi vedono quello che sono abituati a vedere e quello su cui vengono concentrati. Distoglierli ed illuderli è relativamente semplice.

Tuttavia i più grandi illusionisti della nostra epoca non sono i maghi e i prestigiatori. I più grandi manipolatori dei sensi si trovano tra gli operatori di mercato, tra i pubblicitari, tra chi opera nei media,  tra chiunque faccia informazione. Essi lavorano sui desideri, sui bisogni, sia in quelli consapevoli che in  quelli inconsci, lavorano ed agiscono sulla memoria,  sulle nostre esperienze, su quelle che noi crediamo siano le nostre esperienze.

E’ relativamente semplice manipolare ricordi e valori, perchè se i sensi già ci dicono poco, il ricordo di quello che essi hanno registrato è ancora più vulnerabile e manipolabile. Il ricordo della percezione della realtà scaturita dai sensi è aleatorio quanto il suo contenuto.

L’esperienza concomitante di due persone diverse produce percezioni e ricordi completamente differenti, perchè ciascuno elabora le informazioni sensoriali in modo completamente autonomo, dissociato da ogni fattore esterno e concreto. Proprio per questo ha senso affermare che la realtà non è nelle cose. La realtà,  siamo noi

Il triste mondo delle cospirazioni

Triste mondo

Noi tutti sappiamo molto poco del mondo. Ce lo dimostrano l’esperienza e l’intuito.  Tuttavia qualcosa sappiamo, sappiamo  che tutta la vita è risolvere problemi. Ogni cosa si mostra in modo contraddittorio, come un enigma insolubile, in modo provocatorio ed ambivalente.

Il mondo preme su di noi, ci mette pressione e ci suscita impressioni. Ogni cosa ci chiede risposte e soluzioni, ogni disputa sembrerebbe chiederci di prendere posizione, ogni avventura si aspetta  una puntata per scommettere sulla ruota del destino. Schiacciata tra la necessità di soluzioni e la mancanza di conoscenza, la mente, che “mente” per natura, inventa i complotti.

E’ la risposta storica e naturale,  scaturita dalla debolezza cognitiva e morale in cui giace la condizione umana. Il male esiste, il male ci impaurisce, ci toglie respiro ed energia, ci curva sul presente e ci ruba la speranza. Ma da dove viene il male? Nessuno ha mai saputo rispondere a questa domanda.

L’origine del male è la domanda che spaventa la teologia, schiacciata tra un Dio buono ed onnipotente, e la sofferenza degli innocenti. L’origine del male presuppone il libero arbitrio, nozione a cui la filosofia non ha mai saputo dare soddisfacente risposta. L’origine del male mette sotto scacco anche il diritto, che mai è saputo giungere ad una nozione completa e chiara di giustizia.

Il sospetto del complotto divora se stesso

Il male c’è. La nostra immaginazione deve assolutamente trovargli una causa per non mandare in corto circuito tutti i nostri pensieri. In base al principio della necessità, la mente immagina una origine ai guai, al dolore, alle ingiustizie, per non impazzire di rabbia e di impotenza. La nostra mente ha assolutamente bisogno di un obbiettivo contro cui orientarsi, molto più che di valori su cui uniformarsi. La mente ha assolutamente bisogno di un nemico.

Spesso il nemico esiste davvero, molto più spesso il nemico bisogna inventarlo, altrimenti cadrebbero tutte le contraddizioni e tutti i miti, su cui fondiamo le nostre visioni dei fatti. “Che bello se qualcuno stesse tramando contro di noi in questo momento nel buio di una cantina, come sarebbe tutto più semplice” Disse il grande Pier Paolo Pasolini. Inventare il nemico ed attribuirgli cospirazioni è la spina dorsale di ogni progetto politico, di ogni ambizione sociale, di ogni giustificazione militare. E’ la speranza di redenzione per i  nostri terribili complotti e le nostre spietate rappresaglie.

Tuttavia inventare cospirazioni altrui per giustificare le proprie non porta quella pace che si riteneva a portata di mano. Lo stile del sospetto e del complotto non trova requie, e divora i suoi stessi ispiratori. Il complotto non ha mai porte sufficientemente stagne, ed allaga sempre, prima o poi, il vascello che navigava onesto e sicuro nel mare dell’odio da esso stesso generato. E’ tremendamente triste e vuoto il mondo degli inventori delle cospirazioni, costretti a trovare sempre nuovi nemici, per poter sfuggire alla solitudine, al mistero di vivere, alla complessità della vita. Per sfuggire soprattutto,  alla propria inadeguatezza.

 

Il principio olistico e l’idea dello spirito

Principio olistico

Spesso le persone credono che tutto ciò che concerne lo spirito sia qualcosa di astratto, privo di concretezza e significato pratico. Al contrario ci si concentra, e anche troppo, sulle questioni cosiddette contingenti.  Si tratta di un ingenuo errore di percezione, scaturito dall’eccessiva fiducia nei nostri sensi, e scarsa attitudine all’esercizio della intuizione.

Lo spirito  proviene da altri mondi e non attiene al sovrannaturale. Già nel linguaggio si parla di spirito di squadra, spirito di competizione, spirito di appartenenza e via dicendo.

Lo spirito è l’idea che presuppone e anticipa i significati espressi dalla realtà, e ne costituisce la sintesi più alta e più autentica. Lo spirito è più vero delle cose che da esso prendono forma e significato.

Per semplificare la questione con esempi concreti, di solito ci si rivolge al principio olistico, secondo cui ogni cosa è di più, vale di più, contiene ed esprime di più, della somma delle sue singole parti. Una torta è un qualcosa di più buono ed intrigante, che non quanto ci si aspetterebbe dalla somma dei suoi singoli ingredienti. Se ciò è vero per le torte, a maggior ragione è vero per i congegni complessi. Una automobile ha una sua anima, una sua idea alla radice della sua forma, un suo progetto, che nella somma dei suoi singoli componenti non troverebbe riscontro diretto.

Anche una autovettura, in base la principio olistico, è di più della somma della parti meccaniche, del motore, delle parti elettriche, e della carrozzeria. Anche l’automobile ha una sua anima, come ogni appassionato automobilista sa molto bene.

Lo spirito che anima la vita

Il principio olistico è chiaro e potente quando parla di cose inanimate, prive di vita. A maggior ragione esso entra pesantemente in gioco in tutti i fenomeni naturali. Piante ed animali, sono “animati”   da un progetto di vita, che è molto più  ricco, intrigante e misterioso, della chimica e della biologia che li studia e li classifica nelle rispettive sembianze materiali.

Tuttavia è nelle persone, negli esseri umani, che il principio olistico tocca il suo vertice. Ciascuno vive in un corpo, abita un corpo da cui misteriosamente sorge la sua identità e la sua personalità, in base alla più alta e spettacolare manifestazione del principio della complessità. Nessuna scienza e nessuna religione, ha ancora minimamente scalfito il mistero della volontà e della libertà che trovano nell’uomo una dimensione sconosciuta in ogni altro fenomeno naturale.

Noi non siamo il nostro corpo. Il corpo è manifestazione di un progetto di vita, ma il corpo per suo conto, risponde alle leggi della fisiche della natura secondo criteri di causa ed effetto, stimolo e risposta, azione e reazione. Il corpo, al pari del regno animale, reagisce e non agisce, non ha alcuna indipendenza dalle forze naturali che pure lo hanno strappato al principio del caos a cui tende il mondo fisico.

Il corpo ha generato un sistema nervoso, e questo una corteccia cerebrale che ha prodotto la psiche che ha sua volta genera e manifesta il riflesso della sua idea più intima.

Il progetto di una libertà, di una volontà, scaturite da oggetti materiali e inanimati, da fenomeni fisici che non conoscono alcuna dimensione libera e volitiva. E’ questo il più grande mistero dell’universo, il principio olistico che crea l’idea spirituale, misteriosa ed inspiegabile, della libertà.

 

 

 

Il linguaggio utile per nascondere i fatti

Tutti ci nascondiamo

Nella nostra epoca le chiacchiere non mancano di certo, ma il nostro linguaggio non ci aiuta a capire il mondo nè a cautelarci dai guai che esso ci procura. Sappiamo che le parole servono per farci capire dagli altri e per mediare tra le nostre e le altrui posizioni.

Le parole però fanno molto di più di questo. Le parole alimentano i nostri pensieri che modificano il nostro modo di essere. Noi siamo i nostri pensieri e quindi siamo le nostre parole. Le parole sono tutto. Tuttavia il linguaggio con cui alimentiamo la nostra personalità è spesso una forma suggestiva di distacco, più che di approccio, ai fatti.

Le parole che usiamo o che noi stessi pronunciamo ci suggestionano e ci trascinano in una rappresentazione, un film, una immaginazione, che finisce per essere scambiata per verità. Non è ingenuità e non è un inganno consapevole, è il semplice modo con cui ci leghiamo ai fatti. La cosiddetta esperienza concreta di ogni giorno è solo il ricordo di quello che abbiamo compreso dei fatti, sono una riduzione, una ricostruzione soggettiva degli avvenimenti.

Il modo con cui ricordiamo e parliamo di quegli avvenimenti di cui siamo stati testimoni, si riflette sulla memoria in un circuito vizioso. Crediamo quello che ci raccontiamo e ci raccontiamo quello che crediamo.

Il linguaggio riprogramma la memoria e ci cambia

Il linguaggio costruisce un mondo che esiste solo nella nostra mente, esso è il vero teatro, la vera messa in scena con cui entriamo in contatto ogni giorno della nostra vita e che scambiamo per reale. Per questo le parole sono importanti e per questo le parole buone ci rendono migliori e le parole cattive ci rendono prggiori.

Insultare qualcuno o esprimere un giudizio negativo e spregevole verso gli altri ci auto convince essi lo abbiano meritato. Le parole sono forme di auto convincimento potente, e per questo i politici o i leaders in genere ripetono ossessivamente sempre le stesse cose. Sanno che le persone ascoltandole finiranno per assorbirle e per ritenerle autentiche, finiranno per immaginare un mondo sulla base di quelle parole e finiranno per confidare in quel tipo di mondo che le parole hanno creato.

Le parole posseggono il potere di riprogrammare non solo le nostre più profonde convinzioni ma persino la memoria, cioè il vissuto, in cui consiste la nostra stessa soggettività. Le parole possono riprogrammarci come avviene per i computer. Proprio come avviene per il software dei computer ogni parola cattiva prevede un continuo aggiornamento di menzogne, e così come ogni parola buona, prevede un continuo aggiornamento di  realismo.

 

Le cose più belle vivono di ambivalenza

L'ambivalenza nell' uomo

Più guardiamo le cose in modo sincero e con animo limpido e più le scopriamo ricche di ambivalenza. Da un alto esse trasmettono un qualcosa, dall’altro l’esatto contrario. Questo vale per ogni aspetto della vita, ma in modo particolare per le questioni più importanti.

Nel 1800 il filosofo Hegel coniava una delle sue massime più ardite, che in italiano suonava più o meno così:

“La contraddizione è la regola del vero, la non contraddizione è la regola del falso. Ogni cosa, specie le più belle ed importanti, trasuda contraddizione. Ci sono stati filosofi che hanno pensato la contraddizione come errore della mente e del rapporto con la realtà, mentre altri hanno pensato che la contraddizione sia dentro la realtà”.

In ogni caso ambivalenza e contraddizione, pur non essendo la stessa cosa, esprimo il carattere plurale, poliedrico, multiplo, degli aspetti della vita. Non c’è mai una sola verità perché la verità è il ponte tra la personalità umana ed il mondo esterno. Ciascuno coglierà la verità più prossima alla sua capacità di comprendere ed intuire il mondo.

In ogni caso l’ambivalenza significa ad esempio che l’amore, la questione più importante per la vita di tutti, ha carattere poliedrico e contraddittorio. Da un lato esso è generosità, dono di sé, compassione, perdono, gratuità, dissoluzione nella vita degli altri.

D’altro canto però esso è anche egolatria camuffata dall’adorazione dell’altro, passione che cela il culto dell’io, dominio, possesso. Ogni aspetto più importante dell’esistenza patisce l’ambivalenza. Quando si ha a che fare con scelte importanti e determinanti, la garanzia di essere sulla giusta strada è verificata nel dubbio, nella imponderabilità della scelta, in quella sensazione forte per cui sembra sempre che qualsiasi scelta si faccia, sia quella sbagliata.

L’ambivalenza non è un errore e non deve essere un cruccio. Essa misura il livello spirituale dell’anima, ed è la cifra della sua sensibilità ed apertura al mondo.

Proprio per questo motivo occorre accettare ogni cosa, non rifiutare nulla, astenendosi da giudizi temerari e definitivi. Ogni santo può essere il peggiore dei peccatori, ogni genio il più stravagante degli sciocchi, il miglior artista è il più miserabile degli uomini, e ogni uomo di legge può essere il peggiore dei criminali.

C’è chi vede l’ambivalenza e chi no. C’è chi la accoglie come dono della verità, e chi la scarta come errore di prospettiva. C’è chi la ama come ricchezza della vita, e c’è chi è fanatico e ne rifugge come la peggiore delle avversità. Anche il giudizio sull’ambivalenza, non poteva che presentare ambivalenze.

 

Il teatro del mondo senza copione e senza regia

Teatro greco

Non sarà sfuggita alle persone più sensibili, un certo eccessivo distacco in molti ambienti culturali, per tutto quello che concerne gli aspetti più delicati della persona.

A scuola, negli ambienti medici, in tutte le manifestazioni dove la cultura coincide con la razionalità e la logica, si respira un’alone di cinismo e di spietatezza. Spietata è la scuola con la sua tendenza ad umiliare gli allievi che si premura di istruire ed educare. Spietata è la medicina con il suo linguaggio austero quanto stravagante,  che mette al centro sempre e solo la malattia degli organi singoli e mai la persona.

Non si tratta di questioni da poco e non si tratta nemmeno della presunta cattiveria dei rispettivi interpreti ma di un limite culturale, dialettico e cognitivo, dei rispettivi ambiti. Mondo scolastico e ambiente medico hanno in comune la derivazione da una visione scientifica,  cartesiana, dell’esistenza.

La scienza ha introdotto una sua specifica visione del mondo occupandosi solo degli aspetti della realtà che sono riproducibili secondo leggi matematiche. Riproducibilità e riduzionismo matematico sono i suoi pilastri logici ed investigativi. Questo non significa solo occuparsi di una piccola parte di tutto quello che avviene e che ci interessa da vicino.

La scienza ha ritagliato a sua misura ,a suo uso e consumo,  il discorso sugli eventi, la fenomenologia, che originariamente significava ben altro. Nella dialettica filosofica il fenomeno è una rappresentazione mentale, mentre per la scienza il fenomeno è oggettivamente indipendente da ogni osservazione esterna. Un abisso di prospettiva, un rovesciamento totale.

Per la storia del pensiero critico ed universale, quello che chiamiamo mondo è solo una rappresentazione interiore dei fatti. I fatti secondo la filosofia sono una selezione soggettiva, un piccolo spicchio del reale che la mente sceglie di comprendere e ritenere vero. Per la filosofia un mondo senza sguardo è una raffigurazione priva di senso. Un mondo senza volontà che osserva, calcola, valuta, pensa, è un mondo “impensabile”.

La scienza invece fa tabula rasa dello sguardo dell’osservatore su cui appoggiava l’idea di realtà. Alla scienza lo sguardo non serve, perchè il suo mondo oggettivato, è un oggetto senza soggetto, un enigma eterno che la matematica può cercare di irretire senza mai definitivo successo.