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dicembre 2016

Il persistere delle ideologie

Al lago d'inverno

E’ opinione comune definire la nostra era come post-ideologica, un periodo pieno di speranze e paure, ma tuttavia fortunatamente al riparo dai peggiori pericoli e dalle più inquietanti illusioni del ventesimo secolo.

Verdetti inerenti alle tragiche correnti di pensiero che hanno dominato il cosiddetto secolo breve, e che hanno espresso nelle dittature del 900 tutto il loro oppressivo e violento potere, carico di odio e fondamentalismo politico.

Il marxismo, il fascismo, il nazismo, restano le ideologie per antonomasia, meritandosi ampiamente l’inappellabile giudizio che la storia ha emesso nei loro riguardi.

Il loro superamento però non ha consentito affatto di raggiungere quella pace e quel nuovo ordine mondiale, che troppi studiosi ed intellettuali si erano affrettati a proclamare.

Una ingenuità spiegabile forse con l’eccessivo entusiasmo di poter interpretare finalmente la profezia della “fine della storia”. Concentrandosi anche solo sull’ aspetto semantico del significato di ideologia, è possibile comprendere almeno alcune delle cause di un tale disdicevole errore.

Lo strapotere delle idee e delle parole, così inclini per natura ad ingabbiare ed incanalare su binari oscuri il pensiero e l’agire dell’uomo, era ampiamente prevedibile non potesse essere superato.

Il linguaggio, forse la più alta espressione della spiritualità, capace di trasformare in concetti gli aspetti più rilevanti della vita e delle relazioni tra individui e comunità, possiede un potere che fatalmente sfugge ad ogni controllo cognitivo e morale.

Questo perché le idee che sovrintendono il pensiero, hanno per loro natura la facoltà di costruire rappresentazioni virtuali di cui restano le uniche ed indiscusse padrone.

Il nostro modo di parlare non si limita a rappresentare psicologicamente quel che accade, ma costruisce di fatto un edificio irreale che poi viene equivocato come nostro unico spazio vitale.

Viviamo dentro le parole e ne siamo inevitabilmente governati. Restiamo tutti ingabbiati dentro i nostri castelli dialettici.

L’ideologia come dottrina sociale, politica, religiosa, economica, come convinzione dogmatica, è viva più che mai, e continua a porre le idee sempre in pericolosa ed antagonista posizione rispetto alla vita reale. Il potere evocativo ed oppressivo delle idee, va sempre ben al di là dei rispettivi significati espliciti, ed è capace di irretire qualsiasi coscienza piegandola ai suoi schemi simbolici. Quando parliamo di società di mercato, verità oggettive, valori non negoziabili, sviluppo sostenibile, solo per riportare esempi tra loro casuali ed incoerenti, recitiamo solo dei mantra.

Slogan affascinanti e persuasivi, che accreditano il valore intrinseco di concetti spesso privi di qualsiasi significato concreto.

Semplici casi estendibili a gran parte dei nostri valori, sempre perfetti in astratto ma distruttivi nel concreto.

Le ideologie sono sopravvissute eccome al loro precoce ed ingenuo funerale, adeguandosi ai tempi che cambiano in modo “liquido” e camaleontico. Esse si sono perfettamente riadattate ai miti, ai retaggi, alle nuove illusioni dell’era post-moderna, con la loro “virale” e parassitaria capacità di installarsi tra le pieghe del pensiero.

La loro sopravvivenza è assicurata dal motore della storia, sempre alimentato dalle disuguaglianze, dall’ ignoranza e dalla paura, madre snaturata di tutti i peggiori propositi personali e politici.

Il declino dell’idealismo

Foglie morte

Il pensiero critico insegna che i fatti non hanno una propria autonomia reale, ma sono solo il frutto delle nostre rappresentazioni. Nessuno può conoscere la verità tramite i fatti, esattamente come insegnava Socrate, perché quelli che riteniamo fatti sono solo quella piccola parte della realtà che la nostra mente ha saputo immaginare.

Quello che chiamiamo mondo esterno, è in gran parte solo una proiezione del nostro mondo interiore.

Questo non significa che tutto si riduca ad un sogno, significa soltanto ricordare che le nostre stesse esperienze pratiche possono solo produrre una conoscenza congetturale. La riflessione è l’attitudine del pensiero a giudicare la sua plausibilità intrinseca, e fare del pensiero un oggetto di indagine è l’idealismo dei filosofi.Esso  va alla ricerca dei significati e della vera natura di ogni cosa, cercando la verità oltre e prima dei fatti.Andare oltre il mondo fisico significa pensare in modo meta-fisico, allenare l’attitudine della mente ad intuire l’essenza del mondo sorpassando le deduzioni logiche e le esperienze.

L’intuizione più profonda, è quella che riconduce l’origine di ogni cosa nel mondo delle idee.

Noi stessi siamo una idea che cerca la verità nel regno delle idee eterne, e proprio questo significa spirito. Lo spirito è l’idea che ci costituisce, e che trova ristoro e pace ricollegandosi a tutte le idee più vere.

Lo spirito ha bisogno della verità più di quanto il corpo abbia bisogno di aria.

E’ stato l’idealismo filosofico a creare la politica, la visione della storia, a fornire l’impulso all’ economia e a favorire la diffusione delle religioni. Tutto la tradizione cristiana è una immensa costruzione filosofica. E’ inutile sottolineare quanto oggi sia in affanno  il pensiero critico, e quanto questo arrechi danno alla pace ed alla felicità.

Il declino della filosofia si affianca ai progressi della scienza e della tecnica, che non si occupano dei significati ma solo di proporre soluzioni pratiche.L’ingenuo materialismo che fa a meno dei significati,  è stata elevato dalla scienza e dalla tecnica al rango di città della verità, dove esse esprimono al meglio tutte le loro facoltà. La gerarchia dei significati, l’ontologia, cioè lo studio qualitativo delle cose, è stata soppiantata dal dominio delle quantità e dei numeri, su cui scienza e tecnica fondano il proprio spazio investigativo e risolutivo.

Scienza e tecnica, misurano e calcolano il mondo evitando di sorpassare la realtà materiale in cui restano maestre, defilando la qualità della vita in favore della sue espressioni quantitative.Prodotto interno lordo, indici di borsa,  mercati di cambio, spread, tassi di interesse, tutte queste cose angoscianti  derivano da modelli culturali tecnico-scientifici.

Scienza e tecnica non possono rifugiarsi in una improbabile innocenza, rimandando le responsabilità all’ uso dei loro immensi poteri. Ogni potere, insegna la storia,  crea finalità coerenti ai suoi strumenti e non tende mai ad autolimitarsi. Anche se la scienza non ha inventato la guerra, sarà bene ricordare che è stata la guerra, ad inventare la tecnica.

Il vizio oscuro della storia

Tramonto marino 2

In fondo qual è il motore della storia, di tutte le storie e di tutti i tempi, ma soprattutto della nostra storia e del nostro tempo? Ogni cosa esistente ha in sé un progetto, una volontà di sviluppo. Una volontà di esistere, di sopravvivere, e di vivere al massimo risultato con il minimo sforzo. Questo si prefigge la natura, è questo che fanno le piante egli animali.

Tutto è meccanismo impersonale di propagazione nel tempo e nello spazio della vita in tutte le sue molteplici forme, vita in cui il singolo deve soffrire e morire a vantaggio del progetto collettivo.

Per l’uomo non è così, per l’uomo  l’esistenza si identifica nella propria particolare volontà, e ad  essa tutto riconduce. Il bene e il male iniziano e finiscono con il suo giudizio morale, spesso corrotto dal suo opportunismo e distorto dai suoi modelli.

Il motore della storia umana è la volontà individuale, una  inestinguibile voglia di affermazione e di successo. Un desiderio che sorpassa di gran lunga il primordiale istinto di sopravvivenza. Il motore della storia umana coincide con la somma, e spesso la feroce competizione, di tutte le singole volontà individuali, di tutte le bramosie,  di tutti i desideri. In sostanza di tutti i più smodati egoismi di cui l’animo è intriso.

Per cercare di far convivere la somma feroce e inconciliabile di tutti gli egoismi, l’umanità ha inventato la politica, l’arte della convivenza basata sul confronto, sullo scambio, sul compromesso.

Dall’ antica Grecia sino ai nostri giorni, la politica cerca di mediare gli egoismi e le ambizioni individuali mantenendole in un ambito di tollerabile e controllabile conflittualità. L’efficacia nella mediazione tra le ambizioni personali si sta palesemente deteriorando, anche a causa delle nostre stesse economie, espresse dai nostri stessi valori civili.

La democrazia è il meglio di tutte le forme politiche sperimentate, ma ha senso solo se una parte considerevole dei cittadini si trovi in una situazione di relativo benessere e prosperità.

La prosperità a sua volta è possibile solo grazie all ’economia di mercato, e l’economia di mercato funziona solo alimentando le ambizioni, i desideri, le aspettative, persino le dipendenze maniacali ed i peggiori vizi. L’eccesso della volontà individuale, da tutte le tradizioni spirituali e da tutte le saggezze antiche, è ritenuta la causa principale della sofferenza e del conflitto. Il buddismo ad esempio, si prefigge  l’eliminazione del desiderio come unica via di eliminazione del dolore.

Tutte le tradizioni spirituali insegnano l’arte dell’autocontrollo, della parsimonia, della rinuncia, della accettazione della realtà in ogni sua forma per quanto sgradevole ed ingiusta.

Perché questa è l’unica via per convivere, perché questa è l’unica via della speranza e della pace.

L’esatto contrario del dogma moderno del successo ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo, del dogma moderno della rimozione degli ostacoli sul proprio percorso, a qualsiasi costo, ed a qualsiasi prezzo. Anche al prezzo del dolore, anche al prezzo del conflitto. I guai del nostro mondo non provengono dall’esterno, ma dall’interno, da un motore della storia sempre più imballato e sempre meno performante rispetto alle sfide che lo attendono al varco.

Il segreto del successo

Bosso

La contemporaneità giudica la validità delle persone, delle loro ambizioni, dei loro progetti, essenzialmente in base al successo ottenuto. Se una persona ha successo è meritevole di pubblica considerazione, dato che rilevanza e consenso sono affini sino ad equivalersi.

Affermarsi significa spesso agire “al di là del bene e del male”. Anche il giudizio morale, superati i criteri tradizionali del conformismo o della pace interiore,  si riduce al favore generale ottenuto. Chi vince ha sempre ragione, anche quando sta dalla parte sbagliata, e chi perde ha sempre torto, anche quando sta dalla parte giusta.

Le persone di successo godono di ampi margini di elasticità di giudizio prima di cadere in disgrazia, mentre al contrario le persone comuni, ritenute mediocri, son costrette a viaggiare su un crinale molto più stretto per non cadere nella pubblica condanna.

Presso la percezione generale è avvenuta una mutazione della sensibilità e del costume, che spinge chi può, a procacciarsi forme di successo in ogni ambito ed in ogni contesto. In mancanza di grandi occasioni prodotte dal rango, dalla cultura, da posizioni di privilegio pregresse, le nostre residue comunità si disgregano per ricostituirsi in strutture verticistiche sempre più diffuse.

Lo scopo è chiaro per quanto inconscio, e cioè quello di produrre tramite la competizione, sempre più opportunità di riscatto dalle sconfitte precedenti.

Come si diceva un tempo a proposito dei conflitti militari: servono guerre per diventare generali.

Il successo celebra una forma esteriore di completezza, esso è una specie di beatificazione laica e mercantile che ha surrogato ogni altro tipo di ricerca della felicità. Al conseguimento della propria affermazione, si sacrifica ogni altro valore con cui dovesse trovarsi in contrasto. Ottenere successo è del resto relativamente semplice: basta convincere gli spettatori neutrali che si sta ottenendo davvero grande popolarità. Il successo si nutre della sua stessa percezione, esso è un paradossale metodo di propagazione della fama, che si avvita nella sua stessa rappresentazione artificiale fino a concretizzarla.  Alle sue radici spesso vi è il nulla, per quanto il suo traguardo possa essere il tutto.

Convincere gli altri del proprio successo è la migliore garanzia per ottenerlo davvero, perché più di ogni altra cosa al mondo le persone provano piacere nel rendere omaggio ai persuasori. Ottenere i favori del pubblico, significa  riuscire a trasformare la naturale invidia per il talento nella devozione dovuta al prestigio.

Stimola il privilegio di partecipare alla celebrazione dei prediletti.  Per quanto artificiale, la fama si autoalimenta da sola, indipendentemente dalla fatica, dal merito, dalle circostanze.  Lo sforzo prodotto in questo processo, solitamente svuota di contenuti e prevede un prezzo piuttosto alto. Il successo che lancia i grandi personaggi opera spesso a svantaggio della persona, e non è raro riscontrare inquietanti aspetti interiori in modo commisurato al consenso esteriore.

Forse aveva ragione davvero Oscar Wilde, e per ogni uomo splendido ed amato dal pubblico, c’è in giro un quadro che avvizzisce ed invecchia segretamente al posto suo.

Il peso dell’ anima

Rosso di sera

Nonostante la sua natura immateriale l’ anima ha un suo peso, un peso tanto più grande quanto è grande l’uomo che ne viene animato. Questo fardello è inerente ed implicito alla vita stessa, che sembra poco adatta alle persone d’animo più sublime.

C’è uno scarto evidente tra il vertice dello spirito umano e lo svolgimento dei fatti. Le persone più sensibili e nobili si ammalano più facilmente di tristezza.
Le persone più nobili si accorgono presto di non essere “di questo mondo”, un mondo rovesciato, dove il meglio di sé porta più infamia che pace.

Il mondo in cui le anime migliori si sentono spaesate premia i vizi più dei meriti, premia i peccati più della grazia.

Il mondo solitamente premia la volontà, che è la fonte naturale del male in quanto solitario strumento di ricerca del potere. Il mondo solitamente premia poco la conoscenza, che è sempre fonte di bene in quanto strumento di relazione armoniosa.

C’è dunque uno scarto costante tra qualità individuale e premio conseguito presso i propri simili.
Questo scarto tra la nobiltà d’animo e il destino, è l’immagine stessa della storia, tanto che uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Friedrich Nietzsche, ha scritto queste formidabili parole:

“Voi che grazie alla vostra grandezza cercate la via del tramonto, state tranquilli. State tranquilli perché le vostre virtù, vi porteranno presto in rovina”.

Forse non  bisognerebbe stimolare i giovani ad eccellere per conquistare il proprio posto nel mondo premiando in modo artificiale le loro qualità, come se questo si riflettesse spontaneamente nel loro percorso di vita futura.

Il mondo lo conquisteranno sempre i mediocri capaci di trovare consenso presso i mediocri.

Occorre per quanto possibile accettare l’assurdo rassegnandoci al peso dell’anima e sostenendolo con leggerezza. Il vero traguardo dovrebbe consistere nel limitarsi a conquistare se stessi, evitando di scivolare nel consueto e stucchevole errore, che confonde il successo con il valore.

 

Tra paura e meraviglia

Misa

Giornalisti, intellettuali, pensatori, si interrogano sul senso di smarrimento che sembra opprimere il nostro presente.  Un presente sempre più pervaso dalla paura.

I contemporanei, spesso sazi e felici a loro stessa insaputa, enfatizzano le proprie ambizioni frustrate, e focalizzano la propria attenzione sulle inquietanti previsioni dei troppi profeti di sventura.

Il conflitto sembra regnare ovunque, gli squilibri sociali, economici e culturali sembrano acuirsi, la pace sembra sempre più lontana sino a perdersi nell’utopia.

C’è un pessimismo dilagante, alimentato anche dalle istituzioni laiche e religiose di ogni paese, che identificandosi nelle specifiche negative letture della realtà, omette di riconoscere i limiti delle proprie prospettive. Del resto alle religioni si potrebbe obbiettare di non aver saputo realizzare la giustizia divina, allo stato di non essere stato in grado di mantenere i sottoscritti impegni di crescita e sicurezza, all’economia di essere tutt’altro che capace né interessata a diffondere benessere per tutti.

 

Dunque l’umanità, misteriosamente abbandonata dalla provvidenza o per sopraggiunta perversione e mediocrità generale, dovrebbe rinunciare alla speranza di un possibile mondo migliore di questo?

 

Una domanda retorica antica quanto la storia, sempre soggetta a timori apocalittici che periodicamente la assediano, e che spesso le forniscono lo slancio per superare le avversità. Il mondo che ogni singolo uomo vede non è il mondo reale ma solo una sua plausibile rappresentazione, una ricostruzione astratta che la cultura, la  volontà, lo spirito, lo autorizzano a mettere in scena.

Un primo sospetto sulla liceità del pessimismo dilagante, dovrebbe provenire dalla accurata selezione delle minacce e dei pericoli generali,  ottenuta defilando le concrete vittorie sulle ingiustizie, gli squilibri,  le malattie, e tutti i mali storici del mondo.  Vediamo sempre un presente peggiore di quello vero.

Questo errore è poi accentuato dalle logiche del consenso implicite ai mezzi di divulgazione delle informazione, configurati per valorizzare il male e la paura, molto più incisivi e convincenti rispetto a tutto ciò che è positivo. Tuttavia la questione fondamentale forse resta un’altra.

L’errore più grave,  consiste forse nel ritenere il tempo una freccia scagliata verso quei “cieli e terra nuovi” di cui parlano le religioni,  prese in prestito con astuta enfasi dai sistemi di pensiero moderni, e che in realtà ne hanno snaturato completamente il significato.

I cieli nuovi della modernità sono una specie di paese dei balocchi, chimera impossibile persino per le nazioni più ricche e potenti, figuriamoci per tutte le altre con un destino sempre più incerto e peggiore del nostro, appese a soluzioni che non sono in grado di autodeterminare.

La modernità ha sostanzialmente sposato teorie materialiste, sia nella visione marxista, in quella scientifico/tecnologica, ed in quella della società di mercato, paradossalmente alleate e coese in direzione dello stesso grave equivoco.

La maggior parte dei problemi di ogni paese del mondo, non è direttamente e semplicisticamente riconducile a questioni numeriche e materiali.

Le persone hanno bisogno anche e soprattutto di speranza, giustizia, bellezza, arte, spiritualità. Idee condivise, solide e feconde, tanto che  spesso l’economia e la ricchezza sono il riflesso di questi valori, molto più di quanto non avvenga in senso contrario.

La felicità non può consistere solo nell’accumulo, nel successo, nella conquista, nel controllo. Non può consistere  nell’escludere i pericoli e i pericolosi, pensando che i confini ed i muri possano relegare all’infinito i cattivi al di fuori del nostro bel castello pieno di tanta brava gente onesta e meritevole.

La speranza acquista significato se è condivisa, se ha un ampio respiro nel tempo, e significativa diffusione globale.

La gioia,  non ha schemi, essa è una “outsider” nelle rappresentazioni del bene e del male, del bello e del brutto, del piacevole e dello spiacevole, della ricchezza e della povertà.

In attesa di improbabili e definitivi “nuovi ordini mondiali”, occorre riconoscere nel “disordine” del nostro tempo una formidabile spinta al miglioramento personale. La vita è sempre continuata nonostante disastri di ogni genere, e le persone colpite da sciagure non sono mai state meno piene di poesia e di vita di quelle sazie  e spensierate.

“Chi soffre ama la vita più di chi gode” dice un proverbio,  perché la felicità è fuori dalla logica, dal razionalismo, dagli schemi e dalle aspettative.

La felicità non si compra e non si conquista, pervadendo naturalmente chi si lascia prendere dalla spontaneità e dalla bellezza della meraviglia, dono gratuito del tempo alle persone autentiche.

L’ unica rivoluzione possibile

Tramonto marino

Nonostante le paure, il malcontento, la rabbia, tipiche del nostro tempo, la parola rivoluzione è scomparsa dal dizionario politico e privato. Eppure i motivi per ribellarsi sarebbero più forti oggi che nelle stagioni tumultuose del recente passato.

Le generazioni precedenti hanno ottenuto un progresso economico, professionale ed in termini di prestigio che sarà negato alla maggior parte dei propri figli.

I giovani non progettano e non parlano di rivoluzioni perché non ne posseggono la forza, non tanto materiale ma soprattutto ideale e culturale.

Non hanno guide all’ altezza, non hanno modelli realistici e funzionali, e non dispongono di un linguaggio realmente rivoluzionario idoneo. Le parole comportano una visione della realtà, una sua rappresentazione possibile, una narrazione immaginaria che anticipa i fatti, più ancora che descriverli.

I populisti odierni, non possono credibilmente interpretare il ruolo di guide rivoluzionarie, semplicemente perché il loro non è un linguaggio, se con questo si intende la capacità di immaginare un mondo davvero nuovo.I loro slogan evocano una contro-cultura, la loro politica è contro-democratica, le loro soluzioni economiche sono spesso banali, inapplicabili, controproducenti. Non posseggono progetti di ri-voluzione ma solo di in-voluzione,  e non cavalcano idee nuove ed aperte, ma istinti vecchi e rivolti alla conservazione. Destinati a soccombere sotto la pressione dei cambiamenti esterni.

L’unica figura autorevole che parla un linguaggio realmente rivoluzionario, è forse rimasta quella del Santo Padre.

Le sue espressioni non sono rivoluzionarie tanto o solo nei riguardi della chiesa che guida, ma piuttosto nei confronti dei nostri modelli antropologici. Le parole pace e speranza, sono spesso associate ai sentimenti di tolleranza, accoglienza, compassione, perdono. Terminologie che travalicano le omelie e si insinuano tra le righe delle cronache ed investono ogni aspetto esistenziale. Il messaggio di cui il Pontefice è portatore, non prevede il proselitismo o l’indottrinamento, ma è un messaggio diretto a cambiarci il cuore.

Quando si evocano “muri da abbattere e ponti da costruire” non si descrive una astratta rappresentazione, moralmente buonista quanto ingenua.

Si tratta del linguaggio universale ed ambizioso, che l’unica autorità sopravvissuta al tramonto dell’occidente, mette in campo nei riguardi di quel che resta della sua grandezza spirituale.

Una sfida che coraggiosamente smaschera l’equivoco più tradizionale, convinto di poter conciliare volontà di potenza con ricchezza morale. Un equivoco insostenibile, giunti sull’ orlo del precipizio. Le parole del Papa sono semplici e chiare, ci ricordano che non è l’interesse cieco, personale, nazionale,  a regalarci la pace.

Saranno le aperture, non le chiusure, a renderci più sicuri nei riguardi degli strali subdoli ed inquietanti che aleggiano sul futuro.

Inquietudini a volte motivate, altre volte solo frutto del nostro linguaggio inadeguato che si arrende alla paura.

Sono le parole a creare la realtà, perché le parole formano gli strumenti cognitivi ed emotivi con cui guardiamo ogni cosa. Ogni cosa ci appare, secondo le regole che impostiamo descrivendole e raccontandole. Le parole che esprimono ordine, sicurezza, difesa, controllo, sovranità, potenza, sembrano scontate ma si avvitano in una spirale senza sbocco.

La rivoluzione della parole può cambiare il futuro.

Parole come inclusione, accoglienza, perdono, compassione, tolleranza, trasparenza, fiducia, coraggio, debbono sedimentarsi nel tessuto pubblico e privato.

Un compito gravoso che ciascuno deve sentire suo, senza attendere che parta dall’alto, da quei generici “piani alti”, che spesso esistono solo per fornire alibi ad una certa inadeguatezza e viltà.

Il linguaggio nuovo da cui dobbiamo lasciarci attraversare,  non rappresenta affatto la resa dei nostri valori, ma ne esprime forse, l’ultima fonte di credibile legittimazione.

Il mio paradiso perduto su questa Terra

Dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore

dice il vangelo, ed il mio cuore per molti anni, è vissuto in uno dei luoghi profanati dalla violenza del sisma di questi giorni.

Castelluccio di Norcia non è mai stato per me un luogo di quelli in cui si va in ferie, fatto di leggerezza e di evasione. Nell’ Italia annoiata degli eccessi, dei grandi paesaggi dell’ industria del turismo, questo paese ha conservato intatto il fascino della natura selvaggia. Nel terribile momento che Castelluccio sta vivendo, il mio sguardo è attonito. E’ completamente incapace di accettare la “normalità” della violenza geologica.

Alle pendici del monte Vettore, situato sul colle che domina le praterie del Pian grande e del Piano perduto, Castelluccio si staglia nella sua magica collocazione scenica. Luogo fiabesco ed incantato che è’ il  simbolo stesso del parco montano che porta il nome della maga Sibilla. Tutto riecheggia ed affascina l’osservatore, già sedotto ed inebriato dall’ immersione nella troppa bellezza.

Per molti anni il mio cuore è stato lì, come speranza di un qualcosa che assomigliasse davvero al paradiso, “giardino” oltre il confine del mondo. E’sempre stato un luogo speciale in cui l’anima smette di cercarsi, soddisfatta di trovarsi.

I suoi confini hanno nomi noti: l’ Inghittitoio, Forca Viola, Palazzo Borghese, Il Redentore e il Lago di Pilato,  in cui nuota il raro crostaceo Chirocefalo.

Luoghi in cui si fa trekking o si pedala, si fa deltaplano o parapendio, accanto a pastori, a greggi e alle coltivazioni della lenticchia.

La località da tempo è stato scoperta dal turismo di massa, e questo ha un poco intaccato la maestosità. I silenzi, la struggente poesia… Scomparsi. Per questo negli ultimi anni l’avevo abbandonato, ed ora ne provo rimorso, come verso un amico tradito.

Pellegrinaggio

Credo che la parola più adatta ad esprimere le motivazioni dei miei viaggi a Castelluccio fosse quella del pellegrinaggio.

La grande bellezza della natura, che sa generare un’ attrazione religiosa, metafisica, quasi surreale. Un invito al pellegrinaggio per meritare la pace. Ora la matrigna ha prevalso, e la grande madre terra ha profanato se stessa, la natura ha offeso la sua bellezza. Ora la montagna è spaccata, le persone franate e crollate come case e strade.

Lentamente gli uomini ricostruiranno. La bellezza tornerà protagonista. La natura cieca e selvaggia riprenderà il suo equilibrio come nulla fosse accaduto. La ferita nella memoria dovrà chiudersi e cicatrizzarsi, ma un Eden  ferito non è più un paradiso.

Un paradiso ferito ha il sapore amaro di una disfatta, l’immagine di un amore rapito, di una musica interrotta.