Il desiderio di infinito che portiamo nel cuore

il desiderio

Il desiderio: tutti ne parlano, ma qual’è il suo significato profondo? Può capitare di chiedersi cosa ci sia dietro quella spinta irresistibile che ci induce ad esigere con intensità prossima al dolore una persona, un successo, , qualunque cosa divenga l’oggetto dei nostri sogni.

Già nell’etimologia, de-sidera rimanda alle stelle, agli astri, e nel desiderio si nasconde quel bisogno di infinito che contraddistingue l’essere umano come se si sentisse a casa solo nel cielo, tra gli astri e la loro sublime bellezza. Tra il desiderio, inteso spesso in maniera morbosa e riprovevole, e il cielo come luogo ideale della perfezione e della grazia, vi è immediata e duplice interdipendenza.

Molte tradizioni insegnano a dominare il desiderio come se esso fosse il principale freno della perfezione e della gioia, ma i due poli si determinano e si misurano a vicenda, in un rapporto dualistico in cui nessuno esiste senza l’altro. Questa  dicotomia, tipica delle tradizioni medievali, è insufficiente per cercare di approfondire l’origine del desiderio stesso. Per andare alla radice della questione e risponde alla domanda iniziale, occorrono altre discipline, altre strutture di pensiero, altre categorie di indagine.

La filosofia insegna che la libertà è una azione di annientamento di sé, è l’atto in cui ci si annulla  (Jean Paul Sartre). Per poter essere liberi occorre rinunciare al proprio essere determinato dall’istante precedente e dalla somma delle loro cause  per tuffarsi una esperienza inedita e sconosciuta. La filosofia chiama tutto questo come un passaggio nel nulla, il niente che l’uomo, nell’intimo della sua coscienza, percepisce come l’origine profonda di sé e di tutte le sue angosce.

Ogni paura è in fondo un surrogato dell’angoscia primordiale, basata sulla percezione del proprio niente, del proprio nulla, e del ritorno a questo nulla e a questo niente, che incombe su ciascuno come spada di Damocle, che polarizza ogni nostro altro orizzonte, ogni nostra altra attenzione.

La libertà fa paura, a tutti, sempre. L’angoscia della libertà è l’angoscia del niente, ma per poter vivere, per poter andare avanti, l’uomo ha continuamente bisogno di piccolo o grandi risultati tangibili, di piccole o grandi vittorie basate su un qualche cosa di oggettivo che lo distolga dall’angoscia del suo niente. Nel calcolo matematico esiste un’unico valore capace di strappare al nulla una quantità reale, e questo è l’infinito.

Ogni desiderio è desiderio di infinito, in cui per scappare dal niente si cerca di perdersi nella speranza di un tutto. La forza irresistibile del desiderio è commisurata alla posta in palio che si prefigge di raggiungere, e cioè l’infinito, la dimensione totale dell’essere e della comprensione delle cose. Anche per questo il suo fine è irraggiungibile in questa vita, in cui la finitudine, la dimensione piatta, numerica, quantificabile, mal si concilia con il cielo, con la sete perpetua di infinito a cui il desiderio sempre, implicitamente rimanda.

Ogni ambizione umana parte dunque dal bisogno di superare l’angoscia primordiale, e sembra destinata a fallire se misurata con le categorie di calcolo e di pensiero del nostro presente. Nulla sarà mai sufficiente, nessun risultato, nessuna impresa, nessun amore, saranno mai paragonabili alla sete di totalità che il desiderio prevede.

Anche questo è il peso di vivere, anche questo è il fardello dell’essere che ci portiamo costantemente dietro, e che con mirabile intuizione ha espresso un grande poeta:

“Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo…”

(Fernando Pessoa)

Il niente è la manifestazione dell’essere

Il niente

Ricorrenti nel nostro linguaggio le frasi che si riferiscono al niente. Spesso in senso negativo, dispregiativo, come fuga dalla realtà, come fuga dall’essere. Tutto il mondo ricco accumula soldi, accumula paura per evitare l’inferno del Niente. Il niente fa molta paura al mondo che cerca di possedere e comprendere il tutto.
Il Niente ci sembra spaventoso, nel nostro linguaggio è indice di irrilevanza e inconsistenza (non contare niente, non fare niente, di lui non si sa niente ecc).

Eppure il niente è l’essenza di ogni cosa. Essere e Niente si completano e si costituiscono ciascuno su misura dell’altro. 
Questo riguarda in particolar modo la conoscenza, che è sempre una tecnica di confronto per sottrazione. E’ il niente, che ci fa conoscere le cose. Conosciamo le cose e gli altri per sottrazione.

Io “non” sono gli altri e le cose è un processo di conoscenza tramite una tecnica di annullamento, o se si vuole di “nientificazione”.
Il niente è l’altra polarità dell’Essere in quanto anche grammaticalmente è il Ni-Ente. Cioè il niente nega l’ente, non l’essere.
Nemico dell’essere non è il ni-ente ma l’ente.

Le frasi sul niente che spesso usiamo nel nostro intercalare quotidiano, non tengono conto che il niente, anche grammaticalmente, è la struttura portante dell’essere.  Semmai l’errore sta nell’ente, nell’entità, confusa nel nostro linguaggio nel nostro modo di pensare, con l’essenza delle cose. Questo comporta una distorsione qualitativa profonda, un fraintendimento gravido di conseguenze.

L’ente è la dimensione fisica, cartesiana, dell’essere, ma non é l’essere e anzi piuttosto lo nasconde.  Se l’essere è sostanza, l’ente è la sua apparenza.
L’occidente de-spiritualizzato confonde purtroppo molto spesso l’essere con l’ente, e dato che l’ente è materiale e calcolabile, l’occidente pretende che l’essere corrisponda alla quantità. L’essere, confuso con l’ente, viene misurato, calibrato, configurato e celebrato, tramite le sue coordinate numeriche.
Conta sapere quanti sono i soldi incassati, quanti  i voti presi, quanti sono i clienti, quanti i like ricevuti, quante le copie vendute, quanti gli amori vissuti.

Ma l’ente è solo il fantasma dell’essere, non la sua identità, spesso nemmeno la sua emanazione.
L’essere di ogni cosa, lo spirito di ogni cosa, è dietro l’apparenza dell’ente.
L’essere è nella negazione dell’ente. L’essere vero e puro é senza ente. È ni-ente, è assenza. L’assenza non indica l’inesistenza, ma l’attesa “tradita” di una presenza richiesta, forse cercata nel posto sbagliato.

Le frasi sul niente che siamo abituati a pronunciare, il nostro linguaggio che usa il niente in senso spregevole, deformano anche il rapporto tra l’Essere più importante per definizione, Dio stesso. Proprio per quanto si è detto Dio è Ni-Ente, proprio per quanto si è detto Dio è l’assente per antonomasia. Questo non significa affatto che Dio non esista, ma che al contrario, dal punto di vista dell’Essere, è più reale e concreto di tutti gli enti materiali che incontriamo.
È assente, solo perché lo cerchiamo invano, nella dimensione dell’Ente.

Uguaglianza sociale nell’era post moderna

uguaglianza sociale

L’uguaglianza sociale è ancora un valore o solo un romantico ricordo di un mondo che non esiste più? Capita spesso di sentir dire che la divisione tradizionale tra destra e sinistra non abbia più ragion d’essere, e che quindi i rispettivi valori, giocati attorno ai tema dell’uguaglianza e della diversità, tendano a confondersi sino a sfumare e quindi scomparire. Ma è davvero così?

In primo luogo la differenza tra destra e sinistra storiche riguarda anche aspetti squisitamente culturali e filosofici, molto marcati, che esulano dalla questione inerente alla giustizia sociale, di cui l’uguaglianza sarebbe l’emblema, il discriminante. Di questi aspetti non si parlerà per ovvi motivi di spazio divulgativo, concentrandoci prevalentemente sul tema dell’equità sociale. Da dove deriva il bisogno degli uomini di credere, ambire e lottare per il valore dell’uguaglianza? Dall’assunto della diversità, che non esclude affatto l’equità ma la sfida, ne è compartecipe, la risolve e la completa.

Tutto ciò che è umano non si risolve in un’unica direzione, ma nella compresenza di più direzioni diverse. L’uomo è una contraddizione, una sintesi di opposti, e l’uguaglianza e la diversità non si escludono affatto, ma si valorizzano vicendevolmente attorno al mistero della libertà e della dignità personali. Ogni uomo è contemporaneamente diverso e uguale. Ogni individuo è unico geneticamente, culturalmente, psicologicamente, spiritualmente. C’è chi è basso, chi è alto, chi moro e chi biondo, chi balbetta ma è uno scienziato, chi parla con disinvoltura ma è claudicante. L’umanità contiene enormi diversità caratteriali in ogni dimensione: etnica, nazionale, politica, religiosa, regionale, locale. Personale.

La diversità tuttavia, in quanto constatazione naturale, visibile e contingente, non può far perdere di vista l’esigenza altrettanto umana e imprescindibile della giustizia. Pur nella ovvie diversità, gli uomini presentano altrettanto naturali diritti che richiamano la loro uguaglianza. Uguali davanti alla legge, uguali nella dignità, nel diritto al rispetto, uguali nel diritto all’accoglienza, alla libera espressione di sé stessi e dei propri valori quando questi non arrecano danno agli altri. La libertà resta un mistero insondabile quanto necessario, ma la libertà può esistere solo in coabitazione con la giustizia, e quindi con l’uguaglianza.

Da questo punto di vista la post modernità, con la sua post verità, e verosimilmente nella sua post politica, ricaccia l’uomo nel buio delle caverne, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, e lo sfarzo, l’auto celebrazione dei più fortunati, dei più “meritevoli” come si usa dire, di alcuni cittadini del cosiddetto primo mondo, quello “civile” industrializzato e libero. Molti studi sociologici concordano nel ritenere in forte aumento le diversità sociali in tutto il mondo. La disparità tra paesi ricchi e paesi poveri tende ad aumentare, così come la disparità di redditi all’interno delle stesse nazioni.

La disparità di accesso ai servizi essenziali, all’acqua, al cibo, all’istruzione, alle cure sanitarie, tende ad accentuarsi. Un fenomeno chiaro anche all’interno delle nazioni più prospere e progredite, dove si sta progressivamente rinunciando alla tensione verso l’uguaglianza come percorso politico, superato dal mito delle opportunità e del diritto all’arricchimento, tipico della cultura cosiddetta liberal democratica. E se da un lato è normale che i “burocrati” della finanza, i leader conservatori e i loro sostenitori, propagandino tali rappresentazioni della realtà, lo è un pò meno dal punto di vista strettamente popolare.

E’ il popolo, le idee che circolano tra la popolazione, ad avvalorare il diritto alla diversità più sfacciata e intollerabile. E’ la popolazione ad essersi “fatta una ragione” in merito alla dilatazione delle differenze di stipendio tra un amministratore delegato e i dipendenti, passata in cento anni da un rapporto di venti a quello di mille. E’ nella cultura in auge che si tollera il fatto che un vincente allenatore di calcio percepisca mille volte lo stipendio di un vigile del fuoco, o di un medico appena assunto al pronto soccorso.

Se il comunismo è morto, si potrebbe forse dire che il capitalismo non si sente tanto bene. Ci mancano nuove visioni del presente, della storia e del futuro. Già l’idea stessa di una “visione” della realtà presuppone cultura, e la cultura nasce nella riflessione, del dubbio, nel confronto. Ma la cultura nasce sempre anche dai valori. E il valore dell’uguaglianza sociale non può sparire senza trascinare con sé la scomparsa della cultura della cosa pubblica e della convivenza civile.

 

Democrazia incompiuta e fantasmi del passato

democrazia incompiuta

Riecheggia spesso nel dibattito sulla nostra storia repubblicana, la nozione di democrazia incompiuta. Proprio in concomitanza con l’anniversario dell’assassinio del grande statista democristiano, Aldo Moro, può valer la pena riflettere sul legame profondo tra le tensioni, le guerre civili “fredde” o a “bassa intensità” che il nostro paese ha dovuto patire, rispetto alla incompiutezza del nostro percorso civile e democratico.

40 anni fa moriva Aldo Moro, e come dice suo figlio Giovanni “il suo fantasma ci perseguita ancora”. Il suo sangue, ci perseguita ancora come ci perseguita ogni sangue che scandisce sempre i momenti più drammatici della storia.  La nostra democrazia nasce nella guerra di liberazione, e subito dopo il suo insediamento, subisce enormi pressioni internazionali dovute alla guerra fredda: scatta il fattore K, l’impossibile alternanza, la democrazia è bloccata.

Poi gli scontri di piazza, poi gli anni di piombo, le brigate rosse. Il periodo in questione ha visto la morte di 450 persone e oltre mille feriti in circa 15 mila attentati. Ci sono a dir poco ombre anche da parte di pezzi dello stato.

Poi arriva la fase dei processi di “Mani pulite”,  e ne consegue la distruzione del quadro politico ereditato dalla seconda guerra mondiale.
Poi il berlusconismo e la nuova “guerra civile fredda”. Scontri istituzionali inediti, l’odio tra gli italiani viene alimentato tra chi è pro e tra chi è contro Berlusconi. Ora i “populisti” così definiti dai loro avversari, a loro volta considerati “vecchi”, “corrotti” e “superati”dai nuovi movimenti popolari.

Questo elenco non può né vuole essere una impossibile equiparazione tra questioni di gravità e qualità molto diverse. Tuttavia il filo conduttore tra i fenomeni descritti è la violenza, esplicita o implicita, spesso oscura, le cui trame non vengono mai definite una volta per tutte, con tutto ciò che questo implica sul piano della verità e dell’elaborazione degli avvenimenti presso il sentire comune.

La contrapposizione faziosa, pretestuosa, feroce, irriducibile, fa parte forse del nostro corredo antropologico. Un corredo che prevede lo scontro nascosto, fortunatamente nel recente senza vere rivoluzioni sanguinose vinte o perdute, ma al contrario striscianti, e quindi a loro modo comunque debilitanti per la salute del paese.

Lacerazioni sociali che spezzano il tessuto culturale, umano, politico, fratture in cui ogni fazione crede di essere nel giusto e si ritiene in doveroso diritto di giudicare l’altra corrotta e indegna. Questo accade nelle corporazioni professionali, accade tra aree geografiche, tra nord e sud, tra tifoserie sportive. Un retaggio che il passato rovescia sul presente e lo condiziona. La democrazia incompiuta deriva forse dall’incompiutezza di un vero processo di unificazione nazionale, qualcosa di fondamentale e che va ben oltre l’unità amministrativa e i confini politici.

I problemi sono molto profondi e sono figli del passato. Forse nessuna legge elettorale, nessuna legge sul conflitto di interessi, nessuna eliminazione dei vitalizi,  per quanto comprensibili e auspicabili, potranno mai sradicarli definitivamente.
Siamo un paese bellissimo, prospero, pieno storia, cultura, pieno di persone perbene. Ma la nostra repubblica non è mai stata davvero in pace.

La nostra democrazia incompiuta, è la diretta conseguenza del nostro incompiuto processo di pacificazione nazionale. Una mancata pacificazione che si manifesta come un fantasma, uno spettro che toglie il sonno, e che cerchiamo di esorcizzare nel comodo e vile alibi dell’odio e della paura verso gli stranieri.

Il problema raramente è fuori, molto più spesso è dentro, di qualsiasi processo si tratti. Nessuno, forse, mette davvero a repentaglio i nostri valori, la nostra integrità territoriale, la nostra incolumità personale. Forse è’ un autentico spirito di patria che ci manca. Quello spirito di patria conquistato da chi ha avuto il coraggio di regolare i conti con le proprie ombre, i propri errori , i propri fantasmi, riappacificandosi con la sua storia.

La speranza è un sentimento legittimo

La speranza

La speranza non è  un sentimento futile e screditato dagli eventi sfavorevoli. La speranza è un sentimento più che legittimo, a cui gli uomini si rivolgono per attingere il meglio delle proprie energie, il meglio delle proprie forze, il meglio di se stessi. Sperare il bene non riguarda solo lecite aspettative sul destino, sul futuro benevolo. Sperare è un sentimento interiore, che si rivolge legittimamente verso se stessi.

La speranza non riguarda quel che succede solo nel mondo, ma riguarda il diritto di aspettare da se stessi una realtà psicologica e spirituale in divenire. Riguarda il diritto di attendersi di essere migliori, migliori di quanto sembriamo, o di quanto realmente, attualmente siamo. Ogni uomo non è quel che fa. Ogni uomo non è le sue azioni, ma ogni uomo è quel che sa sperare per se stesso e per gli altri. Per le persone che ama.

Noi non siamo le nostre azioni. Le nostre azioni sono frutto della nostra identità. Ma noi non siamo la nostra identità, e proprio per questo siamo liberi. Proprio in questo consiste la libertà, nella facoltà di non essere vincolati al principio di identità, ma di essere sempre distanti, sempre in divenire, sempre in fuga, rispetto a quel che siamo. Le nostre gesta sono vincolate alla nostra identità. Facciamo quel che siamo.

Per nostra fortuna noi non siamo “solo” noi stessi. Per l’uomo il principio di identità “io uguale me” non vale. Tra l’io e il me c’è distanza, e nessuno è la persona che vorrebbe essere. Non è un incidente esistenziale, è la semplice manifestazione di quello che chiamiamo libertà. O che chiamiamo comunemente anima. Noi non siamo quel che facciamo semplicemente perché tra azione e identità vi è stretta conseguenza, come per gli animali, come tutto quello che avviene in natura.

La distanza tra l’io e il me, la distanza esistenziale la nostra identità e quello che vorremmo essere è la manifestazione eloquente della nostra libertà. Pertanto ogni uomo non è quello che fa, che è la stessa cosa che dire che “è quello che è”. Ogni uomo non è le sue azioni, naturalmente conseguenti alla sua identità, ma ogni uomo è il suo divenire, la sua speranza, il suo futuro, la sua traiettoria esistenziale più profonda.

Ogni uomo appartiene al suo essere naturale solo nel tempo passato. Nel tempo presente ogni uomo fronteggia la sua identità, e la oltrepassa definitivamente nel suo tempo futuro. Il tempo, in quando fenomeno naturale, funge da piedistallo al fenomeno sovrannaturale della libertà. Il tempo ci permette di sperimentare i nostri possibili, le nostre possibili identità future, ancora da sperimentare, ancora in divenire.

Quindi la speranza è un sentimento legittimo, è la tensione esistenziale verso il nostro migliore modo futuro di esistere, è come se la nostra anima cogliesse la sua legittimazione, la sua credibilità, nella traiettoria temporale protesa verso il futuro, liberandosi magicamente dalle scorie del passato.

Questo è il motivo per cui la speranza come sentimento legittimo si coniuga necessariamente con il perdono, con la tolleranza, con l’accettazione e l’accoglienza. Se ogni uomo beneficia del diritto di sperare come sentimento di proiezione verso il suo futuro, ogni uomo ha il diritto di essere perdonato per il male che commette conformemente alla sua natura presente.

Ogni uomo deve perdonare i suoi simili per permettere ai suoi simili di giungere ad essere quel che ancora non sono, e che sono chiamati ad essere, dalle loro più profonde speranze.

Nel conflitto interiore il segreto dell’amore

conflitto interiore

Il conflitto interiore non è un inutile peso sull’anima, un sintomo di incompletezza, un incidente esistenziale. Il conflitto interiore, per quanto penoso, per quanto vorremmo farne a meno, è il vero motore dell’anima, è lo scrigno segreto, che paradossalmente, genera l’amore per se stessi e per gli altri.

Sappiamo che per amare occorre conoscere. Sappiamo della perfetta e vicendevole equivalenza tra conoscenza e amore. Amiamo solo quel che conosciamo e conosciamo solo quel che amiamo. Al contrario, non amiamo quel che non conosciamo, e non conosciamo, quel che non amiamo. Vale per ogni cosa, per ogni tipo di relazione, anche nella relazione con se stessi.

Quindi tutto parte dalla conoscenza. Ma c’è un problema: conosciamo il mondo, le cose, la realtà, solo per sottrazione, per distacco, per differenza, per opposizione. Conosciamo le cose sottraendoci dalle cose. Conosco una sedia, una penna, un’automobile, soprattutto perché io non sono una sedia, una penna, un’automobile.

Ogni cosa che conosciamo la determiniamo in quanto diversa da noi, in quanto contrapposta a noi. Qui sorge un problema. Se ciascuno fosse completamente e veramente se stesso, senza conflitti interiori, sarebbero guai. Applicando il criterio della sottrazione su se stessi, se fossimo aderenti, perfettamente coincidenti col nostro essere, sarebbe impossibile conoscersi. L’equazione io uguale me, porterebbe ad annullare la conoscenza. Io meno me, uguale zero. Accade verosimilmente ai fanatici, ai sedicenti puri, ai convinti di essere perfetti, perfettamente identificati in una idea assolutizzata.

Fortunatamente, nelle persone comuni l’io e il me, non coincidono. “io” non sono “me”, e pur nella sofferenza di non essere me stesso, posso conoscermi proprio perché sono “l’essere che non sono” (Jean Paul Sartre). Proprio perché sono contemporaneamente giusto ed ingiusto, paziente e irascibile, santo e perverso, umile e vanitoso, proprio per questo posso conoscermi. E se posso conoscermi, posso amarmi. La distanza tra l’io e me, tra la persona che sono e quella che vorrei essere, è la mia libertà, è la mia anima.

Solo le persone che percepiscono la propria controversa natura, che patiscono a volte il peso della propria incoerenza, il peso di essere di volta in volta sfuggenti a se stessi ed estranei  a se stessi, solo le persone così sviluppano un sincero amore di sé. Quell’amore di sé che estende spontaneamente la sua vocazione all’amore verso l’esterno, verso ogni cosa.

L’amore di sé non è una colpa, un peccato. L’amore di sé è la prima e autentica forma di vero amore, così vero, così autentico, da sentire l’irrefrenabile bisogno di estendersi verso confini sempre più ampi. L’odio antisociale così spontaneo, così diffuso, proviene dall’incapacità di conoscersi, dall’incapacità di amarsi, dall’incapacità di abbracciare e accogliere il mistero che è dentro di noi. L’odio per gli altri è solo un meccanismo di difesa, un espediente per distrarci dal disprezzo che proviamo per noi stessi.

Ecco perché solo le persone controverse, incoerenti, forse persino ambigue, solo le persone che sentono il peso di non essere come vorrebbero essere, solo quelle che patiscono il proprio conflitto interiore, sanno davvero amare, sanno davvero donarsi. Forse proprio per questo nel vangelo Cristo frequentava i peccatori, e si trovava perfettamente a suo agio con loro. Forse proprio per questo “Gli ultimi saranno i primi”. Forse proprio per questo “I pubblicani e le prostitute, vi passeranno davanti”.

 

Il populismo di oggi è quello di sempre

populismo

Molti si chiedono cosa è il populismo oggi. Capita di chiederselo visto che viene continuamente evocato in senso negativo. Per parlare di populismo è necessario ripassare cosa sia la democrazia. Le persone chiedono risposte urgenti ed efficaci in termini di occupazione, sicurezza, opportunità, giustizia. Cercare una mediazione tra le istanze popolari e le soluzioni attuabili dai governi è nel normale dinamismo delle regole democratiche.

Come può accadere allora che ciò che si riferisce al popolo possa trasformarsi in una locuzione che presuppone un significato negativo? Può accadere proprio perché la demagogia, che è la grande tentazione nella ricerca del consenso a tutti i costi, può cercare scorciatoie e sedurre l’ attenzione generale tramite promesse non mantenibili. Proprio perché eccessive e sostanzialmente irrealizzabili, divengono suggestive, attraenti, determinanti per il successo finale.

Questo purtroppo accade oggi, come accadeva in passato, o meglio, c’è il rischio che accada. Già nel XVI secolo il Cardinal Carlo Carafa con la famosa frase “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, “Il popolo vuole essere ingannato, quindi lo si inganni”, poneva le basi di quello che oggi si sarebbe chiamata demagogia, o populismo, come viene anche comunemente inteso. I due termini pur differenti, possono essere intesi come sinonimi in quanto così oggi utilizzati nella dialettica comune.

Il populismo fa leva sul bisogno di sentirsi raccontare cose non vere, pur di evitare l’urto con la cruda realtà. Questo accade in amore, in economia, e appunto in politica. La verità va bene finché si mostra efficace, e se la bugia ci fa sentire più amati, o vende di più o raccoglie più voti, allora ben venga qualche innocente menzogna, detta si capisce, a fin di bene, cioè nell’interesse esclusivo di chi la propone.

Accanto alla grande motivazione dell’innocente bugia così gradevole da ascoltare, il populismo cattura l’attenzione generale anche grazie ad un’altra virtù specifica dei suoi schemi: la semplificazione. Il mondo è sempre più complesso e imprevedibile. E’ sempre più arduo riuscire a collegare le cause reali e profonde, agli effetti di quel che accade apparentemente. Questo genera paura, che come è noto è uno dei principali stimoli personali e sociali.

Del resto una porzione rilevante, per quanto non facilmente calcolabile della popolazione, è afflitta dal cosiddetto analfabetismo funzionale, che consiste proprio nel rifiuto della complessità, per l’incapacità di affrontarne il peso e i risvolti pratici. Una importante frazione della popolazione preferisce scappare di fronte alla complessità delle risposte più pragmatiche, preferendo la semplicità delle scorciatoie demagogiche.

Il populismo ha sempre costituito una specie di lato oscuro della democrazia, il risvolto patologico, l’involuzione e la degenerazione, ma oggi esso acquista un peso e  una rilevanza tutta particolare. Questo accade perché i  paesi culla della democrazia, quelli occidentali, sono attraversati dagli strascichi della pesantissima ultima crisi finanziaria internazionale

Nonostante la ripresa, c’è una inerzia che frena un sostanziale rilancio dei consumi e quindi degli investimenti produttivi. La gente è spaventata non solo da quel che è accaduto, ma dalla consapevolezza sempre più crescente, che l’economia, la sicurezza, le opportunità, le libertà tipiche delle democrazie occidentali, abbiano toccato il loro apici nei decenni passati. C’è come la convinzione che sia impossibile assicurare ai propri figli un futuro migliore del proprio.

Tutto questo incupisce profondamente l’opinione pubblica, e la paura conseguente si trasforma facilmente in rabbia contro la politica tradizionale, quella dei partiti a vocazione governativa, che siano socialisti o popolari poco cambia. Il populismo oggi deriva dall’inaccettabilità delle regole culturali, sociali, politiche e finanziarie, con cui si reggono gli equilibri mondiali, perché si imputa a quelle regole il declino generale ma soprattutto personale. Il realismo non sembra riuscire più ad essere credibile, e si cercano allora alternative a qualsiasi costo.

Declino occidentale e destino della nostra civiltà

declino occidentale

Siamo davvero prossimi al declino occidentale, e la nostra civiltà è destinata a ridurre nel tempo la sua importanza? Siamo talmente abituati a definirci di cultura europea, atlantica, moderna, cristiana, forse da aver dimenticato l’infausto presagio contenuto nel termine occidente. Esso significa letteralmente “dove cade il sole”, potremmo reinterpretarlo metaforicamente, come il luogo del tramonto.

Questo non è certo una realistica previsione né a maggior ragione un cattivo augurio. L’occidente crede ancora nei suoi valori, negli ideali alla base della cultura europea, radicati nel mondo greco e giudaico-cristiano, che hanno dato vita alla cosiddetta modernità e al progresso civile, come oggi comunemente viene inteso. Il vertice di questo progresso è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo ratificata a Parigi il 10 dicembre 1948, un evento voluto e progettato, proprio dall’occidente.

Il declino occidentale può essere inteso in diversi modi, ad esempio nella perdita del ruolo egemone dal punto di vista finanziario e militare. Che di per se stesso non sarebbe necessariamente un male, se non fosse per i rischi di pesanti ricadute dal punto di vista occupazionale annessi a questa progressiva marginalizzazione, ad opera delle emergenti economie e finanze orientali.

Temo tuttavia che il maggior sintomo di declino occidentale possa essere individuato nell’aumento delle fazioni populiste nei vari paesi del vecchio continente, aumento spontaneamente concorde ad una sempre maggiore insoddisfazione e paura da parte delle rispettive popolazioni. Paura del precariato, della sicurezza personale e sociale, paura dei flussi migratori e via dicendo.

Forse proprio l’incertezza e la paura per i cambiamenti su scala globale possono costituire la spia del malessere dell’occidente. Soprattutto la risposta naturale a questa paura, che come già detto viene intercettata dalle forze xenofobe, estremiste e populiste. La paura della diversità etnica, religiosa, culturale, genera atteggiamenti di chiusura, intolleranza, nazionalismo.

Valori opposti alla cultura dell’occidente, che è grande proprio per la sua capacità dialettica,  tendente al compromesso e al confronto, più che all’integralismo e alla chiusura. Come è già stato scritto, la figura che simboleggia meglio i valori dell’occidente è quella di Santa Maria Maddalena. Santa e meretrice, ambigua eppure grande, controversa e sublime al tempo stesso.

L’occidente è stato la culla della modernità non solo per le sua capacità di innovazione tecnologica, industriale, per le sue sanguinose rivoluzioni e per i suoi cambiamenti epocali. Il simbolo dell’occidente è la fede nella giustizia, nella dignità della persona, il simbolo dell’occidente è l’autonomia morale che pone l’uomo, tutti gli uomini, al centro dell’interesse generale, al centro della visione stessa della realtà e della storia.

Da questo punto di vista il declino occidentale rischia di concrettizzarsi per l’incapacità di portare a compimento i suoi valori, rischiando di chiudersi in essi quando i suoi stessi valori chiedono continua apertura e riadattamento alla realtà. La centralità della persona su cui si fonda la stessa nozione di occidente non può equivalere alla centralità dei “nostri” cittadini, contrapposti agli “altri” individui. I rischi di declino per l’occidente e per la civiltà occidentale passa da qui, dal non aver forse saputo portare a compimento la sua autentica missione storica ed etica.

L’occidente è nato, vissuto, si è rafforzato, tramite la sua capacità di adattamento alle nuove sfide, sapendo trasformare le pressioni, le tensioni, i problemi e persino i drammi, in linfa per la sua crescita e la sua stabilità.

La libertà di volare fuori dal tempo

La libertà di volare

Quando parliamo di libertà e di tempo, sappiamo a cosa ci riferiamo? Ogni avvenimento è spontaneamente legato all’esperienza temporale. Si svolge nel tempo, in un dato luogo, secondo cause ben precise, senza alcun nesso apparente con la libertà. In natura nulla è libero, ma corrisponde fedelmente al flusso del tempo condizionato dall’equilibrio delle forze coinvolte.

Il tempo è un fenomeno psicologico.

Esso è la somma degli istanti catturati dalla memoria inerenti ai cambiamenti durante il loro svolgimento e causati da stimoli precisi.  Dunque memoria, cambiamento, causa, sono i tre momenti dell’esperienza del tempo in cui si svolge ogni avvenimento. Parlare degli avvenimenti significa mettere in moto la memoria dei cambiamenti  svoltisi secondo leggi razionali.

Gli avvenimenti sorgono nella mente, ed è grazie alla memoria che essi acquisiscono corpo e sostanza emergendo dalle impressioni ricavate dai sensi. La perdita della memoria fa sparire il presente e con esso ogni razionale concetto di tempo. Perdere la memoria significa perdere l’anima, e con essa smarrire ogni tipo di realtà esterna.

Essendo un fenomeno mentale, gli avvenimenti ci fanno litigare più delle bugie o delle cose immaginate, perché anche gli avvenimenti hanno ben poco di oggettivo ma molto di soggettivo, proprio come le bugie o le favole.

Ogni avvenimento ha delle cause a loro volta prodotte come effetto di cause precedenti. Spesso nella mente  le cause acquisiscono una motivazione dolosa, come colpa, specie quando non sia possibile individuarle, come incapacità di accettare il caso. Gli stimoli di azione e reazione che regolano il flusso degli eventi, nella dimensione umana spesso si riducono ad azioni di forza, spesso anche di prepotenza, sopraffazione, sopruso, pressione sulla libertà altrui fino ad estinguerla.

Trascorriamo la vita nell’attribuire colpe a questo o a quello, magari a noi stessi, e a intendere ogni cosa come motivata da una lotta tra il bene e il male. Eppure esiste una opzione capace di uscire da tutto questo, in grado di arrestare il tempo, e consiste nell’esperienza della libertà.

L’autonomia

L’autonomia da ogni principio di azione e reazione è l’esperienza che ferma il tempo, che spezza la catena di causa ed effetto nel naturale flusso degli avvenimenti che conduce sempre alla lotta senza quartiere. Non è solo per un eccesso di sintesi se la storia si riduce ad essere l’articolazione degli eventi bellici. La vita è solo un sinonimo del tempo, e il tempo coincide con la incessante serie di momenti di lotta che la memoria ci ha tramandato.

Gli unici momenti realmente liberi sono quelli in cui per scelta ci rendiamo autonomi dal fluire del tempo, ci rendiamo autonomi dalle offese, dai torti, dal fango che ci circonda, dal male che ci sovrasta. Per essere liberi occorre la forza e il coraggio di cancellare gli scampoli di memoria infettati dal male. La libertà può allora diventare una vera macchina del tempo, capace di arrestarlo fuoriuscendo dal suo sentiero apparentemente obbligato.

La libertà nasce nella coscienza, come capacità di bloccare la successione degli istanti impressi nella memoria, decidendo di spezzarne la concatenazione.

La libertà nasce nel perdono, nell’amore autentico, nella pietà, che sceglie di arrestarsi, di spezzare la sequenza logica del tempo. Il perdono e la pietà conducono realmente ad istanti senza tempo, cioè alla vita eterna. Una esperienza concreta, che abbiamo già fatto molte volte magari a nostra insaputa, se solo avessimo avuto il “tempo” di accorgercene.

Il significato della colpa

Il significato della colpa

Eccoci al tema principale della coscienza, il senso, il significato della colpa. Ciascuno nel suo cuore cerca la pace, ma deve confrontarsi in ogni istante con il conflitto. L’antagonismo che regge la personalità pone a confronto le scelte della volontà con il giudizio della coscienza. Nessuno è mai la persona che vorrebbe essere, e la coscienza chiede un alto prezzo a tutto questo, il prezzo della colpa. Ci sentiamo in colpa, inadeguati, incompleti, per una infinità di motivi diversi, sia si tratti di rimorsi che di rimpianti. Occorre indagare il senso, il significato, di tutto questo.

La competizione del nostro tempo in particolare, avvelena l’anima tramite il miraggio del successo, creando di fatto le condizioni per far sentire tutti dei falliti.

Il rimorso resta ancora più grave e insidioso del rimpianto, ci chiedo conto di scelte di cui ci vergogniamo ma di cui non abbiamo una spiegazione, come se la volontà salisse misteriosamente in noi da una origine sconosciuta e distruggesse ogni possibilità di azione libera e consapevole.

“L’uomo non è padrone nemmeno a casa sua”,

scriveva Freud intendendo per “casa” la sua stessa personalità.

Il mistero della volontà libera, si scontra in modo irriducibile con la nozione culturale della colpa.  Il significato della colpa varia nel tempo e nella geografia. Uccidere uno schiavo non era male fino a pochi secoli fa, mentre una relazione carnale tra due persone dello stesso sesso comporta ancora oggi la pena capitale in diverse nazioni del mondo.

Il significato della colpa dipende dal contesto, dal comune sentire, dai miti, dalla somma dei miti che appunto costituisce la cultura. La coscienza non è mai una fonte sicura per misurare la colpa, e ci si può rovinare la vita per rimorsi verso piccole cose, così come si possono commettere crimini consigliati proprio dalla “buona” coscienza.

Tra volontà libera e giudizio della coscienza non vi è mai pace.

Il senso di colpa è il vero peso sul cuore, il rumore di fondo  che svilisce ogni concerto, ogni sinfonia, ogni nostra poesia interiore. Un dolore a cui si fatica a conferire un senso, un significato.

Il dolore della colpa precipita nell’inconscio, nella parte occulta, irrazionale, per riemergere sotto forma di disturbi di ogni genere, ma soprattutto sotto forma di odio verso il mondo esterno. Il senso della colpa, il suo significato, si riflette nell’odio per gli altri.

L’odio antisociale trae soprattutto origine da qui,  dal tentativo di rimozione, dalla battaglia per cercare di sopprimere la colpa. Ogni motivazione logica e plausibile per giustificare l’odio verso soggetti sconosciuti che spesso non ci hanno ancora fatto nulla di male è solo un pretesto, un espediente, il più sublime escamotage per cercare di sopportare il disprezzo occulto verso se stessi.

Tutto ciò che per ignoranza, superstizione, immaturità spirituale, accresce il senso di colpa, fornisce i peggiori pretesti ai demagoghi, alla cattiva politica, sempre pronta come insegnava Aristotele a

“Scagliare la folla contro un bersaglio, per dominarne l’anima tramite il controllo della paura, della rabbia e dell’odio, che restano le emozioni di base per plagiare i popoli”.

Proprio per questo la più meritevole azione morale che si possa compiere deve essere finalizzata a ridurre i sensi di colpa. Occorre allentare la corda dell’arco del cuore, sempre teso, sempre pronto a scagliare le sue frecce avvelenate nella propria vita e in quella degli altri. Per questo è così importante sapersi perdonare e aiutare gli altri a perdonarsi.

E’ in paradiso, cioè vive nella gioia, chi sa perdonare se stesso e gli altri. Vive all’inferno, cioè disperato, chi non ha ancora imparato a farlo.