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gennaio 2017

L’eterna frontiera tra chiusura e progresso

Sassi vari

E’ di questi giorni la notizia della chiusura delle frontiere degli Stati Uniti nei riguardi dei cittadini provenienti da alcuni paesi.Una decisione che ha creato sconcerto, preoccupazione e vibranti proteste. Soprattutto nei leaders politici ed in rumorose minoranze.

Si tratta di un provvedimento che verosimilmente raccoglie grande  consenso presso la cosiddetta America profonda, specchio fedele anche di molti paesi occidentali, in cui probabilmente la maggioranza dei cittadini sarebbe favorevole alla chiusura anche delle proprie frontiere. Un problema non recentissimo, legato alla progressiva scissione tra le élite mondiali e le rispettive popolazioni.

L’ondata populista che sta dilagando cavalca problemi reali, come lo sono appunto quelli legati alla severità e drammaticità delle veloci e grandi migrazioni di massa. 

Le classi politiche dei paesi europei stanno perdendo la percezione della paura, della rabbia, delle inquietudini dei rispettivi paesi, e  cercano difficili risposte strategiche a soluzioni che il popolo vorrebbe risolte immediatamente e drasticamente. Il populismo consiste proprio in questo, punta sulla chiusura e rinuncia a guidare il consenso verso decisioni etiche e razionali più alte. Il populismo preferisce corrispondere alle aspettative immediate legate a situazioni contingenti. I demagoghi avanzano ovunque a causa di problemi sia soggettivi che oggettivi.

Oggettivamente gestire le crisi inedite di questa portata è difficile per chiunque, e nessuno possiede la bacchetta magica per risolvere questioni forse mai affrontate prima. Soggettivamente, i popoli assumono atteggiamenti conservativi e difensivi nei confronti dei cambiamenti, come avessero smarrito il senso della realtà.

La paura del cambiamento non è mai una sufficiente difesa

La realtà è dinamica, e questo dinamismo non va ostacolato ma compreso e nei limiti del possible governato, altrimenti la velocità dei fatti travolgerà ogni diga, ogni muro, ogni ostacolo al suo naturale svolgimento. Il naturale svolgimento di ogni fenomeno è nel cambiamento, e il cambiamento è la frontiera eterna ed ineludibile della realtà.

La frontiera della speranza in una conduzione verso risultati più confacenti ai diritti, alle speranza, alla pace. Opporsi al cambiamento tramite l’irrigidimento delle strutture presenti, significa illudersi di possedere la macchina del tempo capace di farci tornare ad un mondo che non esiste più.

Curvarsi sul passato è il tipico errore che accompagna la decadenza degli imperi, perché come è noto l’intelligenza è la facoltà di adattarsi al variare dei contesti e delle situazioni. Piegarsi all’indietro significa in fondo solo arrendersi alla propria inadeguatezza rispetto alla forza e alla velocità delle sfide che si hanno davanti. 

Irrigidirsi è una forma inconsapevole di eutanasia civile. Accettare il cambiamento è un atto di coraggio e di intelligenza morale, il solo atto che ha permesso alla civiltà di porsi sino ad ora dal lato giusto della storia, e di conquistare il diritto di scriverla.

 

La verità retorica e le bugie demagogiche

Mont Saint Vicine

Spesso nell’uso corrente i mass media confondono retorica e demagogia al punto da farne sinonimi, ma non lo sono affatto. La retorica è l’arte dialettica della persuasione, e ne rappresenta in qualche modo la specializzazione linguistica e stilistica. La dialettica a sua volta è la capacità  di attraversare la diversità per giungere ad una sintesi.

La dialettica è sempre l’autentica ricerca della ragione, mentre la retorica è l’astuzia, l’artificio, con cui la sincera ricerca della verità viene adattata alle esigenze di convincimento del pubblico. La dialettica riguarda la rettitudine della coscienza, mentre la retorica è il mestiere di chi deve raccogliere consenso. Un favore mai a scapito della verità, perchè la retorica è un forma del linguaggio essenzialmente vera, adeguata alle esigenze degli ascoltatori.

Il retorico dice cose in cui crede, ma le adatta agli interessi, alla cultura, ai modelli di pensiero degli ascoltatori, allo scopo di essere compreso ed approvato. 

La demagogia al contrario non adatta la verità al pubblico, ma adatta la debolezza dialettica del pubblico agli argomenti. A differenza del retorico, al demagogo della verità non interessa nulla perchè il suo solo scopo è essere creduto, ed il suo compito è senz’altro più agevole.

Il fascino della grande bugia

Come tutti sanno le bugie sono spesso più affascinanti e persino più logiche, coerenti e credibili della verità, al punto che più la bugia è grande, e più risulta plausibile.

Per questo motivo il demagogo non si fa scrupolo di costruire un impianto narrativo sostanzialmente falso, infarcito qua e là di quel minimo di verità per entrare meglio nelle grazie degli ascoltatori. In maniera spicciola si potrebbe definire la retorica come un insieme di verità corrette con un pò di bugie, mentre la demagogia come un complesso di bugie corrette con un minimo di verità.

Il risultato sorprendente nei rispettivi sistemi di argomentazione, è che nella retorica verità e bugie si scontrano e smascherano a vicenda. Nella demagogia al contrario, il peso della menzogna surclassa ogni piccola verità e la sua forza consiste nella apparente omogeneità di tutti i suoi argomenti e conclusioni accessorie. La forza della retorica scommette sulla intelligenza degli ascoltatori, mentre il potere della demagogia investe al contrario nella ingenuità degli interlocutori.

Producendo il paradossale risultato, per cui i retorici hanno molti stili differenti e stentano a trovare una  sintonia vantaggiosa e definitiva. Al contrario i demagoghi, dovendo solo recitare un copione, trovano molto più congeniale ritrovarsi al sicuro nella saldezza dei propri ranghi ideologici.

Retoriche sono pertanto quelle forze politiche che sviluppano una vivace e potenzialmente controproducente dialettica interna. Demagogiche sono quelle forze politiche in cui tutti la pensano sempre allo stesso modo.

Pensarla in maniera discorde sarebbe letale per la credibilità del gruppo, che infatti impone l’uscita di scena ad ogni attore troppo indipendente rispetto al copione scritto dal regista.

 

L’infondatezza dell’allarme sociale

E’ sotto gli occhi di tutti l’alto grado di allarme sociale che investe purtroppo il nostro paese. Allarme a causa degli immigrati, a causa delle infauste previsioni per il futuro economico, allarme per l’incertezza politica.L’allarme sociale riguarda tuttavia in modo particolare la paura per i reati contro la persone, omicidi, rapine violente, violenze carnali ecc.

I mezzi di informazioni sono particolarmente prodighi nei riguardi dei reati contro la sicurezza personale, per ovvi motivi di interesse generale e per corrispondere alla domanda che sale dal pubblico su un tema così sentito. Tuttavia guardando molte fonti statistiche concordanti, i motivi di questo allarme sono decisamente ingiustificati, o almeno solo parzialmente comprensibili.

Prima riflessione: tutti i reati, tranne i furti in appartamento, sono in costante diminuzione da molto tempo. Omicidi compresi, femminicidi compresi, violenze carnali comprese.  Per fare solo un esempio, nel 1992 gli omicidi nel nostro paese superavano i 3 mila casi, negli ultimi tempi si attestano attorno a circa 450 casi annui. Seconda riflessione: i reati violenti dei paesi del sud Europa, e quindi anche del nostro paese, sono decisamente più bassi rispetto, percentualmente, al nord Europa o agli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti la città di New York, da sola, annualmente conta più omicidi  che tutta l’Italia. Il rapporto degli omicidi relativamente alla popolazione, tra USA e Italia, è di circa sei casi a uno. In assoluto il rapporto è di trenta a uno, ma il nostro paese ha una popolazione di circa un quinto rispetto a quella statunitense. Altra riflessione: molti reati violenti avvengono nell’ambito familiare, in particolare gli omicidi e gli stupri, quindi il già basso numero di casi italiani, rende ancora più piccolo il rischio nei confronti di persone sconosciute.

Insostenibile equiparazione tra immigrazione e criminalità

Venti anni fa il nostro paese contava pochissima immigrazione con un alto numero di reati.  La costante diminuzione dei crimini, accompagnata ad un progressivo e sostanziale aumento di cittadini extracomunitari, rende totalmente insostenibile l’equiparazione tra immigrazione e criminalità.

Queste non sono sensazioni personali ma dati statistici che chiunque può riscontrare con estrema facilità. In funzione delle fonti possono cambiare leggermente le cifre, ma non l’ordine di grandezza o i rapporti indicati. Queste considerazioni debbono spingerci a riflettere che l’ allarme sociale dilagante è tutto sommato frutto di una percezione errata. Come sappiamo quella che chiamiamo realtà è solo una rappresentazione frutto dei nostri modelli di pensiero.

Non significa sottostimare i rischi per il patrimonio o per l’incolumità personali, significa solamente cercare di comprendere che la paura o addirittura l’isteria, sono pessime consigliere.

Paura ed isteria, frutto di campagne di odio o magari anche legittimate da situazioni contingenti critiche e dolorose, non ci aiutano a vivere meglio ma al contrario rischiano di impedire la conoscenza e disarmare la saggezza. Gli unici strumenti civili  che un popolo non deve mai abbandonare per superare i suoi guai.

C’era una volta la buona televisione

Mere del nord

Anche oggi nel regno dei social network, la televisione riveste un ruolo di centrale importanza nella rappresentazione generale della realtà  e nella conseguente formazioni delle opinioni. La tv coi suoi salotti, costituisce a volte addirittura una specie di estensione dei luoghi istituzionali, un canale ufficiale e solenne per la comunicazione di notizie di grande rilievo.

Ancora importantissima la funziona satirica, dove l’arte del paradosso scenico permette la divulgazione di verità che non potrebbero mai superare i normali filtri dialettici.

La satira è benedetta dal potere saggio, in quanto naturale valvola di sfogo delle frustrazioni e delle contraddizioni ineludibili nel rapporto tra leader e popolazione.

Anche la risata consegna un grandissimo potere: il potere di conservarsi puri e autentici rispetto alle assurdità e alle ingiustizie che incombono su di noi. Ma la risata è bella e coinvolgente solo se parte dal cuore e da una forma di profonda innocenza.

Da tempo è sotto gli occhi di tutti come anche la televisione, abbia inseguito  la parabola discendente del declino generale del paese. Un declino culturale, prima ancora che economico o politico. In parte questo è dovuto al diverso spessore dei personaggi in gioco: negli anni ’70 ad esempio la tv di stato poteva permettersi un Enzo Biagi conversare con  Pier Paolo Pasolini.  Senza offesa per nessuno, temo si tratti di un abbinamento difficilmente riproponibile nel panorama  odierno.

Una generale e progressiva caduta di stile

Tuttavia la caduta generale della qualità televisiva, oltre ai diversi format, alla enorme concorrenza da parte di tante efficaci ed alternative forme di intrattenimento, può forse essere individuata in una questione di merito.

Negli anni del boom economico e nei decenni immediatamente successivi il paese restava ancora timido e umile nei confronti della cultura e dell’informazione. La tv  offriva spettacoli di vario livello artistico ma con un tratto costante: l’idea di rappresentare una società dove la gentilezza, l’educazione, il garbo,  avessero ancora un ruolo di primissimo piano. Era una tv che riteneva il suo pubblico degno di essere migliorato nella forma e nei contenuti.

Oggi la televisione non ci piace più (o comunque ci piace molto meno) forse perché ci somiglia fin troppo. Essa ammicca ai difetti e ai vizi del pubblico, a volte alla sua volgarità, alla sua faciloneria, ad una pochezza esibita con vanto.

Lo strumento televisivo tende a coinvolgere sempre di più il pubblico sino a sovra esporlo. Un pubblico forse fin troppo spontaneo. Spontaneo ma sgraziato, smascherato nella sua incapacità di esprimere  modelli di rappresentazione delle relazioni e dei valori, migliori rispetto a quelli tradizionali, borghesi o aristocratici.

Valori e modelli espressi a lungo dallo strumento televisivo, che oggi al contrario assomigliano  sempre più alle truci invettive di piazza, piuttosto che allo slancio dello spirito in cerca speranza.

Così finisce per andare in onda un pubblico messo a nudo nella sua involuzione. Un regresso che lo ha portato a scambiare i valori con le ambizioni, la cultura con l’arroganza,  la legittima gioia con la sbronza del protagonismo.

Riflettere e pensare per non perdere la memoria

Bergen Belsen il giorno della memoria

Ogni persona ed ogni comunità è animata dalla sua memoria. Senza memoria sparisce la personalità e senza memoria collettiva si disperde ogni valore ed ogni tessuto sociale.

La memoria del nostro tempo e della nostra cultura proviene essenzialmente da tre radici distinte: greche, giudaiche,  cristiane.

Nelle epoche più recenti l’istituzione del “giorno della memoria” riconduce alla Shoah, allo sterminio degli ebrei avvenuto proprio nel cuore dell’Europa cristiana. Per memoria quindi, in senso storiografico, ci si riferisce al ricordo indelebile della più grande tragedia che la storia ricordi, in cui uomini richiamatisi alle radici cristiane, osarono tentare di estirpare le radici giudaiche. Un attentato non solo contro un popolo, ma contro il mondo intero e contro il basilare diritto alla dignità e alla vita.

Una tragedia che ha radici antiche nell’ antigiudaismo cristiano, nell’ antisemitismo diffuso, sedimentato e mai risolto nemmeno oggi.

Certamente la responsabilità maggiore ricade sulla  Germania Nazista e sul suo fuhrer. Tutto questo è noto e documentato. Quel che forse merita una riflessione profonda, che merita un pensiero speciale all’interno di un modesto spazio divulgativo, è l’archetipo della Shoah, il suo modello culturale e strategico di riferimento. Un modello che forse sfugge alla narrazione tradizionale.

Il ruolo dell’eugenetica

Lo sterminio su scala internazionale del popolo ebraico non rappresenta un progetto totalmente inedito rispetto agli avvenimenti che gli sono affini, e che sono iniziati anni prima della soluzione finale vera e propria.

Questi accadimenti sono riconducibili al progetto sanitario di sterilizzazione prima e di eliminazione fisica poi, conseguente al pensiero eugenetico in auge nel continente agli inizi del ventesimo secolo. Sterilizzazione praticata in molti paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Svezia ed altri, su individui ritenuti indegni di procreare.

Alcolisti, disabili, prostitute, psicolabili, vennero sottoposti a piani di sterilizzazione di massa che in Germania culminarono in veri e propri stermini.

Si riteneva, in base a teorie dell’epoca, che fosse possibile ed opportuno,  selezionare artificialmente individui più sani e forti, per avere società più sane e più forti. Selezionare artificialmente eliminando tutti gli elementi potenzialmente più deboli e capaci di far “degenerare” la società con la loro discendenza che ne avrebbe ereditato geneticamente i difetti fisici e psichici.

Quindi l’idea della sterilizzazione e poi dello sterminio come strumento di rafforzamento sociale proviene da studi scientifici, medici. Per quanto tutto questo possa urtare con gli schemi del positivismo moderno, che fa della scienza e della medicina il paradigma della ragione e del progresso, questi sono fatti e non opinioni.

Il padre dell’etologia, Konrad Lorenz, premio nobel per la medicina nel 1973, nel 1940 affermò:

Dovere dell’eugenetica, dovere dell’igiene razziale deve esser quello di occuparsi con sollecitudine di un’eliminazione di esseri umani moralmente inferiori più severa di quanto sia praticata oggi. Noi dovremmo letteralmente sostituire tutti i fattori che determinano la selezione in una vita naturale e libera. Nei tempi preistorici dell’umanità la selezione delle qualità della resistenza, dell’eroismo, dell’utilità sociale fu praticata esclusivamente da fattori esterni. Oggi questo ruolo va assunto da un’organizzazione sociale, in caso contrario l’umanità per mancanza di selezione sarà annientata da fenomeni degenerativi.

L’importanza della cultura della sconfitta

Fedaia

Manca nei nostri valori la cultura della sconfitta. Il pensiero occidentale ha avuto ed ha anche oggi molti meriti, tuttavia soffre di una fondamentale e decisiva contraddizione. Soffre il paradosso della ricerca della vittoria come strumento di completezza e sviluppo personali.

Il nostro mondo crede e punta troppo  nel successo materiale costruito sul denaro e sul potere. Denaro e potere, ma anche notorietà, rilevanza, consenso, sono tutte facce del culto dell’ego smodato che tutto avvelena. 

Puntare alla vittoria è ingenuo e fuorviante: la vita di ciascuno si svolge principalmente in un lungo elenco di sconfitte. Anche le vite straordinarie, le vite dei personaggi famosi che hanno fatto la storia, sono vite di successo solo viste dall’esterno. Dal punto di vista dei diretti interessati raramente lo è altrettanto.

Nessuna vita e nessun uomo può realisticamente scommettere sulla felicità basata sulla vittoria, perchè ricerca della vittoria significa partecipazione alla piramide del potere. Il vertice della piramide è uno solo, e tutti gli altri sono perdenti comprimari. Solo uno su mille ce la fa, diceva una canzone, forse con un certo tocco di eccessivo ottimismo.

Il successo è il principale trucco della mente. Assieme al potere esso divide gli uomini e li illude nell’inseguimento perpetuo di qualcosa che mai si potrà raggiungere.

La cultura del successo crea solo dolore

La vittoria ed il successo creano dolore durante le lunghe fasi preparatorie degli scontri e delle battaglie. Battaglie che spesso finiscono nella sconfitta. Anche nel fortunato e raro caso vengano vinte, quelle battaglie potranno produrre solo un unico risultato: la noia.

Vincere ed avere successo è possibile, l’impossibile è legare la vittoria a qualcosa di definitivo e realmente generatore di solida soddisfazione. Normalmente il successo provoca dolore durante la lunga marcia verso il suo raggiungimento, e crea noia nel raro caso della sua conquista.

Dolore, frustrazione, noia. Questa è la parabola della vittoria, per sfuggire alla quale occorrono nuovi stimoli e nuovi rinvii a futuri e sempre più alti obbiettivi. Una specie di roulette russa, un crescente gioco al rilancio dal quale non si esce se non definitivamente sconfitti.

La parte migliore della vita si svolge dentro le sconfitte. Nelle sconfitte spesso abbiamo giocato le partite migliori, quelle con più entusiasmo. Sicuramente quelle con più trasparenza, lealtà, amore. Le partite dove eravamo schierati dalla parte giusta, fatalmente le abbiamo perse.

La sconfitta, al pari della vittoria, è solo un trucco semantico, un inganno del linguaggio, che nasconde tra le pieghe della sua costruzione logica, il più semplice segreto della felicità: la rinuncia alla volontà di dominio e di controllo su se stessi e sugli altri.

Le speranza del futuro nel ritorno alle comunità

Nave su canale olandese

Molti hanno scritto della fragilità  del nostro tempo. Fragilità che ciascuno sperimenta purtroppo spesso a sue spese. Una debolezza dovuta in gran parte alla perdita della protezione delle comunità. La comunità è sempre stata il luogo di riparo e protezione, specie prima dello stato moderno, quando vivere da soli o in piccoli nuclei  era  sconsigliabile a causa delle carestie.

La comunità è rimasta per secoli la spontanea condizione di aggregazione, favorita dallo scarso rilievo attribuito al destino e al valore personale. Gli uomini hanno per molto tempo condiviso lavoro, cibo, cure, conflitti, sentimenti.

La modernità, con la sua scommessa sull’individualismo, ha pian piano sostituito la struttura orizzontale delle comunità con quella verticale delle società.

Sedotto dalle prospettive di successo e ricchezza,  l’uomo moderno ha progressivamente abiurato la millenaria fedeltà alle comunità. Ha scelto in sua vece spazi virtuali senza protezione alcuna, se non quella regolata da norme astratte e da leggi sempre interpretabili a vantaggio dei forti.  Ha scambiato i vincoli di sangue, le tradizioni, la forza della consuetudine, con la fragilità delle ambizioni.

Aumento dei disagi personali, maggiori rischi di precipitare nell’indigenza,  solitudine ed emarginazione, sono stati l’alto prezzo imposto dalla globalizzazione. Essa non è l’ordinata ristrutturazione su scala planetaria dei vecchi vincoli comunitari, ma l’incontrollabile meccanismo sociologico derivante dalla velocità dei cambiamenti. Qualcosa di cui tutti parlano ma che nessuno controlla. E’ il simbolo stesso della vittoria della complessità sul desiderio di semplificazione.

Trasformare l’incertezza in speranza

La globalizzazione sancisce la totale inadeguatezza dei singoli, sovraesposti alla forza straripante di eventi troppo più grandi di loro. Persino lo stato si arrende agli eventi globali, e ne perde ogni capacità di interdizione e controllo. La politica degli stati nazionali, ha perso la possibilità di mantenere il patto inerente al tenore di vita dei suoi cittadini, perchè troppo piccola rispetto alla grandezza dei fenomeni in gioco.

La risposta populista è in questo senso totalmente fallimentare, perché il nazionalismo in essa implicito presuppone l’incapacità di confrontarsi con la complessità del mondo.

La globalizzazione, pur incontrollabile e per molti versi nociva alla ricchezza individuale ed alle speranze future, può tuttavia essere lo stimolo verso un necessario ritorno allo spirito delle comunità.Occorre verosimilmente un cambio di prospettiva, ripensare la nozione di comunità a più livelli. Questo prevede la parziale deroga al valore assoluto dell’individualismo a cui siamo stati abituati, e che ci sta trascinando a fondo con la sua inerte pesantezza.

Occorre riabituarsi a pensare in modo collettivo e sempre meno individuale, dai più piccoli nuclei fino alle massime istituzioni internazionali.

La felicità personale slegata dal contesto sociale è stato il grande abbaglio della modernità. Sarebbe un’ottima mossa nella partita a scacchi contratta col tempo, sorprendere i cattivi presagi politici e finanziari, utilizzando il fallimento moderno come trampolino di lancio per idee coraggiose.

Una occasione per ridisegnare ad ogni livello la partecipazione popolare, attorno a più livelli di aggregazione e appartenenza. Una sana rivalutazione delle strategie antiche,  che hanno permesso a tanti piccoli uomini, di costruire un grande destino comune.

 

Il premio della dispersione dell’anima personale

In molte religioni orientali il premio dell’anima buona, è la dispersione della personalità individuale in favore della molteplicità. Questa prospettiva inconcepibile per la cultura occidentale dipende dalla cosmologia, cioè dalla visione delle cose, dell’oriente.

Nella prospettiva orientale l’io è funzionale alla molteplicità dell’Essere che ha esclusivamente dimensione plurale.

Il Dio delle religioni orientali è infatti impersonale, come impersonale è la natura e l’anima dell’umanità che trovo riscontro solo nella molteplicità delle differenti individualità. Individualità che da sole, non sono nulla, ed insieme, sono tutto. In questo senso la percezione sensoriale individuale, la causa prima dell’egoismo primordiale che a sè tutto riconduce, sarebbe solo un inganno della mente.

L’individualità sarebbe cioè un errore di percezione di se stessi in una realtà dell’essere molto più ampia e multidimensionale. In questo si spiegherebbe il dolore e il male, come causa ingenua e primitiva dell’errore dell’essere individuale che ignora la realtà della molteplicità delle cose. L’individualità crea dolore perchè nega il destino della dispersione.

La creazione del dolore

Il dolore è un problema esclusivo dell’io e della sua errata auto-rappresentazione nella realtà. Si soffre per l’impossibilità oggettiva di raggiungere l’ambizione e il successo personali, si soffre per l’inganno dell’ambizione dell’essere individuale che divora il presente proteso verso un impossibile futuro.

Il dolore è nel presente ma è sempre collegato ad una paura futura. Paura di inadeguatezza, paura di insoddisfazione, paura di mancanza di se e di mancanze della dimensione esterna dell’essere. Proprio per questo le religioni orientali insegnano a rinunciare a sè come soggetto individuale e pensare al sè come parte, come cellula, di un organismo multi dimensionale e impersonale.

La via che conduce alla fine del dolore, insegna il buddismo, è la fine del desiderio del successo, dell’ambizione, in sostanza la fine della concentrazione individuale della percezione dell’esistenza. 

Percepirsi multipli, plurali, parti dell’essere generale ed universale, nell’ottica della realtà, nella cosiddetta ermeneutica occidentale, sembra qualcosa di folle.

Al contrario è un metodo psicologico potente per raggiungere la pace del Nirvana. Il Nirvana è il paradiso orientale come luogo della fine, dell’estinzione della vita come miraggio del desiderio e del potere, come curvatura dolorosa sull’essere individuale schiavo della sua angusta ed impossibile prospettiva di felicità.

Per noi occidentali tutto questo è astruso, lontano, irricevibile. Eppure sono questi i concetti su cui è fondato il buddismo e l’induismo, una sapienza antica che ha influenzato più di quello che crediamo il pensiero greco su cui è fondato l’occidente.

Il pensiero della finitezza dell’essere e della sua dispersione pone in grande riposo l’anima, concede respiro e pace, concede il ristoro permesso a chi ha scelto di smettere di inseguire l’impossibile felicità del potere e del suo volto apparente.

 

La religione delle regole e la fede nell’amore

La dispersione dell' anima

E’ sotto gli occhi di tutti lo spirito di grande apertura ed innovazione che l’attuale papa sta infondendo al suo pontificato. Per capire la grandezza dell’attuale pontefice e la santità delle sue aperture, occorre ripercorrere almeno un poco il cammino temporale delle fede, e il suo controverso rapporto con la religione.

La fede è una scelta personale, intima e alimentata nel profondo dell’animo, mentre la religione è un fenomeno sociale, specifico dei modelli culturali espressi dal proprio contesto.

La prima equivale alla fiducia nella vita, negli uomini, nelle vicende umane, in cui la regia profonda è ricercata nell’autenticità e nel bene. Un credito riposto nella verità, nella giustizia e nella sublime bellezza dell’energia amorevole che ci attraversa. Un Dio che  non ha bisogno di regole, di precetti e di verità non negoziabili per manifestare ai suoi figli cosa significhi amare.

La fede è l’accettazione della sfida che l’esistenza ci pone innanzi, e che sceglie consapevolmente di puntare su elementi “deboli e fragili” come l’accoglienza, l’accettazione, la compassione, il perdono, la passività. Al contrario la religione come fenomeno di “rilegazione”, ha bisogno di interpretare un ruolo forte e attivo per non disperdere il suo patrimonio.

La fede personale è nuda e perdente al cospetto della religione pubblica, tanto che quando Gesù e il sinedrio si sono trovati contrapposti, sappiamo bene come le cose sono andate a finire. 

La fede è abbandono all’amore di Dio testimoniato dall’esperienza terrena di Cristo: non prevede regole, precetti, controllo e dominio sugli altri.  La religione al contrario è erede della ritualità sacrificale arcaica, in cui le forze oscure sovrannaturali che soverchiano il destino dell’uomo vanno mantenute mansuete tramite olocausti e sacrifici.

Due modi opposti di intendere la salvezza

Per la fede centrale è l’amore, le miserie dell’uomo non ne intralciano lo sviluppo e nessun uomo coincide con i suoi peccati. Per la regione centrale è il peccato, che può annullare lo sviluppo della grazia divina se non si interviene coi sacramenti. Per la fede la salvezza è in Matteo 25:

“Venite benedetti da mio Padre, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, ero malato e siete venuti a trovarmi”.

Per la religione al contrario la salvezza è la vittoria sul peccato. Si tratta di un rovesciamento di prospettiva totale, che si palesa con particolare riguardo nei confronti del dolore, trattato da Cristo e dalla religione, in maniera opposta.

Gesù sanava i malati, peccatori, perché il suo scopo era la salute dell’uomo concreto. La finalità era la vittoria sul dolore, e veniva offerta ai peccatori. Per la religione, il dolore è da sempre strumento di espiazione delle colpe. 

Per Gesù il problema era il dolore e la grazia era la soluzione, per la religione il problema resta il peccato e il dolore strumento di redenzione. Strumenti e finalità inversi, opposti, rovesciati. Sarà compito della chiesa degli anni a venire, cercare di porre rimedio a questo radicale problema teologico, pastorale, dottrinale.

L’eterna persecuzione della donna

L' eterno porto

Accanto ai deboli, ai malati psichici, agli ebrei, agli omosessuali, anche la storia del genere femminile  è essenzialmente un lungo elenco di persecuzioni. 

Un problema antico quanto la storia, ed in particolare quanto la religione.

Per far luce sulle radici di questa ostilità, occorre un sintetico e semplicistico excursus, che mostri la traiettoria della valorizzazione della donna. Nel vangelo Maria è chiamata addirittura madre di Dio, e molte sono le donne che hanno accompagnato l’esperienza terrena del Nazzareno. Non è certo il vangelo ad aver discriminato le donne.

Anche nei decenni successivi, nelle comunità giudaiche si conoscono numerose profetesse con ruoli decisionali.Nei secoli successivi, nel periodo della patristica greca, si giunge ad una rigida struttura gerarchica verticale esclusivamente maschile. Nel frattempo si era fatta strada l’antagonismo tra anima e corpo.

Nella struttura verticale dell’essere con in alto lo spirito ed in basso, la materia, le parti molli ed i liquidi corporei, le viscere, acquistano significati maligni.  La donna viene rappresentata intrinsecamente perversa.

Con queste premesse teologiche e metafisiche si giunge presto alla “invenzione” della strega.Una inedita figura che non è solo una maga, è un essere cui si attribuiscono relazioni anche carnali col maligno. Un essere che unisce tra loro natura viscerale, mistero, peccato, medicina.

Immense schiere di donne vengono torturate in tutta Europa fino al 1786 fino all’ ultimo grande rogo di Brandeburgo. Superati i roghi dell’inquisizione la donna non viene risparmiata dai secoli successivi. Il monachesimo femminile forzato, l’idealizzazione dell’ “angelo del focolare”, il culto della verginità,  ne amputano il rispetto e la dignità nella sua nuda umanità.

La modernità non risparmia la donna

La modernità che toglie alla donna l’abito da strega, la attende al varco per imporle il grembiule dello sfruttamento operaio, o esaltandone la capacità di generare  carne da cannone nelle guerre degli stati moderni. Terminate le stragi che trasformano il ‘900 in un cimitero mondiale, viene solennemente sancita la perfetta equiparazione tra i sessi, nella dichiarazione dei diritti umani

Il cammino per la dignità ed il rispetto è ancora lungo: un perverso mito del successo la porta a scimmiottare i peggiori vizi maschili, la pubblicità la rappresenta oca e la  ridicolizza. Dove non si è consumata la scissione tra religione e stato, il maschilismo tribale martirizza anche oggi il corpo e la mente delle donne.  Nella nazioni laiche e civili resta la piaga del femminicidio e del delitto passionale.

Per difendere le donne occorre spesso lottare anche contro atteggiamenti indisponenti ed ingenui di troppe di loro, che sembrano a volte recitare il copione scritto dai loro peggior nemici.

Eppure vale sempre la pena, spendersi per la definitiva emancipazione dalle schiavitù, che sotto diverse forme si manifestano nei confronti delle nostre madri, mogli, sorelle, figlie, colleghe.

Un pezzo di cielo che è obbligatorio sostenere strenuamente proprio in virtù del bene, della verità, della bellezza. Un dovere laico in nome della giustizia, ed un motivo cristiano  come strumento rivolto alla gloria di Dio.