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gennaio 2017

L’ analfabetismo funzionale post moderno

Sole che attraversa l' oscurità

Dicono alcune statistiche che oltre il 70% degli italiani sia vittima del cosiddetto analfabetismo funzionale. Si tratterebbe di un dato drammatico, di difficile misurazione diretta, ma che emerge con chiarezza dal generale bisogno di semplificazione della realtà.

L’analfabeta funzionale non è incapace di scrivere, leggere o far di conto, cioè non è un analfabeta strumentale.

E’ un individuo figlio della debolezza e della “liquidità” culturale del nostro tempo, costruita sulla velocità, l’emotività, l’immediatezza. Modelli relazionali e rappresentativi, costruiti su una fitta ma leggerissima rete di relazioni interpersonali  in cui non vi è spazio alcuno per la riflessione, l’approfondimento, la ricerca dei significati.

Gli strumenti della comunicazione sociale, contatti reali sempre più sporadici e rarefatti, la paura stessa della complessità della realtà, spingono masse enormi di individui a rifugiarsi nella semplificazione.

I pericoli della semplificazione emotiva

La semplificazione toglie voce al discorso, che da millenni rappresenta il vertice speculativo con cui la mente si pone in contatto con le cose. In fondo ciascuno possiede solo ciò che del mondo riesce a raccontare agli altri e a se stesso.

L’articolazione organica del pensiero è l’atto creativo con cui lo spirito umano interpreta, gestisce e controlla la sua vita. L’ analfabetismo culturale è l’inibizione più o meno spinta di questa essenziale funzione della ragione.

L’analfabeta  funzionale ascolta, guarda, vede, sente, ma ha grandi problemi di ricostruzione intellettuale di ciò che ha visto e sentito. In conseguenza di questo possiede una elementare elaborazione del vissuto che lo costringe a vivere prigioniero della sua debolezza cognitiva e culturale.

La cultura è arte e tecnica mentale della rappresentazione, della cronologia, della dislocazione spazio temporale degli eventi e della fitta rete di implicazione reciproca.  Rete che lega gli eventi costruendo davanti ai nostri occhi quella che cosa chiamata realtà.L’analfabeta funzionale sostituisce la tecnica della rappresentazione mediata, riflessa, dislocata, tipica del discorso e della narrazione, con quella immediata della emozione e degli istinti.

Egli è preda degli istinti e delle emozioni, che possono essere certamente anche nobili e positivi. Ma senza la giuda dell’intelletto gli istinti e le emozioni possono facilmente deviare verso la negatività, contribuendo a costruire presso l’immaginario collettivo degli analfabeti, quella situazione di allarme permanente.

L’allarme sociale permanente, che ha purtroppo anche basi oggettive, è verosimilmente alimentato dal fenomeno dell’analfabetismo.

Per migliorare la propria vita e quella degli altri occorre migliorare se stessi e la propria cultura. Di questo abbiamo bisogno: di uscire dal vicolo cieco della semplificazione e dell’emotività. Ne abbiamo bisogno più della crescita, dei patti di stabilità, o delle promesse a buon mercato per tutti.

La pietà come simbolo di umanità

Pietà sotto questo cielo

Può capitare quando si è colpiti dalle sciagure provocate dagli elementi della natura, di chiedersi cosa si sia fatto di male per meritarle. Una domanda istintiva, naturale quanto fuorviante. Una domanda che proviene da antichi retaggi del passato in cui l’uomo cerca le risposte eterne alle domande di ogni presente.

Non c’è mai stato alcun legame tra dolore e colpa. Il legame tra colpa e dolore è solo un antico trucco della mente per alleviare il peso della assurdità del dolore, specie, del dolore innocente. La natura esercita forze cieche e spietate. La pietà non le appartiene; essa possiede l’innocenza della forza pura, non si fa problemi a creare la vita ed a distruggerla con altrettanta facilità.

La scienza

La pietà è solo nel cuore dell’uomo, ed è slegata dalla logica, dalla natura, dalle scienze che studiano la natura.

Scienze che infatti si esprimono spesso con cinismo sterile e disdicevole, senza alcuna pietà. Le scienze sono nobili ed utili, ma si esprimono con il linguaggio delle proprie categorie, e le categorie delle scienze naturali sono spietate, esattamente come la natura che le ispira. Senza argomenti scientifici, angosciati, restiamo attoniti di fronte alla potenza distruttrice della natura. Resta tuttavia inutile chiedersi da dove viene il male, ed è inutile sentirsi traditi dalla furiosa ed insolente “cattiveria” della natura.

L’unica cosa da chiedersi è cosa si può fare di concreto per alleviare il dolore delle persone colpite, un dolore innocente che non può lasciare tranquille le persone dotate di pietà.

Si è persone per questo, cioè esseri per gli altri, perché siamo costretti a prenderci cura degli altri. E si è umani proprio per questo, perché si resta irresistibilmente soggiogati dal sentimento della pietà.
L’ umanità consiste solo in questo: nella manifestazione concreta seppur misteriosa, di quel sentimento innaturale e sublime, che gli uomini da sempre, chiamano pietà.

Consenso e prestigio nell’equivoco chiamato democrazia

La neve di Simona

La democrazia si basa sulla ricerca del consenso. Essa è qualcosa di molto più complesso che la semplice gestione della sovranità popolare.

Indubbiamente il consenso popolare è il suo piedistallo, il suo fondamento. Il consenso spesso coincide con il prestigio delle personalità politiche di spicco di questo e di quel partito o movimento.

Il prestigio coincide con la biografia degli attori politici, e spesso dipende dalla loro capacità di affascinare, suggestionare, colpire l’immaginario collettivo con le loro forza dialettica e morale, vera o presunta che sia.

Purtroppo la storia insegna che il prestigio personale ha ben poco a che fare con il reale valore degli esponenti politici, né il consenso conseguente è garanzia di spessore istituzionale ed efficacia politica.

Il prestigio, insegnava già Platone millenni or sono…

“…sorride agli uomini cattivi, perché nella cattiveria generale esso trova riscontro e apprezzamento”.

D’altra parte la reputazione coincide spesso con il potere, e il potere è il “lato oscuro” della storia, esso è “l’anello” della corruzione della coscienza.

Il cristianesimo celebra la perdita della reputazione e l’infamia della croce,  perché fama e reputazione costituiscono la tentazione più subdola e persuasiva del male.

C’è quindi un evidente corto circuito morale tra democrazia, consenso, prestigio, fama, cattiveria.

La democrazia racconta se stessa all’ interno del suo mito storiografico, e non possiede per ovvi motivi, un linguaggio in grado di svelarne l’intima natura. Essa è la meno pericolosa forma di gestione del potere, ma non ha mai risolto il suo vero “peccato originale” insito nella confusione tra valore e reputazione, tra consenso e rettitudine.

I padri costituenti ed ancora prima i padri della democrazia moderna, queste cose le sapevano molto bene, ed hanno cercato di strutturare le regole democratiche cercando di mantenere il popolo a distanza di sicurezza dal potere assoluto.

Benjamin Franklin, tra i fondatori della democrazia statunitense, amava ripetere che:

“La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto.

L’origine spontanea della cattiveria

Capolino

L’origine della cattiveria è piuttosto semplice, in un mondo basato sull’invidia. L’invidia è il motore delle relazioni sociali, della ricerca della ricchezza, di ogni stimolo moderno alla competizione. Per la maggioranza delle persone, la felicità si misura nel confronto con gli altri: più gli altri soffrono e più ci sentiamo meglio. Anche quando proviamo genuina compassione.

Preoccupati di intercettare il sentire popolare, i mass media sono sempre più solerti nel raccontarci le sciagure che accadono. C’è una liturgia delle disgrazie concentrata proprio durante i pasti principali, in una celebrazione generale della sfortuna degli altri, contrapposta a piaceri alimentari.

Felicità

Nella impossibilità di innalzare il proprio livello di felicità, ci si “accontenta” del dolore degli altri.

In un mondo che promette felicità senza poterla mantenere, l’incentivo alla cattiveria è molto grande. E l’ipocrisia pure. Anziché gioire delle fortune e del benessere degli altri questi ci incupiscono, ci inducono dolore e quella segreta speranza di vedere rotolare nella polvere tutti quelli che stanno meglio di noi. Forse addirittura anche la solidarietà più sincera patisce l’inconscio interesse di  veder soffrire, oltre alla consapevole soddisfazione indotta dal valore morale delle proprie iniziative. Questo almeno spiegherebbe quel frequente cinismo che colpisce anche tante persone filantrope e generose.

Adozioni a distanza, volontariato, donazioni, sempre con i lontani. Cattiveria a buon mercato coi familiari, i colleghi, i contatti più stretti. L’unica rivoluzione etica possibile, può in ogni caso partire sempre e solo dal cuore dei singoli : non potrà mai provenire da questo o quell’altro partito, particolarmente simpatico e in auge, proprio per la sua plateale attitudine ad esibire la cattiveria.

La cattiveria è sempre figlia della ignoranza e della paura, ed un  popolo ignorante e pauroso non sarà mai davvero innocente.

Un popolo ignorante e  pauroso sarà sempre più cattivo e perfido, delle sue classi dirigenti e delle sue caste politiche.

Ordine semplice e disordine complesso

Il Bozzo innevato

Sin da giovanissimi ci sentiamo rimproverare il disordine. Il sogno di ogni mamma è avere bambini ordinati. Per tutta la vita ci vengono richiesti equilibrio e compostezza nel mettere ogni cosa al giusto posto.

Per tutta la vita il disordine e il caos vengono ricondotti a situazioni negative o comunque rischiose.  Gli aspetti più importanti come la salute, il lavoro, le emozioni, sono giudicati positivamente quando possono essere espressi attraverso modelli di ordine e di stabilità. Una idea molto antica che deriva dal mondo greco, da Platone. Deriva anche dalla Bibbia, dove l’azione creatrice di Dio si svolge in modo ordinato nella separazione. Separare la terra ferma dalla acque, il giorno dalla notte, la luce dalle tenebre.

I farisei nel vangelo, sono i “separati”, perfetti perché distinti da tutti gli altri.

La natura ambivalente delle cose, ibrida, la fusione, viene da sempre guardata con sospetto e giudizio negativo. L’ordine viene fatto equivalere alla distinzione, alla separazione. Anche le persecuzioni etniche derivano da valutazioni di questo tipo, dall’ obiettivo di preservare la purezza razziale dalle contaminazioni di altri popoli.

La convinzione che la distinzione rappresenti l’ordine e quindi il bene, procede dalle gerarchie sociali e raggiunge il suo punto nevralgico nell’ identità personale. Per le religioni e per le forze politiche di estrema destra la confusione è una colpa grave.  Gli uomini debbono essere perfettamente maschi, e le donne perfettamente femmine. Altre categorie di genere sono percepite oltraggiose, provocatorie, inaccettabili.

IL DISORDINE FEMMINILE

Ma sulla figura della donna in particolare, tutto questo pesa come un macigno. La donna è realmente e da sempre un tutt’uno con la vita stessa. La generazione della vita si accosta alla sua natura, la compenetra, essa non è separata dalla vita beneficiando di uno status speciale. La donna, a differenza dell’uomo, non è affatto separata. Questo secondo schemi di pensiero antichissimi riflessi nei retaggi moderni, la penalizza nei riguardi del rispetto e del ruolo sociale.

Fino a prima del Concilio Vaticano II la donna era addirittura ritenuta impura dopo il parto, e richiedeva di un rito per essere riammessa in chiesa. Nemmeno la scienza libera da questi schemi in modo definitivo, perché per quanto razionale, utilissima e nobile, la scienza come ogni altra disciplina resta vittima delle sue categorie di pensiero.

Anche la scienza classifica e distingue, anche la scienza calcola le parti separate ed ignora i significati. Ignora l’ontologia, cioè la qualità delle cose.   Il metodo scientifico è riduzionistico, cioè procede dalla complessità verso la semplificazione.

Separare equivale a semplificare,  fa parte del modo con cui la mente si accosta alla complessità del mondo. Semplificare è utile, forse necessario, ma sempre pericoloso.

La verità è nei significati e nelle interpretazioni di insieme, non nei sottoprodotti della semplificazione umana.  E’ necessario accogliere e accettare la complessità e l’ambivalenza. Spesso è dal caos che sorge la vita ed è dal caos che sorge il bene. Come disse Fabrizio de Andrè:

 “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

 

Il linguaggio dello spirito

Mulini a vento

Ogni livello dell’essere esprime un suo linguaggio. C’è il linguaggio del corpo, quello della mente, e quello dello spirito.

Il linguaggio del corpo lo conosciamo bene, così come conosciamo le esigenze dei sensi, degli istinti, necessari e fuorvianti, come ogni linguaggio cieco può essere. La sua caratteristica è l’egocentrismo, il corpo a sé tutto riconduce perché non percepisce altro diverso da sé. Conosciamo abbastanza anche il linguaggio delle mente, fatto di dia-loghi, cioè di scambi logici, scambi di immagini e di significati. La sua caratteristica è la mediazione, il confronto, il rapporto.

Il suo rischio è la confusione tra gli elementi intellettuali di scambio e la realtà.

La mente si chiama così perché mentendo inganna se stessa confondendo i concetti con i fatti. Si mescolano la grammatica intellettuale con gli avvenimenti reali, che vengono filtrati per essere adattati fino a rischiare di snaturarli. Esiste poi il linguaggio dello spirito. Le sue caratteristiche sono l’universalità e la ricerca del vero, il suo traguardo è superiore ai primi due anche se sulle due precedenti dimensioni si fonda e si innalza.

Lo spirito, a differenza della mente che dipende dal corpo, ha una sua struttura interiore indipendente, che non si fonda solo dall’ interno ma cerca riflesso nella verità esterna.Lo spirito trova ristoro nell’ arte, nella fede, nella filosofia. Per motivi di spazio e di specificità, sarà illustrata la continuità tra il linguaggio dello spirito e quello della filosofia.

Philo-sophare significa amare il sapere, ma vicendevolmente, significa riconoscere il sapere dell’amore.

Confrontare conoscenza e amore può essere inesatto, perché l’amore è un termine troppo vasto ed equivoco, rispetto all’ univocità della conoscenza. Così, per chiarezza, esso può essere sostituito dal termine “accoglienza”. L’amore accoglie e non rifiuta,  costruisce ponti e non muri. L’equivalenza tra conoscenza ed accoglienza è immediata, intuitiva, quindi spirituale. Si comprende immediatamente come accogliere predisponga a conoscere, e come conoscere predisponga ad accogliere. Al contrario rifiutare spinge ad ignorare, ed ignorare spinge a rifiutare.

L’accoglienza e la conoscenza si alimentano a vicenda, così come avviene per ignoranza e rifiuto.

Quindi l’atto originale della conoscenza è l’accoglienza, un termine universale, squisitamente spirituale, adatto a moltissime situazioni. Accogliere per conoscere e vivere in pace ogni cosa, non solo secondo le categorie di amico o di nemico, di amato o di odiato.

Una vicenda, una sorpresa, un fenomeno, una persona ma anche una disavventura o addirittura una malattia, non vanno mai rifiutate ma accolte. Solo così si aprono ai nostri occhi le immagini della conoscenza, solo così si può vivere in pace. La pace, coniugando conoscenza ed accoglienza, è l’unico fine del linguaggio dello spirito.

L’io vive nella relazione con l’altro

Pantheon

Gli altri sono sempre meno interessanti in un mondo fondato sul culto dell’ Io, dei suoi desideri e delle sue necessità.

Nell’ individualismo  della nostra era, l’altro è un alieno misterioso, presente nel linguaggio sempre formale ed estetico, ma  che resta distante nei contenuti. Quello che realmente ci interessa è solo il nostro futuro, il nostro personale destino, le possibilità concrete di venire a capo di un mondo sempre più complicato e in cui gli altri ci sembrano sempre meno affini.

Tutti vorremmo che lo stato, la scuola, l’Europa, la religione, i giornali, il datore di lavoro, si occupassero di noi e per noi usassero le parole più adatte a narrare la realtà.

Quando la realtà parla degli altri ci indispone. Le vicende degli altri ci interessano sempre meno, sembrerebbero pretendere uno spazio che non siamo disposti a concedere. Dei barconi in mare dei profughi, delle migrazioni ad esempio, non vorremmo neanche sentir parlare. Eppure senza gli altri la vita stessa non esiste. Altri siamo tutti rispetto ai nostri simili, ed altro è semplicemente l’artificio dialettico per evitare ogni volta di dire mio fratello, mia sorella, mio figlio, mio padre e mia madre.

Destino

Ogni uomo ed ogni donna sulla terra condivide con l’altro il destino, le paure e le speranze.  La vita ad ogni livello è relazione, e l’altro è il polo della relazione senza il quale svanisce il legame, e se si perde il legame l’ Io si smarrisce.

L’altro fornisce legittimazione e riflesso alla nostra soggettività ed alle nostre scelte. Gli effetti sugli altri di ciò che facciamo, misurano la qualità delle nostre intenzioni e svelano chi siamo.

Se ciascuno agisse solo nel suo individualistico interesse porterebbe a morte veloce il meccanismo di cui è parte. La razza umana si sarebbe estinta da tempo se la paura della guerra fosse l’unico freno all’egoismo.

Ogni religione, a mondo suo e con le sue specificità, insegna che Dio è nella relazione, nell’incontro e nel confronto.

Chi vive profondamente il messaggio della propria religione, nessuna esclusa,  è sempre una persona  pacifica, sobria, serena e piena di vita. Ogni religione insegna la pace, che è la perfezione della relazione.

La vita ad ogni livello, dal più semplice al più immenso, è costituita da infinite relazioni la cui qualità si determina nell’accettazione della complessità. La relazione con l’altro è fisiologicamente complessa, ma è il volto della verità, quanto la semplificazione è il volto della menzogna.

Tutto è relativo non è una frase relativistica, ma la costatazione che ogni cosa esiste in relazione ad un altra.

Né l’economia, né lo stato o la democrazia, né la morale, esistono per se stesse, per una determinata nazione o gruppo di individui. Tutto esiste e si compie nella pluralità, nell’ incontro con gli altri che forniscono senso e significato a ciascuno.Prendersi cura dell’altro non è solo bontà e carità: è conoscenza e saggezza, è amore di sé.

 

 

 

Tra il generale e il particolare

Natura e tecnologia

Riflettere significa guardare dentro i propri pensieri e farne oggetto di studio. Chi riflette si accorge che ogni cosa è ambivalente e duplice. Completa nei suoi opposti significati.

Generale e particolare

Una delle prime opposizioni che troviamo indagando il pensiero, è la duplicità degli aspetti che riguardano i principi generali o i casi particolari. C’è un pensiero rivolto alla teoria, e c’è uno rivolto alla pratica. Senza principi generali, in ogni decisione dovremmo ripercorrere tutto il percorso del sapere per individuare criteri di orientamento. La conoscenza  è prima di tutto teorica e generale, e poi pratica.

Le idee e  le teorie ci portano il più possibile in prossimità delle cose. 

Servono occhi, udito, tatto, servono i sensi per valutare ogni singolarità.

Ciò che sembrava vero e assolutamente certo nel mondo delle idee, può divenire falso, ridicolo e persino pericoloso se portato a contatto con la realtà concreta. La storia è piena di questi sgradevoli incidenti. Quando i principi si impongono alla realtà nasce l’ideologia. Quando le singolarità pratiche sorvolano sui criteri generali, si è colpevoli di semplificazione e si compiono altrettanti errori. Anche l’esperienza concreta non può essere assunta come unico sistema di riferimento assoluto.

L’esperienza pratica è fatta di tantissime ed infinite contingenze, ciascuna delle quali inafferrabile dalla stessa sensibilità.

Quando parliamo di realtà concreta, ci possiamo riferire soltanto alle nostre limitate esperienze,  contaminate dal nostro potere immaginario. I sensi infatti ci dicono o poco sul quel che ci circonda, e costituiscono spesso una fonte incerta di informazione. La bellezza esteriore, il fascino della forza fisica o intellettuale, la seduzione delle personalità più forti, solo per fare alcuni esempi, sono classici casi dell’inganno della realtà fisica. Come insegna il proverbio, l’apparenza inganna, e niente è mai quello che sembra.

L’ esperienza

Non si può vivere nè solo di teorie, nè solo di esperienza pratica. L’universalità delle idee deve coniugarsi con le contingenze pratiche ed influenzarsi a vicenda.

L’esperienza deve confrontarsi con la teoria e viceversa. Ci sono persone più propense a pensieri generali, mentre tante altre si accontentano delle esperienze particolari. Le prime debbono scendere sulla terra ed abbandonare le nuvole su cui vivono, mentre le seconde debbono ricordare che la semplificazione reiterata può condurre alla semplicioneria. Teoria e pratica sono solo due diverse prospettive di indagine, dove la prima cerca l’altezza per la visione di insieme, al prezzo della distanza dal piano orizzontale dove avvengono realmente le cose.

La pratica si tuffa invece tra i ciuffi d’erba, vede la sabbia o la polvere, vede gli insetti, ma non si accorge,della vastità del mondo e dei sui incantevoli paesaggi.

La moderna crisi della libertà

Alba in bianco e nero

Viviamo l’epoca fondata sulla cosiddetta libertà di pensiero. I nostri antenati hanno dovuto lottare duramente per giungere alla conquista della autodeterminazione individuale.

Per secoli l’individuo è stato sottoposto alla dura legge dello stato e delle religione, espropriato della sua dignità e di fatto reso subalterno alle gerarchi rigide del censo. La modernità ha tolto i ceppi della schiavitù a moltitudini immense, affrancandole soprattutto dall’analfabetismo, dall’indigenza, dalle malattie. Eppure gettato nella rissa della competizione globale, immerso in un galleggiamento precario, l’uomo moderno si sente smarrito.

Egli gode di libertà mai avuto nel passato, eppure il valore della libertà è in crisi. Un tema di rilevanza assoluta, forse il valore più grande tra tutti, ma proprio per questo incompreso e controverso.

La libertà si scontra con la necessità, con gli infiniti condizionamenti e vincoli che orientano le nostre vite. Noi siamo indentificati nei nostri stimoli, nei nostri bisogni e nei nostri desideri, e siamo con-fusi con le loro suggestioni. Ci tocca volere quel che siamo capaci di volere in base a ciò che siamo, direbbe Schopenhauer.

D’altro canto anche Immanuel Kant descriveva la libertà come qualcosa di innaturale. Nel mondo esterno essa non c’è affatto. In natura ogni cosa segue il principio di relazione tra causa ed effetto.

Libertà e scienza

Ogni evento naturale, sia biologico, chimico, fisico, è sempre dipendente da un evento precedente. Kant relega la libertà nel vicolo cieco della ragione chiamato antinomia, che significa conflitto logico. C’è una legge che spiega i fenomeni in base alla libertà, ed un’altra che li spiega in base alla necessità che lega le cause agli effetti. La scienza non può occuparsene  e resta indifferente al riparo delle sue particolari categorie di pensiero.

La fisica riguarda l’uso pratico dei principi puri della matematica, ed applicandosi ai fenomeni della natura, non prevede la nozione di libertà. La medicina fa quasi tenerezza nel suo imbarazzante disagio nei confronti della sensibilità e della dignità della persona, perché in quanto scienza ignora la sua più  intima essenza. La medicina in quanto scienza ignora l’ontologia, la qualità dei significati e della gerarchia dei valori.

Tutto questo contribuisce a rendere evanescente e rischioso il valore della libertà, tanto che spesso si preferisce scambiare la sicurezza degli schiavi, con i pericoli degli uomini liberi.

Ogni forma di  potere che governa il mondo, in qualsiasi delle sue numerose vesti, si costituisce per offrire questo pessimo scambio. In fondo “il mondo vuole essere ingannato, dunque lo si inganni”, come diceva un cardinale rinascimentale, in una massima ancora perfettamente valida. Il mondo anche oggi chiede sicurezza e prosperità, due valori più adatti rispettivamente alla tirannide e alla oligarchia, che alla democrazia che porta in dote la libertà.

Certo viviamo in regimi formalmente democratici, ma a ben pochi è ancora chiaro cosa questo significhi materialmente. La libertà non si mantiene per diritto acquisito, ed ogni generazione può perdere le conquiste degli antenati, se smarrisce la retta via del coraggio e dell’impegno al servizio della verità.

 

I nomi della nostra anima

Tramonto

C’è oggettiva difficoltà nel determinare dove finisce il corpo ed inizia l’ anima. Sappiamo che tra la felicità e la salute fisica esiste una vicendevole e stretta relazione causale.

Il materialismo in auge, vorrebbe convincerci che lo spirito sia una illusione, e che esista con certezza solo la corporeità.

Un materialismo figlio dei retaggi culturali del nostro tempo, alimentato anche dalla scienza che studia i fenomeni naturali in cui è preclusa l’esperienza della libertà. I processi spirituali dell’autocoscienza e della libertà non trovano alcun riscontro nel mondo fisico. Eppure ogni giorno facciamo esperienza delle difficoltà di affermare il valore della libertà come tratto imprescindibile dell’essere persone.

Se perdessimo la libertà perderemmo la nostra umanità. Un termine di immediata comprensione che non ha un corrispettivo materiale all’ altezza.

Noi non siamo il nostro corpo, questo è evidente ed ogni persona lo capisce. Semmai il corpo è espressione di quel che siamo, e mai il contrario. Il corpo a differenza dello spirito ignora il bene e il male. Il corpo sa solo discernere ciò che gradisce da ciò che non gradisce.

Conosciamo il riso, il pianto, l’urlo, l’adrenalina della trance agonistica. Conosciamo gli attacchi di panico, le crisi respiratorie, le tachicardie. La scienza è esperta di somatizzazioni, non certo di questioni inerenti allo spirito.

Conosciamo solo il riflesso somatico della nostra più profonda natura che è sempre immateriale.

Sappiamo curare solo parti del corpo, mai la persona nella sua integrità funzionale ed ancor meno lo spirito che la rende viva e che la anima. La salute del corpo dipende in larga misura dalla salute spirituale, ma attorno ad essa siamo a corto di termini adeguati. Possiamo nominare le cose attorno a noi ed argomentare gli oggetti che studiamo, ma le parole ci mancano proprio sulle questioni più profonde.

Tutti sanno cosa è un braccio, una gamba, un naso, ma se si chiedesse alle persone cos’ è l’ anima non saprebbero rispondere.

Lo spirito può essere intuito senza bisogno di specifiche definizioni. Già il linguaggio parla di spirito di avventura, spirito di squadra, intendendo l’essenza più profonda delle cose. Spirito come essenza ideale che coglie l’intero senza bisogno di analizzarlo nelle sue varie parti. Spirito secondo il “principio olistico”, l’intuizione che considera l’ essenza di ogni cosa in una idea che solo la mente riesce a cogliere in pieno, e che supera l’apparenza estetica della materia.

La cura dello spirito non contraddice l’occuparsi del corpo, ma anzi ne anticipa i mali.

Il nutrimento dello spirito riguarda il pensiero, la parola, la cultura, la letteratura, l’amore, la morale, l’autenticità, la verità.

La cura per l’anima riguarda i nomi che più gli appartengono e che si chiamano amore, fede, arte, poesia, letteratura, istruzione, conoscenza, libertà, etica, sacrificio.

Espressioni che attraversano il corpo ma lo superano. Toccano nel profondo quel misterioso mondo che ci costituisce. Talmente misterioso da non saperlo neanche chiamare per nome.